Luciano De Crescenzo.
.
I grandi miti greci.
Gli di, gli eroi, gli amori, le guerre.
Parte 1.
.
1999 Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
.
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Si pu raccontare un mito nato migliaia di anni fa rendendolo divertente e interessante per il lettore del Duemila? Si pu eccome, soprattutto se a farlo  Luciano De Crescenzo, con la sua inconfondibile grazia e ironia. In questo libro l'ingegnere-filosofo torna alla terra e all'epoca che pi ama, l'antichit greca, per narrarci storie immortali che parlano di di, eroi, ninfe, sirene, ma anche di uomini comuni con le loro grandezze e le loro miserie. Celebri e commoventi vicende d'amore, imprese avventurose, imprevedibili metamorfosi, eroiche epopee. Da Ulisse a Narciso, da Zeus a Dafne, Luciano De Crescenzo traccia cos, novello Omero, un affresco vivo e partecipe di un patrimonio di leggende unico al mondo.
...
.
...
Premessa.
.
Se fermiamo gli italiani per strada e chiediamo loro chi erano Prometeo, Giasone e Protesilao, con ogni probabilit finiremo col raccogliere solo risposte inesatte, se non addirittura boh di stupore. In compenso, per, i fermati saprebbero dirci tutto su Beautiful e Dynasty. Evidentemente c' stato un cambio della guardia tra i personaggi mitici: fuori Adone e Afrodite e dentro Ridge e Sue Ellen. Eppure, a pensarci bene, la mitologia greca  pi che mai presente nei nostri discorsi. Sempre pi spesso infatti si sente dire: Quello  un narcisista, oppure Quell'altro ha il complesso di Edipo, o ancora  stato un supplizio di Tantalo, pur senza che nessuno sappia in realt chi fossero Narciso ed Edipo, e che avesse fatto di cos terribile Tantalo da meritarsi un supplizio.
Personalmente cominciai a interessarmi di mitologia all'et di quattro anni. Mio padre mi regal un libro della UTET intitolato La leggenda aurea degli Dei e degli Eroi, libro che conservo tuttora e al quale, ovviamente, sono legato come Linus alla sua coperta. A quattro anni, non sapendo ancora leggere, mi limitavo a guardare le figure: tra le mie preferite, quella di Saturno che si mangia la pietra ritenendola l'ultimo dei suoi nati.
I miti (e non soltanto quelli greci, naturalmente) sono la prima forma di narrativa di cui si abbia notizia. Ma come nascono i miti? Nascono in un certo periodo storico, da un particolare ambiente sociale, all'interno del quale la figura dell'eroe occupava la posizione di massimo prestigio.
La principale differenza fra i miti greci e i miti d'oggi sta nel fatto che le vicende private dei personaggi allora venivano affidate alla tradizione orale, piuttosto che alle pagine dei rotocalchi. Ma il succo  lo stesso: non a caso, infatti, mythos in greco vuol dire racconto.
Tra il IX e il VI secolo avanti Cristo, non esistendo ancora la televisione, i Greci trascorrevano gran parte delle loro serate ascoltando un Omero qualsiasi, ovvero un cantastorie che in cambio di un buon piatto di minestra raccontava le avventure degli Dei e degli Eroi. Non potendo, per, ricordare tutto a memoria, i cantori dell'epoca si specializzavano sui singoli miti, dando origine a dei veri e propri serial, per poi tramandarseli a voce di padre in figlio. Era una bella abitudine, che andrebbe ripresa, con tutti i mutamenti del caso. Questo volume pu essere considerato un piccolo contributo in tal senso. Insomma,  mia intenzione ricalcare le orme di Omero e dei grandi aedi dell'epoca classica (fatte, ovviamente, le debite proporzioni).
Parte prima

I MITI DELL'AMORE
I

L'Arte amatoria
I Greci lo chiamavano Eros e i Romani Cupido, ma sia i primi che i secondi lo raffiguravano come un ragazzino nudo e riccioluto dell'apparente et di cinque anni.
Dispettoso fino alla perfidia, Eros era spietato con le sue vittime. Quando un poveraccio veniva ferito da una delle sue frecce, Dio o mortale che fosse, non aveva scampo: s'innamorava della prima persona che gli capitava a tiro! In realt, il birbante disponeva di due tipi di frecce, quelle d'oro e quelle di piombo (duo tela pharetra diversorum operum...): con le prime inoculava l'amore e con le seconde la repulsione. Un giorno Apollo, solo per avergli fatto una ramanzina, come la si pu fare a un bambino capriccioso, si becc una freccia d'oro in pieno petto che, oltre a farlo soffrire come una bestia, lo obblig a invaghirsi di una ninfa, Dafne, che a sua volta era stata colpita da una freccia di piombo.
Di chi sia figlio Eros, e in quale circostanza sia nato,  ancora oggetto di discussione: per alcuni sarebbe figlio di Afrodite e Ares, per altri di Afrodite ed Ermes, per altri ancora del Caos, oppure del Vento e della Notte. C' infine chi sostiene che sia sbucato da un Uovo d'Argento emerso dal Nulla e che, subito dopo, abbia creato il Cielo, la Terra, il Sole e la Luna. Per altri invece  un ermafrodito dalle ali d'oro con ben quattro teste, una di leone, una di vacca, una di serpente e una di ariete, ciascuna delle quali, rispettivamente, ruggiva, muggiva, sibilava e belava. Mo', va' a capire il significato allegorico di tutte quelle teste! Misteri della mitologia.
I sostenitori della tesi Eros progenitore emerso dal Caos affermano che senza amore non nasce un bel nulla, e che quindi deve essere stato per forza lui il primo a entrare in scena. La tesi opposta, invece, obietta che il sesso, da solo, basta e avanza per far nascere chicchessia: ne fa testo Zeus che dissemin di figli tutto l'Olimpo limitandosi a praticare lo stupro all'ingrosso ai danni di Dee, ninfe e signore di buona famiglia. Alla fine tutti d'accordo nel dire che all'inizio ci fu unicamente il sesso, e che solo in un secondo momento si entr nell'et dell'amore con Eros e le sue temibili frecce.
Ora, per, lasciamo queste dispute al giorno in cui affronteremo la cosmogonia ed esaminiamo pi da vicino il problema che ci interessa: amare  un'arte oppure un qualcosa di naturale, d'istintivo, che si pu praticare cos, alla buona, senza alcuna preparazione specifica?
Su questo argomento Ovidio ci ha lasciato addirittura un poema: l'Arte amatoria, ovvero il manuale del perfetto latin lover. Per il nostro poeta, infatti, far bene l'amore presenta pi o meno le stesse difficolt del guidar bene un carro nelle gare del Circo, o del perfetto approdo di una nave in porto durante una notte di burrasca. Detto con altre parole, secondo Ovidio, come  necessario frequentare una scuola per prendere la patente, cos  indispensabile leggersi tutta la sua Arte amatoria per imparare a far bene l'amore. Se non mi credete, eccovi l'inizio del poema:
 Se  vero che per condurre una nave a vela o un carro leggero ci vuole un'arte, perch non dovrebbe esserci un'arte anche per condurre l'Amore? Come Tifi era il pi bravo fra i timonieri, e Automedonte il pi bravo fra gli aurighi, cos anch'io cercher di essere per voi il Tifi e l'Automedonte dell'Amore.
 (I, 5-8)
Dopodich, passa ai consigli pratici:
 In primo luogo, cercati una persona da amare, poi, una volta che l'hai individuata, cerca di conquistarla. Il terzo impegno sar quello di far durare questo amore il pi a lungo possibile.
 (I, 35-38)
E aggiunge:
 Il cacciatore di cervi sa dove sistemare le reti, o in quale valle recarsi per catturare un cinghiale. Chi invece va a caccia di uccelli conosce benissimo i boschi, cos come chi  appassionato di pesca conosce a menadito i fondali pi pescosi. Allo stesso modo chi cerca l'amore, se vuole avere un po' di fortuna, dovr recarsi nei luoghi pi affollati di belle donne.
 (I, 47-50)
Ma dove sono questi luoghi? Ovidio non ha dubbi: a Roma.
 Roma ti offrir quante donne vuoi, e tutte cos belle che a un certo punto sarai costretto a dire: Ma questa citt possiede davvero tutto quello che c' di pi desiderabile al mondo!. Le belle ragazze che vi prosperano, infatti, sono pi numerose delle spighe di Gargara, dei grappoli d'uva di Metimna, dei pesci del mare, degli uccelli dei boschi e delle stelle del cielo. Venere, non a caso, ha fissato qui la sua dimora. Se ti attirano gli anni acerbi, lei ti procurer una ragazzina adatta ai tuoi desideri, se invece la preferisci nel fiore degli anni, te ne potr procurare addirittura mille, se infine  l'et matura quella che pi ti soddisfa, allora, credimi, non ci sono limiti: ne potrai avere cos tante che nemmeno prover a contarle.
 (I, 55-66)
Una volta individuata la citt, Ovidio passa a elencare i luoghi pubblici a suo avviso pi pescosi:
 Come le formiche vanno avanti e indietro in lunga fila, portando il grano con la bocca, o come le api, sparse sui campi profumati, volano di fiore in fiore, cos le donne, tutte eleganti, corrono in massa agli spettacoli pi affollati. Di sicuro vanno a teatro per guardare, ma anche per essere guardate. Il teatro, infatti,  un luogo pieno di rischi per la castit e il pudore.
 (I, 93-100)
Segue l'elenco di tutti i luoghi idonei all'abbordaggio.
 Anche i Fori, chi lo avrebbe mai detto, sono adatti all'amore. Col, spesso, al facondo oratore viene a mancare la parola: quando meno se lo aspetta, infatti, il poverino viene irretito da Amore. E di lui ride la bella Venere, che proprio l accanto ha il suo tempio: poco prima quell'oratore era solo un avvocato, ora, di punto in bianco,  diventato un suo cliente.
 (I, 79-88)
 E come dimenticare le corse dei cavalli di razza: il Circo, con tutta la folla che si ritrova, offre molti vantaggi. Non  necessario far segni con le dita per inviare messaggi, n attendere cenni d'intesa: volendo, ci si pu sedere accanto alla donna prescelta, e nessuno ci potr dir nulla. E gi, perch le linee divisorie costringono tutti a stare gli uni addosso agli altri, che lo si voglia o no, e saranno proprio le regole del luogo a favorire un contatto pi ravvicinato con le ragazze. A questo punto, dovrai attaccare discorso: una qualsiasi frase baster ad avviare la conversazione. Potrai chiedere, ad esempio, da buon tifoso: Di chi sono quei cavalli laggi?. E se ti accorgi che lei fa il tifo per qualcuno, fallo anche tu per lui. Quando poi sfiler la processione degli Dei in avorio, mi raccomando: applaudi pi di tutti Venere. Se poi, come spesso succede, un po' di polvere le cadr sul vestito, pensa tu a mandargliela via con le dita; e se la polvere non c', mandagliela via lo stesso.
 (I, 135-151)
 Anche i banchetti, con la tavola imbandita, offrono a volte buoni approcci. Il vino predispone l'animo all'amore e lo rende pi vulnerabile alla passione: l'inquietudine si dissolve man mano che viene versato il vino. Allora nasce spontaneo il riso e perfino un poveruomo comincia a farsi audace. A quel punto, spariscono i dolori, gli affanni e le rughe della fronte. Per contro, spunta la sincerit, cos preziosa ai nostri giorni. Ai banchetti, spesso, le ragazze sono solite rubare il cuore ai giovani, e questo mettere insieme Venere e vino  come aggiungere fuoco al fuoco.
 (I, 237-244)
Detto in latino suona meglio: Et Venus in vinis, ignis in igne futi, ma il latino, si sa,  sempre pi suggestivo dell'italiano; in questo caso, poi, c' anche l'assonanza tra Venus e vinis ad abbellire l'espressione.
Una volta individuati i luoghi adatti, Ovidio passa in rassegna le strategie di attacco. Non sempre, dice,  conveniente mostrarsi vogliosi; anzi, in alcuni casi, potrebbe addirittura essere pi vantaggiosa l'indifferenza.
 Sono sicuro che se ci mettessimo d'accordo tra di noi maschi, di non far il primo passo con alcuna, le donne di certo prenderebbero l'iniziativa. Sui molli prati, infatti,  sempre la vacca a muggire al toro, ed  sempre la cavalla a nitrire al maschio, ogniqualvolta viene la stagione degli amori.
 (I, 277-280)
A volte per le cose non sono cos semplici, ammette Ovidio, tuttavia bisogna tentare lo stesso.
 Coraggio, e provaci con tutte! Ce ne sar, dico io, almeno una, fra le tante, che si lasci conquistare! E che si concedano o meno, non dimenticare che le donne sono sempre ben liete di essere corteggiate.
 (I, 343-345)
Piuttosto, suggerisce Ovidio, cercati degli alleati: ad esempio, fatti amica una delle sue ancelle.
 Sar lei infatti a renderti pi facili gli approcci; bada bene, per, che sia al corrente dei pi reconditi pensieri della sua padrona, e che sia complice muta dei suoi svaghi segreti. Sceglier lei il momento pi propizio per comunicarle i tuoi messaggi (anche i medici badano al momento adatto) e le parler quando vedr in lei l'animo ben disposto a lasciarsi conquistare. L'ancella, pettinandole i capelli al mattino, le parler di te, e dopo aver giurato che stai l l per morire d'amore, aggiunger di suo parole persuasive. Mi chiedi se sia indispensabile sedurre anche l'ancella? Non sempre: se  bella fallo pure, cerca per di farti prima la padrona e poi la serva.
 (I, 353-385)
Ma non basta:
 Devi fare sempre l'innamorato, simulare a parole le ferite d'amore. Cerca con ogni mezzo di convincerla che  stata lei a trafiggerti. Bada che non dovrai faticare molto a farglielo credere, dal momento che non c' donna al mondo che non si ritenga degna di essere amata. Gli elogi alla bellezza, poi, fanno sempre piacere, anche alle donne oneste, e perfino alle vergini. Se ci non fosse vero, non si capirebbe perch Giunone e Minerva si siano tanto arrabbiate quel giorno in cui vennero considerate da Paride meno belle di Venere.
 (I, 611-626)
 Prometti senza paura (le promesse attirano sempre le donne) e chiama pure a testimoni gli Dei. Giove, dall'alto, se la ride delle bugie degli amanti: non appena le ascolta, infatti, d subito ordine a Eolo affinch le disperda nel vento.
 (I, 631-634)
Dopo averlo istigato a mentire, Ovidio si attende dall'allievo una reazione indignata, o quanto meno esitante. Ma a questo punto  gi pronta la sua replica: anche le donne mentono, anzi in genere mentono di pi!
 Ingannare chi inganna, questa  la regola! Le donne poi, nella maggior parte dei casi, sono una razza sacrilega. E allora, coraggio: perfino le lacrime ti potranno essere d'aiuto, e fa' che lei veda bene le tue guance inumidite. E se le lacrime tardano a venire (giacch a volte non vengono a tempo debito), bagnati pure gli occhi con la saliva.
 (I, 645-662)
Questo , in sintesi, quanto consiglia Ovidio (a noi uomini, ovviamente) nel primo libro dell'Arte amatoria. Nel secondo invece elenca, a una a una, tutte le strategie per far durare l'amore quanto pi a lungo possibile, e ci dice: Se, grazie a me, avete appreso l'arte della cattura, sar ancora grazie a me che apprenderete l'arte del mantenimento. (Arte mea capta est, arte mea tenenda est.)
Cominciamo con l'esaminare il caso in cui un'amante avida ci chiede un regalino particolarmente costoso. Andateci piano, suggerisce Ovidio, e ricordatevi che ci sono donne capaci di ridurvi sul lastrico a forza di regalini.
 Se un venditore, un vero bellimbusto, poco poco si accorge che la tua donna  una spendacciona, subito ne approfitter per sciorinare in tua presenza la propria mercanzia. Lei allora ti chieder di darci solo un'occhiatina, tanto per dimostrare il tuo buongusto, quindi comincer a baciarti sulla guancia affinch tu le regali qualcosa. Giurer che per anni e anni non ti chieder pi nulla... e che quell'acquisto  per te un vero affare. A quel punto non avrai pi scampo: anche se trovassi la scusa di non avere con te il denaro, il venditore ti chiederebbe un impegno scritto, roba da pentirsi di aver imparato a scrivere.
 (I, 421-428)
Certo Ovidio non doveva avere una grande opinione delle sue concittadine: con ogni probabilit, per, lui, nell'Arte amatoria, parla solo delle cortigiane e non gi delle matrone romane che, viceversa, pare fossero molto virtuose.
 Avessi dieci bocche e altrettante lingue non riuscirei mai a elencare tutte le arti scellerate delle donne!
 (I, 435-436)
Ma senza un regalino o un'attenzione di tanto in tanto, come faremo a mantenerle al nostro fianco? Con la parola, sostiene Ovidio, solo con la parola.
 Dei poveri io sono il poeta, giacch molto ho amato in povert; e se non potevo permettermi regali, in compenso regalavo belle parole.
 (II, 165-166)
 La guerra la si faccia con i Parti, con l'amica elegante invece ci sia sempre la pace, lo scherzo e tutto ci che genera amore. Se di fronte a questo atteggiamento lei non sar dolce e cortese, allora sopportala e tieni duro: in poco tempo si ammorbidir. Un ramo d'albero si piega se lo curvi con grazia, se ci metti invece tutta la tua forza si spezza. Perfino le tigri e i leoni della Numidia si piegano con le buone maniere, cos come nei campi il toro, un po' alla volta, finisce per accettare l'aratro.
 (II, 175-184)
 Se lei fa resistenza, cedi: solo cedendo risulterai vincitore. Cerca di recitare la parte che lei creder opportuno assegnarti. Se ti accorgi che critica, critica anche tu. Quando approva, invece, approva anche tu. Se ride, ridi, se piange, piangi.
 (II, 197-201)
 E non considerare una vergogna ( una vergogna che le risulter gradita) che la tua mano virile possa reggerle lo specchio.
 (II, 215-216)
 Se ti dir: Troviamoci al tal posto, rinvia ogni cosa e corri. La folla non rallenti il tuo cammino. E se non hai un mezzo di trasporto con cui andare, fatti la strada a piedi. L'amore  una forma di milizia!
 (II, 225-230)
Tanta flessibilit sorprende in un uomo come Ovidio. Seppure, a ben guardare, non di flessibilit si tratta, ma di cinica disistima nei confronti della persona amata. Mi spiace per Ovidio, ma un amante come quello da lui descritto nell'Arte amatoria non verrebbe accettato da nessuna delle donne che noi oggi frequentiamo.
La sincerit, ad esempio,  una dote assolutamente sconosciuta al poeta. Sentite cosa consiglia al suo allievo:
 Se hai a cuore di tenerla legata, fa' in modo di apparire incantato dalla sua bellezza: se indosser una porpora di Tiro, fa' l'elogio delle porpore di Tiro, se sar in tessuto di Coo, dille che il tessuto di Coo le dona. Se la vedi adorna di gioielli d'oro, falle capire che per te lei  pi preziosa dell'oro, se invece indossa solo una tunica, allora dille con entusiasmo: Mi metti il fuoco addosso!.
 (II, 295-301)
Moves incendia, e questa sarebbe la frase che, secondo Ovidio, dovremo urlare, estasiati, ogniqualvolta vediamo la nostra donna vestita in modo casuale.
 inutile, adesso, stare a elencare tutte le tattiche che Ovidio suggerisce nel manuale, e andiamo direttamente al capitolo delle infedelt: quelle dell'uomo e quelle della donna. Per l'uomo il poeta non ha dubbi: tradire  un'arte.
 Tu nega, nega sempre, anche se le cose che hai nascosto con cura venissero alla luce, anche se fossero lampanti. E comunque non mostrarti mai remissivo o pi dolce del solito, che questi s che sarebbero indizi chiarissimi di colpevolezza. Non risparmiarti invece con le reni e ricordati che la recente avventura va smentita in un solo modo: andando a letto insieme.
 (II, 409-414)
 Devi metterle le braccia intorno al collo e accoglierla piangente sul tuo petto. Dalle continuamente baci mentre piange e soprattutto falle provare i piaceri di Venere. Solo cos si potr dissolvere la sua collera: col trattato di pace dell'amplesso.
 (II, 457-462)
Dopo tale premessa, Ovidio fa un raffronto tra il mondo della preistoria, dominato dalla forza bruta, e il mondo suo, regolato dall'amore.
 All'inizio c'era solo una massa confusa, all'interno della quale non era possibile distinguere gli astri, la terra e il mare, finch un giorno la terra fu posta sotto il cielo e il mare intorno a essa. Allora le selve accolsero le fiere, l'aria accolse gli uccelli e i pesci trovarono rifugio nelle limpide acque. L'uomo invece vagava nei campi deserti e ubbidiva solo alla forza bruta. La sua casa era il bosco, l'erba il suo cibo e le foglie il suo giaciglio. Fu il piacere dell'amore ad addolcire gli animi selvaggi. S'erano fermati per caso l'uomo e la donna nello stesso luogo: ci che fecero quel giorno lo appresero da soli, senza alcun maestro. A quei tempi non si conosceva ancora l'arte di amare, ma Venere comp lo stesso il suo dovere.
 (II, 467-480)
 Coraggio, ordunque, che questa  la medicina giusta per calmare l'amante adirata: non esistono al mondo altre vie per riappacificarsi. Fare all'amore  una medicina pi efficace di qualsiasi filtro di Macaone.
 (II, 489-490)
L'amore per, ammette Ovidio, non  sempre un tenero idillio, anzi, il pi delle volte  pena e sofferenza.
 Si prepari l'amante a superare molte prove, e si ricordi che i piaceri sono scarsi e le pene di gran lunga pi abbondanti. Quante sono le lepri sul monte Athos, le api sull'Ibla, le bacche sul ceruleo albero di Pallade, le conchiglie sui lidi, tante sono le pene nell'amore.
 (II, 515-519)
Ed ecco cosa deve essere pronto a sopportare un uomo se vuole diventare un perfetto amante:
 Ti diranno che  uscita, e proprio mentre te lo stanno dicendo tu la scorgerai girare per casa attraverso un'apertura. Ebbene, in quel caso dovrai convincerti che  uscita davvero e che se l'hai vista  perch sei un visionario. Se dopo aver ottenuto un appuntamento per trascorrere con lei una notte d'amore troverai la sua porta sbarrata, stendi il tuo corpo sulla nuda terra e aspetta. E se, dopo aver supplicato a lungo la donna crudele, i battenti resteranno chiusi, lascia sull'uscio le rose che ti ornavano il capo. Non  vergogna, in nome dell'amore, sopportare gl'insulti e le percosse di una donna, n baciare i suoi piedi delicati.
 (II, 521-534)
Queste cose Ovidio le scrive, ma non le pensa. Infatti, dopo una decina di versi, si lascia andare e sbotta:
 In quest'arte, lo confesso, non ho ancora raggiunto la perfezione: sono io stesso inferiore ai miei precetti. Se davanti a me un estraneo facesse segnali alla mia donna, non riuscirei mai a sopportarlo! Di sicuro mi farei prendere dall'ira. A volte, infatti,  meglio non sapere. Ci detto, ragazzi, eccovi un consiglio prezioso: evitate di cogliere in flagrante le vostre donne!
 (II, 547-557)
E qui, per avvalorare la tesi, Ovidio racconta il celebre episodio di Efesto che scopre Ares e Afrodite, nudi, a letto insieme. In due parole, il mito racconta come Efesto, il Dio zoppo, sospettando di essere tradito da sua moglie, avesse messo nel proprio letto una rete d'oro, robusta quanto invisibile. In tal modo l'industrioso Dio riusc a imprigionare i due amanti, dopodich chiam intorno al letto tutti gli Dei dell'Olimpo perch si rendessero conto di persona fino a che punto la moglie era una svergognata. Risultato finale: Efesto venne schernito da tutti e la vista di Afrodite nuda eccit anche Ermes e Poseidone!
Il poeta conclude il secondo libro impartendo agli uomini una lezione d'ipocrisia:
 Non criticare mai i difetti delle donne! Ignorarli  una regola utile a molti. Se, ad esempio, c' qualcosa che non tolleri, cerca di rassegnarti: ricordati che pi il tempo passa e pi ti abituerai. Scegliendo i termini giusti, poi, si possono addolcire le peggiori magagne: se lei  strabica le potrai sempre dire che  simile a Venere, se invece ha gli occhi slavati dille che somiglia a Minerva; e poi ancora: se  magra le dirai che  snella, se  grassa che  fiorente, se  bassa che  minuta, e cos di seguito: invece di sottolineare un difetto, evidenzia il pregio che le  pi vicino.
 (II, 641-662)
Il terzo libro dell'Arte amatoria Ovidio lo dedica invece alle donne, e dal primo all'ultimo verso  prodigo di consigli per il gentil sesso. Sotto sotto, il poeta  preso dagli scrupoli: dopo aver speso due interi libri a dirne peste e corna, ora fa marcia indietro ed  pronto ad ammettere che le donne non sono tutte uguali:
 Non bisogna rovesciare su tutte la colpa di alcune: che ogni ragazza invece sia giudicata per le azioni che ha commesso! Se  vero che  esistita un'Elena sulla quale furono lanciate accuse infamanti,  altrettanto vero che  esistita anche una Penelope che, al contrario, ha atteso fedele per due lustri, e poi per due lustri ancora, che il marito terminasse il suo errare dopo aver a lungo combattuto.
 (III, 9-16)
A questo punto, perch non insegnare anche alle donne le strategie dell'amore?
 Ho dato le armi ai Danai contro le Amazzoni, non mi resta ora che dare le armi anche a te, Pentesilea, e alle tue schiere. Scendete or dunque in guerra gli uni contro gli altri, ad armi pari, e che vinca colui a cui andr maggiormente il favore del fanciullo che vola.
 (III, 1-4)
Ovidio passa poi ai consigli pratici.
 Innanzitutto lavatevi! Che il viso, in particolare, venga lavato ogni mattina con acqua appena attinta, che l'incuria non annerisca i denti, che l'aspro odore di capro non alligni mai nelle vostre ascelle, e che le gambe non siano irte di duri peli.
 (III, 193-198)
 Dono divino  la bellezza, ma quante di voi, in tutta onest, possono dire di essere belle? Gran parte delle donne infatti non possiede quel dono. Se le femmine di una volta non curavano molto il proprio corpo, era perch a quel tempo anche gli uomini non erano curati. Andromaca indossava una ruvida tunica, ma era anche la moglie di un duro soldataccio, e quale veste avrebbe potuto mai indossare una donna come la moglie di Aiace sapendo che il marito viveva giorno e notte coperto da sette pelli di bue? Forse c' ancora qualcuno a cui piacciono questi personaggi del passato, io, per quanto mi riguarda, ringrazio gli Dei di essere nato oggi.
 (III, 103-122)
Ed ecco una vera e propria lezione di trucco:
 Con un velo d'argilla aumentate il candore della pelle, e se qualcuna di voi ha il viso esangue che usi pure il rosso artificiale. Con un segno ben fatto riempite il vuoto sotto le sopracciglia e con un sottile cerone coprite le guance che la natura vi ha dato. Non abbiate vergogna di segnare gli occhi con la cenere, oppure con il croco. Ma che il vostro innamorato non veda mai i vasetti delle creme messi in bella mostra sulla toilette: l'arte dell'amore giova all'aspetto solo se  ben nascosta. I cosmetici aumentano la bellezza ma sono brutti a vedersi. In pubblico non vi consiglierei mai di usare il midollo di cerva o di spazzolarvi i denti. Chiudete allora la porta della vostra camera e non mostrate mai agli altri un'opera imperfetta.
 (III, 199-228)
 Non siano mai in disordine i capelli. La mano che li cura, a seconda dei casi, pu donare o annullare la bellezza. L'acconciatura giusta non  di un solo tipo: ogni donna pu scegliere quella che pi le dona, e prima che agli altri chieda consiglio al suo specchio. Un ovale allungato vuole una scriminatura senza orpelli (cos, infatti, era solita pettinarsi Laodamia). Un viso rotondo invece preferisce che tutti i capelli siano raggruppati sul capo in modo da mostrare le orecchie. Una lascer che i capelli le ricadano dolcemente sulle spalle, un'altra se li legher tutti all'indietro come la Dea Diana, allorquando, sollevata la tunica, andava a caccia di atterrite fiere.
 (III, 133-144)
 Con voi donne la natura  stata benigna: mentre a noi uomini la testa, con gli anni, diventa a volte nuda, voi avete modo di tingervi i capelli che si sono imbiancati con le erbe di Germania e l'artificio spesso vi procura un colore ancora pi bello di un tempo.
 (III, 159-164)
Quanto all'abbigliamento, Ovidio lo consiglia non troppo vistoso, ma nemmeno troppo dimesso.
 Una sobria eleganza  quella che attrae: non venite avanti con vesti appesantite e trapunte d'oro. Con tanti colori che ci sono in giro, a prezzi modesti, che follia  mai questa di portare addosso un intero patrimonio? Ecco il celeste, il colore del cielo quando  sgombro di nuvole, ed ecco l'azzurro intenso, il colore che imita le onde del mare e che penso sia quello preferito dalle ninfe, e il croco, il colore del mantello che copre la dea della Rugiada allorquando aggioga i cavalli del mattino. Poi abbiamo l'ametista, il viola cupo, il rosa pallido, il marrone delle castagne, quello pi chiaro delle mandorle e via dicendo. Quanti sono i fiori che la primavera produce, tanti sono i colori che la lana  in grado di assorbire. Ma bisogna anche essere bravi a saperli scegliere: un tono scuro si adatta di pi alle carnagioni candide (stava bene infatti a Briseide allorquando fu rapita), mentre il bianco si addice maggiormente alle brune (e la figlia di Cefeo ben lo sapeva quando calpest la terra di Serifo).
 (III, 169-191)
E passiamo ai comportamenti. Qui Ovidio diventa un vero e proprio maestro di bon ton: sa tutto su come si deve mangiare, bere, camminare, ridere, sedersi, sdraiarsi sul triclinio e via dicendo. Consiglia il giusto tono di voce da mantenere durante le conversazioni, e le principali arti che bisogna conoscere per brillare in societ.
 Se sei piccola  meglio che tu stia seduta, se non altro per non sembrare seduta quando stai in piedi, e nel triclinio fa' in modo di stare ben distesa, per minuta che sia la tua statura, e anche qui, affinch nessuno misuri la tua taglia mentre sei sdraiata, cerca di non mostrare i piedi drappeggiandovi sopra la coperta.
 (III, 163-166)
 Chi ha l'alito pesante non parli mai a digiuno, e si tenga a distanza dal viso dell'uomo con cui parla. Quando si hanno i denti grandi o irregolari  preferibile non ridere: si corrono meno rischi. E se proprio scappa una risata, fate in modo di aprire la bocca moderatamente e di coprire le radici dei denti con le labbra. A volte  meglio piangere. In verit, anche per piangere  necessario uno stile: le donne di classe, infatti, piangono, ma lo fanno scegliendo il momento giusto e i modi pi appropriati.
 (III, 177-192)
 Imparate a camminare con passo femminile giacch anche l'andatura fa parte della vostra eleganza: attira o mette in fuga lo sconosciuto che vi guarda. Alcune donne muovono i fianchi con arte e fanno gonfiare la tunica ondeggiante, altre invece, al pari della sposa rubiconda del burino umbro, camminano a gambe larghe facendo grandi passi. E anche qui, come in tante altre cose, ci vuole misura: se  rozzo un certo tipo di andatura, anche l'altro non  consigliabile, essendo manierato pi del lecito.
 (III, 298-306)
 La voce  quanto mai importante: spesso, infatti, quando  armoniosa, fa da mezzana nelle vicende d'amore. Le Sirene erano strani esseri marini che con voce melodiosa attiravano a s tutte le navi, anche le pi veloci. Quando Ulisse le ud, per poco non si liber dai lacci, e se non ci riusc fu solo grazie ai suoi compagni che per non udire le voci delle Sirene si erano turate le orecchie con la cera.
 (III, 311-316)
 Una ragazza dovrebbe sempre saper cantare, suonare l'arpa e danzare. I ballerini, infatti, il pubblico li ama, tanto eleganti sono le loro movenze.
 (III, 349-352)
E qui Ovidio si lascia prendere dal suo stesso gioco e passa, armi e bagagli, dalla parte delle donne. Indica loro i luoghi pi giusti per mettersi in mostra, ed elargisce a piene mani decine di piccoli suggerimenti.
 A voi ragazze belle  utile la folla: andate e venite, fuori di casa a passeggio. Chi mai conoscerebbe Danae se fosse rimasta sempre rinchiusa nella torre fino alla vecchiaia? Una bella donna, invece, ha il dovere di offrirsi allo sguardo della gente: tra i tanti che la guardano, ce ne sar pure uno che rester abbagliato! Che la ragazza si soffermi in ogni luogo, desiderosa di piacere: se l'amo  pronto, prima o poi un pesce abboccher.
 (III, 415-426)
In amore non esistono remore, incalza Ovidio, perfino i funerali, a volte, possono tornare utili! Funere saepe viri vir quaeritur, spesso  al funerale di un marito che si rimedia un altro marito (III, 431). Ed ecco, invece, come comportarsi alle feste.
 Arrivate sempre in ritardo, e con eleganza fate il vostro ingresso a luci gi accese. Pi lunga sar stata l'attesa, pi gradita diventer la vostra presenza. L'attesa  una grande ruffiana. Anche se siete brutte, sembrerete pi belle a quelli che hanno gi bevuto. Prendete pure i cibi con le dita, ma, mi raccomando, fermatevi prima di essere sazie, mangiate sempre un po' di meno di quello che vorreste mangiare, e lo stesso valga per il vino. Insomma fate in modo che la mente e le gambe restino ben salde a terra. In altre parole, se una cosa  una, evitate di vederla doppia!
 (III, 751-764)
Fin qui, Ovidio si  perso nei dettagli. L'argomento, per, che pi interessa il sesso femminile  un altro: lei, la donna, vuol sapere come deve comportarsi quando  corteggiata da un uomo che le piace. Deve cedere o resistere? E se decide di concedersi,  meglio che lo faccia subito, alle prime avances, o che attenda un pochino al fine di accrescere nello spasimante il desiderio? Il poeta in proposito non sembra avere idee molto chiare: all'inizio  favorevole al lasciarsi andare, poi, all'improvviso, cambia parere e opta per la difesa a oltranza.
 Finch ti  consentito dichiarare l'et, goditi la vita: gli anni se ne vanno come acqua che scorre, e l'ora che hai appena trascorso non pu pi tornare indietro. L'et scivola via con passo lieve, e tu, che ora respingi gli innamorati, sappi che un giorno, da vecchia, giacerai sola nel letto e sentirai tanto freddo a causa della solitudine. Oh te infelice, con quanta rapidit le rughe ti trasformeranno la fisionomia! E allora, dammi retta: segui l'esempio delle Dee e non rifiutarti alle voglie degli uomini. Anche ammesso che loro t'ingannino, a te cosa costa? In fondo resta tutto come : fossero anche in mille a prendersi il piacere, tu non ci perderesti nulla. Il ferro si consuma, la pietra con l'uso si assottiglia, mentre quella parte che avete voi donne si mantiene integra e non teme alcun logorio. Alla fin fine, cosa ci perdi se poi con l'acqua ti lavi?
 (III, 61-96)
 Che il piacere di Venere tu possa sentirlo in completo abbandono, sin nelle fibre pi profonde, e che il godimento sia uguale per entrambi. I giochi di Venere sono mille, dal pi semplice (di quando i due corpi giacciono l'uno accanto all'altro) al pi complicato. Non cessino mai per te i giochi d'amore e i dolci mormorii, e che in questi giochi si odano pure parole lascive. Ma se per colmo di sfortuna la Natura ti avesse negato di provare i piaceri di Venere, allora simula le gioie pi dolci con ingannevoli suoni. Bada soltanto che non se ne accorgano: crea con i movimenti e gli sguardi le espressioni estasiate di chi sta godendo, e che le parole e l'ansimare possano abilmente fingere il tuo godimento.
 (III, 787-803)
Verso la fine del libro, per, il poeta ci ripensa e consiglia un atteggiamento pi riservato:
 L'attesa per gli innamorati  sempre stimolante, purch non sia troppo lunga. Non mostrarti facile alle pretese dello spasimante, ma non respingerlo neppure con durezza: fa' che egli senta, nel medesimo tempo, timore e speranza.
 (III, 473-477)
Per poi diventare addirittura crudele nei confronti del maschio.
 Ci che viene dato con facilit alimenta a fatica un amore: ai piacevoli giochi si mescoli talvolta un rifiuto. Lascia che il tuo amante resti in attesa, fuori della porta, e che supplichi, minacci e urli nel buio della notte: O porta crudele perch non ti apri!. Il dolce viene presto a noia, una bevanda amara invece spesso  stimolante. Ci che impedisce alle mogli di essere amate  il fatto che i mariti godano dei loro favori ogniqualvolta ne hanno voglia. Tu metti invece fuori della porta un servo che gli dica a muso duro: Qui non si passa!, e per giunta fagli credere che ha un rivale e che non  il solo ad avere accesso al tuo letto.
 (III, 579-593)
Poi si rende conto di ci che sta scrivendo e geme:
 Ma dove mi sono lasciato trasportare?!  folle affrontare in tal modo il nemico, consegnandosi prigioniero spontaneamente e facendogli anche da informatore. L'uccello non mostra al cacciatore il modo migliore per farsi catturare, la cerva non insegna a correre ai cani inseguitori. Ma ormai  fatta: ho gi consegnato alle donne di Lemno le spade con le quali verr trafitto. L'importante, per,  che si dica: Ovidio fu il mio maestro!.
 (III, 667-672)
II

Il Simposio
Il tema dell'Amore fu l'argomento principale di una celebre cena, tenutasi ad Atene 2415 anni fa (anno pi, anno meno) in casa del poeta tragico Agatone. Oltre al padrone di casa erano presenti i seguenti signori: Fedro, Erissimaco, Pausania, Aristofane, Socrate e Aristodemo (quest'ultimo, in verit, non invitato). Sul tardi arriv anche Alcibiade con il suo seguito. Tutto quello che venne detto in tale occasione fu trascritto fedelmente, parola per parola, da Platone nel pi bello dei suoi dialoghi: il Simposio.
Simposio, detto alla buona, vuol dire banchetto. Quello greco, in particolare, aveva regole molto rigide: prima ci si lavava le mani, poi gli schiavi portavano il cibo, quindi ci si lavava di nuovo le mani e infine si ascoltava una flautista suonare. Il clou del simposio, per, stava tutto nel finale, e per la precisione nel momento in cui si cominciava a bere e a parlare: i commensali si mettevano in testa una coroncina di alloro, forse in onore di Apollo, e sceglievano il tema della serata. Il vino, in genere, era molto allungato, un po' perch costava caro e un po' perch bevuto allo stato puro era considerato un veleno. La misura degli annacquamenti variava alquanto: si oscillava dalle tre parti di acqua e una di vino alle tre parti di acqua e due di vino, e si arrivava a tanto solo nel caso che ci si volesse ubriacare.
Il dialogo inizia con Aristodemo e Socrate che s'incontrano per caso lungo una strada di Atene, una di quelle strade, precisa Platone, che sembrano fatte apposta per parlare e camminare (173 b).
 Aristodemo vide Socrate lavato da capo a piedi e calzato con i sandaletti, cosa che faceva alquanto di rado, e gli chiese dove andasse cos in ghingheri. E Socrate gli rispose:
 Vado a cena da Agatone, giacch ieri, alla sua vittoria, me ne sono scappato per paura della confusione. Gli ho promesso, per, che sarei tornato oggi per i festeggiamenti ed ecco il motivo per il quale mi sono fatto cos bello: per andare da bello in casa di un bello. Tu, piuttosto, cosa ne penseresti di venire a cena con me, seppure non invitato?
 E Aristodemo rispose:
 Ci verrei senz'altro, sempre per che la mia presenza fosse di tuo gradimento.
 E Socrate:
 Allora seguimi, o Aristodemo, in modo che potremo avvalorare il proverbio che dice: A tavola dei grandi, vanno i grandi senza invito.
 (173 a)
In realt il proverbio non diceva affatto cos (per la precisione, diceva che a casa degli umili vanno i grandi senza invito), ma dal momento che agathos voleva dire anche buono e nobile, Socrate subito ne approfitt per farci sopra un gioco di parole. Comunque, umile o grande che fosse, il giovane Aristodemo s'imbuc lo stesso, e noi, da queste poche battute, abbiamo capito che anche a quell'epoca c'era il problema degli imbucati. Venivano chiamati parasitoi, nel senso di coloro che mangiano con.
Una volta giunti alla porta di Agatone, Socrate disse ad Aristodemo di avviarsi da solo giacch lui voleva sostare un attimino a riflettere. Dopodich si blocc in mezzo alla strada, in pratica come una statua di marmo, e si mise a pensare. A Socrate capitava spesso questo fatto di estraniarsi dal resto del mondo: una volta (si dice) lo avrebbe fatto per un'intera notte, non solo, ma a piedi nudi in mezzo alla neve. Quella volta del Simposio, invece, ci rest solo un paio d'ore e giunse a tavola quando gli altri erano quasi alla frutta.
 O Socrate, gli disse allora Agatone, facendogli spazio sul triclinio distenditi accanto a me, e fa' che io pure possa avvalermi, toccandoti, della sapienza che ti  venuta incontro fuori della mia porta.
 Sarebbe bello, o Agatone rispose prontamente Socrate che la sapienza fosse di tale natura che, come l'acqua, scorresse dal pi pieno al pi vuoto. In questo caso, per, avvicinandomi a te, sarei io a riempirmi della tua sapienza, dal momento che la mia  robetta di poco conto, mentre la tua  cos grande che  stata capace di farti prevalere su tutti i poeti davanti a trentamila Elleni!
 (176 d)
Chiaramente Socrate lo stava sfottendo e Agatone se ne accorse subito, tant' vero che gli rispose alquanto risentito:
 Sei insolente, o Socrate, ma tra poco sar qui Dioniso a constatare chi di noi due  pi pregno di sapienza. Ora, per, tu pensa a mangiare!
 (176 d)
Andata via la flautista, prese la parola Erissimaco.
 Se siete tutti d'accordo, disse l'insigne medico io proporrei come argomento della serata l'Amore. Che ciascuno, procedendo da destra verso sinistra, faccia un bel discorso in lode del Dio, e che sia il giovane Fedro a cominciare, dal momento che lui  anche il primo da destra.
 (177 d)
Inizi cos la lunga carrellata degli oratori. Fedro all'epoca era poco pi di un ragazzo e, con ogni probabilit, quello per lui doveva essere il primo simposio: non si sbilanci quindi pi di tanto e si mantenne sulle generali.
 Amore  un Dio potente e meraviglioso per molte ragioni, non ultima la nascita: deve essere considerato infatti il pi antico degli Dei, e, ovemai ne dubitassimo, ce lo conferma Esiodo allorquando sostiene che fu lui il primo a emergere dal Caos. Ebbene amici, cos come Amore  un Dio meraviglioso, anche coloro che amano sono a loro volta meravigliosi, giacch sono tutti disposti a sacrificarsi per la persona amata. Alcesti alla fin fine fu l'unica ad accettare la morte al posto del marito, sebbene questi avesse ancora in vita entrambi i genitori. Ci detto, io affermo che chi ama  pi divino di chi  amato, dal momento che solo lui  pervaso dal Dio.
 (178 a-180 b)
Il secondo a parlare fu Pausania, un amico di Platone, da non confondere con l'altro Pausania, il viaggiatore, quello che scrisse la Guida della Grecia.
 Ho l'impressione, o Fedro, che tu abbia parlato di Amore come se si trattasse di un unico Dio, laddove essi sono almeno due, e noi tutti vorremmo sapere quale dei due di questi Dei sia il pi degno di essere onorato. Esiste infatti l'amore celeste di Afrodite Urania e quello volgare di Afrodite Pandemia. Ebbene, sapete cosa vi dico? Che l'amore volgare di Afrodite Pandemia  davvero volgare. Gli uomini che lo praticano corrono dietro alle donne, desiderano i loro corpi pi delle loro anime, e, intenti come sono a raggiungere uno scopo cos modesto, finiscono col prediligere le persone pi stupide, per l'appunto le donne. Al contrario il vero amatore, quello celeste, preferisce i maschi, ammirandone la natura forte e l'intelligenza pi viva. Purtroppo da noi, in Grecia, la norma non  sempre chiara: in Elide, in Beozia e presso i Lacedemoni  onesto amare i maschi, nella Ionia e nei paesi barbari invece, proprio perch governati da tiranni, la pederastia  considerata una pratica vergognosa. Ad Atene infine non si sa bene come stiano le cose: a parole sono tutti permissivi, mentre nei fatti mettono i pedagoghi alle costole dei figli per poterli meglio controllare, vietano ai ragazzi pi ambiti d'intrattenersi con gli amanti e inducono i loro coetanei a fare la spia. Ora io penso che l'amore in s per s non sia una cosa n bella n brutta, ma che tutto dipenda dal come viene fatto: se  fatto bene  morale, se  fatto male  vergognoso.
 (180 c-185 c)
L'omosessualit, e in particolare la pederastia, era una pratica normale nella Grecia classica, ne fanno fede le poesie di Alcmane a Sparta e quelle di Saffo a Lesbo. Non a caso l'amore tra due persone del medesimo sesso  passato alla storia come amore greco. Per i maschi, i primi approcci sessuali avevano luogo nelle palestre, mentre per le femmine il luogo pi indicato per l'iniziazione erano le scuole di danza. L'amante veniva chiamato erastes, l'amato eromenos, i bambini (sia maschi che femmine) pais, e i ragazzini dai quattordici ai diciotto anni epheboi. Il lottare insieme completamente nudi offriva molte occasioni d'incontro tra gli adolescenti. Spesso le palestre esibivano nei vestiboli una statua di Eros, e non gi di Ares, come sarebbe stato, invece, pi lecito attendersi, dal momento che Ares era il Dio della Guerra.
Dopo Pausania, avrebbe dovuto prendere la parola Aristofane, ma un singhiozzo continuo glielo imped. Il commediografo allora chiese a Erissimaco di sostituirlo o, in alternativa, di guarirlo all'istante con un rimedio. A me questa faccenda del singhiozzo di Aristofane ha fatto crescere ancora di pi l'ammirazione che gi nutrivo per Platone scrittore! E infatti mi chiedo: quale filosofo d'oggi avrebbe mai interrotto la sua esposizione, solo per raccontare il singhiozzo di un partecipante al convegno?
 Far l'uno e l'altro, rispose il medico parler al posto tuo e nel frattempo tu tratterrai il respiro in modo da farti passare il singhiozzo. Sull'Amore ho anch'io una mia teoria che per  strettamente connessa al mio lavoro, ovvero alla medicina. Pausania sostiene che ci sono due forme di Amore, mentre io penso che ce ne sono moltissime: vedo infatti l'Amore, non solo negli uomini e nelle donne, ma anche negli animali, nelle piante e in tutte le altre specie viventi. Dovunque esiste una contrapposizione di valori (pieno/vuoto, caldo/freddo, amaro/dolce, secco/umido) io scorgo la necessit di una mediazione. Amore pertanto va inteso come apportatore di armonia. La medicina, o amici,  uno strumento del Dio Amore e di questo bisogna essere riconoscenti al suo fondatore, al divino Asclepio. Quando l'amore volgare spinge l'uomo a indulgere ai piaceri della tavola, ecco giungere di corsa l'Amore celeste che sotto forma di medicina fissa il limite della giusta misura.
 (185 d-188 d)
Un potentissimo starnuto copr l'ultima frase di Erissimaco, e forse gli imped di ricevere l'applauso a cui aveva diritto. Tutti, infatti, si volsero verso Aristofane, l'autore dello starnuto, e il commediografo ne approfitt per dare inizio al proprio intervento.
 Non ho pi il singhiozzo! esclam. E trovo stupefacente che il Dio Amore di cui parla Erissimaco si sia servito di una cosa ridicola come uno starnuto per ripristinare l'ordine nel mio corpo!
 Il tuo difetto, o Aristofane,  quello di voler essere sempre spiritoso, a ogni costo! replic sconsolato il medico. Ora, se non la smetterai, sar costretto a montare la guardia al tuo discorso, per capire, ogni volta, quando stai parlando sul serio e quando per scherzo.
 Non dartene pensiero, o Erissimaco, dal momento che sto per dire cose solo ridicole e non spiritose. Per capire bene la forza dell'Amore,  necessario che tu sappia quali prove ha sofferto la natura dell'uomo. In origine l'umanit comprendeva tre sessi: gli uomini, le donne e certi esseri strani, chiamati androgini, che erano maschi e femmine nello stesso tempo. Tutti questi individui per erano doppi rispetto a noialtri: avevano quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi e via dicendo; e ciascuno di essi aveva due organi genitali, tutti e due maschili negli uomini, tutti e due femminili nelle donne, e uno maschile e uno femminile negli androgini.
 Camminavano a quattro gambe, ma potevano procedere in ogni direzione, come i ragni. Avevano un caratteraccio tremendo: possedevano una forza sovrumana e una sovrumana superbia, al punto da sfidare gli Dei come se fossero loro pari. Zeus, in particolare, era indignato per la loro tracotanza: non voleva ucciderli, per non perdersi i sacrifici, ma doveva pur reagire alle loro intemperanze. Pensa e ripensa, un bel giorno decise di dividerli in due, in modo che ciascuna parte avesse due gambe e un solo organo genitale; e li minacci che se avessero perseverato nell'empiet, li avrebbe divisi ancora in due in modo da costringerli a camminare a balzelloni su una gamba sola. Dopo l'intervento chirurgico, malgrado Apollo avesse provveduto a cicatrizzare le ferite, gli uomini erano diventati infelici: ciascuno di essi sentiva la mancanza dell'altra met, i semiuomini cercavano i semiuomini, le semidonne desideravano le semidonne, e la met maschile degli androgini correva dietro, disperatamente, alla met femminile. Insomma, per ritrovare la felicit perduta, ognuno di loro non vedeva l'ora di riunirsi con l'anima gemella. Ed  appunto questa smania che si chiama Amore.
 (189 a-193 c)
Dopo Aristofane prese la parola Agatone. L'intervento del padrone di casa apparteneva al genere in cui la forma prevale sui contenuti. In altre parole, Agatone non disse nulla d'interessante: bad solo a impreziosire il discorso con fronzoli, iperboli e frasi a effetto, le stesse, probabilmente, con le quali aveva vinto le gare il giorno prima. Ci nonostante, un lungo applauso lo premi alla fine. Agatone si alz in piedi per ringraziare, e subito dopo Socrate (l'unico a non aver applaudito) prese la parola.
 Lo sapevo che sarei stato messo in crisi dalla bravura di Agatone! esord il filosofo, con una smorfia di disappunto. Ascoltandolo mi sembrava di udire i virtuosismi di Gorgia e poco ci  mancato che non me ne scappassi via dalla vergogna. Nella mia ingenuit, infatti, pensavo che ognuno di noi dovesse limitarsi a dire il vero e non gi che fosse obbligato a fare l'apologia dell'Amore, magari raccontando delle frottole. Adesso non vi aspettate da me un secondo panegirico, se non altro perch non lo saprei fare. Posso solo provare a dire la mia verit sull'argomento.
 Che Agatone abbia parlato in modo sublime  vero, lo contest Erissimaco ma che tu, o Socrate, sia in imbarazzo, non lo credo nemmeno se me lo giuri su tutti gli Dei. Parla, ordunque, e raccontaci la tua verit!
 A istruirmi sulle cose d'Amore continu Socrate fu una donna di Mantinea; si chiamava Diotima. Ella mi disse che Amore non era un Dio ma un demone, come dire qualcosa a met tra un Dio e un mortale, e che non era n bello, n brutto, n sapiente, n ignorante.
 A me sembra che tu stia bestemmiando! esclam Agatone. Come fai a dire che Amore non  un Dio?!
 Cos disse Diotima si scus Socrate, come a precisare: non sono io che lo affermo. Pare che il giorno in cui nacque Afrodite, gli Dei abbiano tenuto sull'Olimpo un grande banchetto e che fra i tanti invitati ci fosse anche Poros, il Dio dell'Espediente, o se preferite dell'arte di arrangiarsi. A questa festa accaddero molte cose: arriv Pena, la Povert, ma non la fecero entrare perch era troppo malvestita, e lei rimase fuori della stanza del banchetto nella speranza di rimediare qualcosa, un avanzo o una coscetta di pollo. Poros esager nel bere: a un certo punto, completamente sbronzo, usc all'aperto e, fatti appena due passi, croll al suolo. Al che Pena, vedendoselo davanti, lungo disteso, pens bene di approfittarne. Io sono la Dea pi povera, questo  Poros, il pi furbo di tutti gli Dei: chiss che accoppiandomi con lui non riesca a migliorare la mia sorte! E dall'unione della Povert con l'Arte di arrangiarsi nacque l'Amore.
 (201 d-203 b)
Un lungo mormorio segu le parole del vecchio filosofo. L'uditorio si fece ancora pi attento: voleva saperne di pi di questo Amore, cos diverso da tutti quelli che fino allora erano stati descritti dai presenti. Socrate se la prese con calma: bevve un lungo sorso di vino, poi si guard intorno, quasi meravigliato di aver suscitato tanto interesse con il racconto di Diotima, quindi cominci a descrivere il figlio di Poros e Pena.
 Amore non  n bello, n delicato, come pensano molti, ma al contrario, a somiglianza della madre,  duro, scalzo, vagabondo, uso a dormir nudo e sulla nuda terra, sui pianerottoli delle case e per le strade, abituato a trascorrere le notti all'addiaccio e sempre in compagnia della miseria. Inoltre, come suo padre,  anche insidiatore dei belli e dei nobili, sempre pronto a escogitare trucchi di ogni tipo, curiosissimo di apprendere, inventare trappole, dedito a filosofare, terribile ciurmatore, stregone, sofista...
 (203 d)
Ebbene, ditemi se questo non  il ritratto preciso dello scugnizzo napoletano immortalato da Sommer nei suoi dagherrotipi verso la fine dell'Ottocento! Nudo, uso a dormir per terra, ricco di trappole, insidiatore dei ricchi e dei nobili. La descrizione di Socrate, per, non riusc a soddisfare il gusto oleografico dei commensali, e il primo a protestare fu proprio Fedro, il pi giovane di tutti.
 Come  possibile, o Socrate, che Amore non sia bello?! chiese il ragazzo.
 Tu stesso l'hai detto, o Fedro: Amore  chi ama, non  chi  amato. Solo chi  amato ha bisogno di essere bello. Chi ama, invece, ne pu fare a meno, e siccome il Bello pu identificarsi col Bene, chi vuole il Bello desidera anche il Bene, e potr essere felice solo quando lo avr trovato. Scopo dell'Amore  la procreazione del Bello.
 Vuoi forse dire chiese ancora Fedro che se io desiderassi il Bello, lo potrei anche generare?
 Certo che lo puoi, e genereresti contemporaneamente sia il Bello che il Bene! rispose Socrate infervorandosi. Tutti gli uomini desiderano diventare immortali. Ma come riuscirci?  semplice: partorendo il Bello e il Bene. Ognuno fa di tutto per assicurarsi l'immortalit: c' chi la cerca attraverso la gloria, chi s'illude di ottenerla accoppiandosi a una bella donna, e chi, fecondo nell'anima, lascia tracce di s nelle opere d'ingegno. Ebbene questa  la strada giusta: cominciare dalle bellezze del corpo per poi elevarsi, un gradino alla volta, fino a raggiungere il Bene assoluto.
 (206 c-211 c)
Considerare l'Amore come il frutto dell'unione della povert con l'arte della sopravvivenza  un'intuizione eccezionale. Basta darsi una guardatina intorno per rendersi conto: il dialogo, la solidariet umana, il bisogno di agor, il dividersi ogni giorno le gioie e i dolori, sono tutte prerogative dei popoli poveri, cos come la privacy  figlia naturale della ricchezza. Non appena una comunit raggiunge un alto reddito pro capite, ecco far capolino la difesa strenua del benessere gi raggiunto: ognuno si chiude nel suo bunker, comincia a diffidare del vicino di casa e prova persino un senso di fastidio ogni volta che lo incontra in ascensore. Visto da questa angolazione, il Simposio anticipa di quattrocento anni il Vangelo e in particolare il paradosso del cammello e della cruna dell'ago.
Per quanto riguarda poi il collegamento tra il Bello e il Bene, Platone considera l'Amore al pari di un ascensore che pi sale e pi trova inquilini di prestigio: al primo piano incontra l'amore fisico, al secondo quello spirituale, al terzo l'arte, e poi via via la giustizia, la scienza e la vera conoscenza, fino ad arrivare al piano attico dove abita il Bene Assoluto.
Socrate aveva appena finito di parlare quando si ud un frastuono assordante provenire dalla strada, poi un insistente bussare al portone e subito dopo la voce di una donna, forse una flautista, che chiedeva di entrare. Agatone ordin agli schiavi:
 Ragazzi, andate a vedere chi : se  qualcuno dei nostri, fatelo entrare, in caso contrario ditegli che siamo andati tutti a dormire.
 Ed ecco la voce di Alcibiade risuonare nel vestibolo:  completamente brillo, la flautista lo sorregge per non farlo cadere. Dietro di lui un gruppo festante di compagni di baldoria urla a pi non posso.
 Salute, o amici, esord Alcibiade e se accettate la compagnia di un ubriaco, del tutto fradicio, eccomi a voi: io sono qui per incoronare il mio amico Agatone, eccelso fra i poeti e bellissimo fra gli amici!
 Cos dicendo Alcibiade cerc di sfilarsi dal capo una corona di alloro per appoggiarla sulla testa di Agatone. Ma siccome barcollava, l'operazione non gli riusc al primo colpo, e questo gli imped di vedere Socrate seduto accanto ad Agatone. Il padrone di casa lo invit ad accomodarsi e solo allora il giovanotto si accorse del maestro.
 Tu qui, o Socrate, e proprio accanto al pi bello della compagnia! Per Ercole: le inventi davvero tutte pur di sdraiarti al fianco di chi desideri!
 E Socrate, rivolgendosi ad Agatone:
 Se puoi, o Agatone, cerca di aiutarmi, giacch costui  diventato per me un problema: dal giorno in cui  nata tra me e lui una storia amorosa, non mi  pi permesso posare gli occhi su nessun altro. Mi fa mille bizze, mi ingiuria in pubblico e a volte non riesce nemmeno a trattenere le mani. Bada che anche ora non si scateni, e se diventa violento, difendimi per cortesia, giacch l'esaltazione e la follia amorosa di Alcibiade non conoscono limiti!
 (212 e-213 d)
A questo punto Erissimaco, noto propugnatore dell'Armonia, fece un timido tentativo per ammansire Alcibiade.
 Ascoltami, o Alcibiade, mio giovane amico: prima del tuo arrivo, decidemmo di bere e nel contempo di render gloria al Dio Amore nel miglior modo possibile, cominciando a parlare dal lato destro della tavolata. Ebbene, al punto in cui siamo, tutti abbiamo bevuto e parlato, e l'ultimo a parlare  stato proprio Socrate. Ora, se non erro, tu hai gi abbondantemente bevuto: non ti resta quindi che dire la tua.
 (213 e)
Quanto segue, signori miei,  di sicuro la parte pi bella del Simposio. Al di l, infatti, del contesto omosessuale (che magari potrebbe anche infastidire qualcuno) l'amore che Alcibiade nutre per il suo maestro  commovente.
 Vi accontento subito, esord Alcibiade a bassa voce ma se per caso, o Socrate, mi capitasse di raccontare qualcosa su di te che non fosse vera, smentiscimi pure senza timore in presenza di tutti, giacch di proposito non intendo dire menzogne.
 (214 a)
Alcibiade fece una lunga pausa per poter ancora di pi accentrare su di s l'attenzione dei presenti, poi, indicando Socrate, riprese:
 Lo vedete quest'uomo? Prover a farne l'elogio per immagini: lui  somigliantissimo a quei sileni esposti nelle botteghe degli scultori, raffigurati in genere mentre stanno soffiando nel flauto. E forse pi di tutti rassomiglia a Marsia, il sileno nemico di Apollo: che lo sia d'aspetto, nemmeno Socrate potrebbe negarlo, ma che lo sia anche per il resto lo affermo io. E infatti  insolente come Marsia (e che non si azzardi a negarlo se non vuole che lo metta a confronto, subito, con dei testimoni).  pi flautista di Marsia: quello almeno incantava gli uomini con la musica, lui invece si serve della parola. Pensate che, quando l'ascolto, molto pi che ai coribanti mi batte il cuore. Ho ascoltato Pericle e gli oratori che vanno per la maggiore, e se me ne chiedete un giudizio non ho difficolt ad ammettere che sono bravissimi, ma solo in presenza di Socrate ho sentito l'anima ballarmi dentro e le lacrime sgorgare spontanee per effetto delle sue parole. A volte, facendomi violenza, ho distratto le orecchie dal suo parlare e, come Ulisse con le Sirene, ho trovato scampo nella fuga. Spesso, infine, mi sono sorpreso a desiderare che non fosse pi tra i vivi, pur sapendo che, se ci accadesse, ne resterei sconvolto. E lui? Lui niente. Lui non se ne importa. Lui va diritto per la sua strada. Sappiate che se uno  bello per lui non significa nulla, n gli importa se uno  ricco o possiede una di quelle doti che sono ambite da tutti. Un giorno, illudendomi che gradisse la mia bellezza, mi reputai fortunato e per compiacerlo mi misi ad ascoltarlo in silenzio. Era presente uno dei miei servi e lo mandai via di corsa. Pensavo che prima o poi mi avrebbe fatto uno di quei discorsi che in genere gli amanti fanno al loro amore non appena si trovano soli, ma lui non disse nulla: discorse con me come al solito, e, una volta terminata la giornata, mi salut e and via. Allora io l'invitai in palestra a far ginnastica insieme, sempre sperando che almeno l avremmo combinato qualcosa. Ebbene, non ci crederete, ma facemmo ogni tipo di esercizio, anche quelli pi coinvolgenti: lottammo l'uno avvinghiato all'altro senza che per questo accadesse nulla di significativo. Accortomi allora che non riuscivo a concludere nulla, lo invitai a cena a casa mia, proprio come fa un amante che tende una trappola all'amato. Ma neppure il bere e il mangiare insieme lo smosse pi di tanto; allora io, fattomi coraggio, dopo un'ennesima cena lo invitai a restare, a parlare e a bere fino a notte inoltrata, e quando volle andarsene, lo convinsi a dormire con me col pretesto che ormai era troppo tardi per uscire. Riposammo l'uno accanto all'altro, nel mio letto. Nella stanza non c'era nessuno: eravamo soli... Ora, se racconto queste cose  perch vedo qui intorno tanti miei compagni di sventura, vedo Fedro, Pausania, Agatone, Aristodemo, tutti accomunati dallo stesso delirio e dall'entusiasmo dionisiaco per la filosofia... Come stavo dicendo, quando spensi il lume e i servi furono usciti, mi parve che non fosse pi il caso di far troppe cerimonie, e allora gli rivelai sinceramente le mie intenzioni:
 Dormi, o Socrate?
 No mi rispose.
 Sai cosa ho pensato?
 Che cosa?
 Ho pensato che sei l'unico amante che potrei avere, degno di questo nome, eppure, non so perch, esiti a dichiararti! Ora, io ritengo che non vi sia nulla di pi importante che il cercare di diventare migliori, e sono altres convinto che nessuno pi di te potr aiutarmi a raggiungere questo obiettivo.
 Ebbene, cosa credete che mi abbia risposto? Prima si  fatta una risatina delle sue, e poi, con quell'aria finta ingenua che gli  solita, mi ha detto:
 Mio caro Alcibiade, se ho ben capito, tu vorresti barattare la tua bellezza, fatta di forme, con la mia bellezza, fatta di contenuti. In pratica  come se un mercante mi chiedesse di scambiare l'oro con il rame. Allora io a mia volta ti chiedo: ma non ti sembra di voler guadagnare un po' troppo a spese mie?
 A queste parole non mi trattenni: lo coprii con il mio mantello (era d'inverno) e tentai di abbracciarlo, ma lui mi respinse. Insomma, amici, dormii con Socrate e mi levai al mattino n pi n meno che se avessi dormito con mio padre o mio fratello. E ora eccomi ridotto alla stregua di uno schiavo, costretto come nessuno mai a girargli intorno. Consideratemi pure ubriaco per quello che ho detto, ma non dubitate della mia sincerit. Queste parole le dedico a te, o Agatone, affinch almeno tu non ti faccia ingannare come me, ma anzi, reso edotto dalle mie sventure, te ne stia sempre in guardia!
 Non mi sembri affatto ubriaco, o Alcibiade, replic Socrate, come al solito sornione, anzi, a mio avviso sei lucidissimo, dal momento che hai fatto tutto questo lunghissimo discorso, apparentemente sconclusionato, solo per raggiungere lo scopo che ti eri prefisso, e cio quello di mettere zizzania tra me e Agatone!
 Hai perfettamente ragione, o Socrate, esclam Agatone, alzandosi di scatto per poi andarsi a sedere alla destra del filosofo, non a caso infatti Alcibiade si  voluto sedere giusto tra noi due. Ma io non gliela dar vinta e mi sdraier di nuovo al tuo fianco!
 (214 a-222 e)
Questi erano i Greci del Simposio.
III

Il mito di Narciso
Negli anni Settanta, quando lavoravo alla IBM di Napoli, accadde un fatto curioso che merita di essere raccontato. Ci eravamo da poco trasferiti nella nuova sede di via Orazio ed eravamo tutti felici e contenti per la magnificenza dei locali. Il nostro era uno dei pi bei palazzi che dominavano il golfo: primo e ultimo piano, entrambi a perpendicolo su Mergellina, con un Vesuvio di sfondo cos vicino, ma cos vicino, da dare l'impressione di poterlo toccare con le mani. Unico neo: l'ascensore moscio, o per dirla in linguaggio tecnico non adeguato al dinamismo dell'azienda. D'altra parte, l'edificio era stato progettato solo per uso abitativo, e non prevedeva quindi un viavai di impiegati.
Dopo qualche mese di rodaggio, cominciarono a fioccare le prime proteste: sia gli inquilini cosiddetti civili che i dipendenti IBM erano fuori della grazia di Dio. Il continuo andirivieni tra il primo e l'ultimo piano provocava attese interminabili. Ieri sbraitava una delle segretarie sono rimasta sul pianerottolo per pi di un quarto d'ora! Ovviamente non era vero: al massimo ci sar stata cinque minuti, il guaio per  che a lei erano sembrati molti di pi. Che fare? La IBM decise finalmente di intervenire con i suoi potentissimi mezzi e cre un'apposita task-force per risolvere il problema. Nel giro di un paio di mesi fu varato il progetto SAFN (Secondo Ascensore per la Filiale di Napoli). E nel frattempo, il portiere dello stabile, il mitico don Attilio, fu incaricato dal nostro direttore di rilevare l'entit del traffico tra le 8,30 e le 19.
Don Attilio, da buon non-informatico qual era, prese un quaderno a quadretti da poche lire, con la copertina nera, e con molta pazienza fece un segnetto per ogni individuo che vedeva entrare o uscire dall'ascensore (per la precisione: un'asticella per i civili e una crocetta per gli IBM). Alla fine del rilevamento fu indetta una riunione per valutare i costi dell'operazione e per convincere i condomini ancora riluttanti a non opporsi al progetto. Erano presenti tutte le funzioni interessate: noi della filiale, la task-force venuta da Milano e don Attilio con il quadernetto nero. Si stava discutendo di quattrini e di permessi, quando dal fondo della sala il portiere si alz in piedi e chiese la parola.
Che c', don Attilio? disse il direttore.
Dott, io ci avrei un'idea.
E sarebbe?
Dott, scusate se m'intrometto, continu a dire il brav'uomo ma io al vostro posto, invece di spendere tutti questi milioni, metterei vicino al muro, a ogni pianerottolo, nu bellu specchio: cos la gente si guarda, il tempo passa e nessuno se ne accorge!
Fu questa la soluzione vincente. La verit  che siamo tutti un po' narcisi, anche quelli non propriamente bellissimi: ci piace guardarci nello specchio, e pi di tutto ci piacerebbe vederci in televisione!
La tesi che siamo tutti narcisi,  bene chiarirlo, non  mia ma di Freud. L'inventore della psicoanalisi, all'inizio, era convinto che il narcisismo fosse solo una perversione, poi, avendone trovato tracce in quasi tutti i pazienti, gli venne il sospetto che si trattasse invece di una componente comune della psiche umana, complemento libidico dell'istinto di conservazione. Detto pi terra terra, ognuno di noi, anche quando ama, pretende di riscontrare nel proprio partner dei segni di gradimento. Ebbene, dice Freud, quando ci accade  come se considerassimo la persona amata uno specchio dove poterci guardare.
Narciso, diciamolo subito, era un po' narcisista. Fin da piccolo non manifest alcun segno di curiosit verso il mondo esterno: amici o amiche non ne aveva, tantomeno fidanzate o amanti. Ma procediamo con ordine e cominciamo col parlare dei suoi genitori.
Una bella mattina la cerulea Liriope, mentre prendeva il bagno nuda, fu sedotta dal fiume Cefiso, in un avvolgente gorgo per dirla con Ovidio. Dopo nove mesi...
 la bella partor tale un bambino
 che gi poteva innamorar col riso;
 e tosto consult, s'era destino
 che lunga et vivesse il suo Narciso,
 che tal nomollo. E a lei: S l'indovino
 se non vedr rispose il proprio viso.
 (Ovidio, Metamorfosi III, 344-348)
Tradotto in parole pi attuali, il giorno stesso in cui partor Narciso, sua madre chiese a un indovino, il cieco Tiresia, quante probabilit avesse il neonato di giungere alla vecchiaia. E Tiresia rispose:
Vivr finch non vedr la propria immagine.
O, per essere pi precisi, si se non noverit, che significa finch non conoscer se stesso. Immaginiamoci come ci rimase la povera Liriope: fu costretta a far sparire di casa tutte le superfici riflettenti, e come tali gli specchi, i vetri, le pentole di rame, le lastre di argento e via enumerando.
Giunto all'et di sedici anni, Narciso divenne il pi bel giovanotto del paese. Dal monte Elicona al mare, dicevano a Tespi nessuno  pari, in quanto a bellezza, al figlio di Liriope, e chiunque lo vorrebbe come amante. Ma il ragazzo, lo abbiamo gi detto, non amava il prossimo suo.
 Lui ben mille garzon, mille bramaro
 donzelle accarezzar; ma tal dispetto
 in s tenera et nutre e alterezza,
 che i lor voti non ode e li disprezza.
 (Op. cit. III, 353-355)
Nulli illum iuvenes, nullae tetigere puellae, come dire che non si filava nessuno, n i maschietti, n le femminucce. Una volta un ragazzo, un certo Aminia, gli scrisse un bigliettino:
Dammi un pegno che m'ami, o dolce amico, ch, senza di te, preferirei morire!
Ebbene, quale pegno pensate gli abbia inviato Narciso? Una spada! Sissignore, proprio una spada, come a dire: Ammazzati pure, tanto io me ne frego!. E quello si ammazz sul serio: si rec una sera davanti al suo portone e s'infilz con la spada che aveva appena avuta in regalo, dopo avere invocato, per, sul capo dell'amato la vendetta degli Dei.
Che un uomo potesse suicidarsi perch non corrisposto da un ragazzo non era un caso insolito nel mondo greco. In proposito, ricordiamo uno degli idilli pi struggenti di Teocrito, poeta siracusano del III secolo a.C., che ben si adatterebbe al caso di Aminia e Narciso.
 Un uomo appassionato amava un giovane crudele,
 bello d'aspetto, ma non di cuore:
 odiava chi l'amava e niente era dolce in lui,
 non conosceva Eros, n il suo potere, n la forza
 del suo arco, n le amare ferite dentro il petto.
 (Teocrito, Idilli XXIII, 1-5)
Ma l'amore si sa, non si scoraggia per cos poco: pi viene ostacolato e pi si attizza, e soprattutto passa sopra a qualsiasi difetto della persona amata.
 Anche cos era bello: la sua collera dava nuova
 passione all'amante, che alla fine non resse alla
 fiamma impetuosa. And a quella casa nemica
 e pianse davanti alla porta. Baci la sua soglia,
 e lasci che il dolore fluisse. Ragazzo crudele,
 ragazzo di pietra, implacabile, indegno d'amore,
 io vengo a portarti l'ultimo dono: il mio cappio.
 Non voglio pi affliggerti con la mia presenza:
 io vado dove tutti gli amanti trovano il farmaco
 giusto per dimenticare, il fiume dell'Oblio.
 Seppure nemmeno accostandolo alle labbra, e
 bevendolo tutto di un fiato, riuscirei a spegnere
 questo amore. Un saluto d'addio alla tua porta.
 (Op. cit. XXIII, 14-27)
Detto fatto, l'amante s'impicca: fissa il cappio alla trave della porta e sale su una grossa pietra. Prima, per, di dare il calcio alla pietra fatale, cos come la definisce Teocrito, supplica ancora una volta il ragazzo crudele.
 Fammi un favore, fanciullo, in quest'ultima ora:
 quando uscirai e alla tua porta mi vedrai impiccato,
 non ignorarmi: fermati e piangi, solo un istante.
 Poi staccami dal nodo e vestimi con i tuoi vestiti,
 e dammi un estremo, unico bacio. Dona per un attimo
 le tue labbra al mio cadavere. Non temere: io non
 potr abbracciarti. E prima di andare via, grida
 forte, tre volte: Riposa in pace, mio caro.
 E scrivi questo epitaffio: Fermati viandante,
  l'amore che l'ha ucciso. Aveva un amico crudele!.
 (Op. cit. XXIII, 35-48)
Che il fanciullo fosse crudele, non ci sono dubbi; Teocrito, infatti, chiude l'idillio scrivendo:
 Apr la porta il ragazzo e vide il cadavere,
 ma il suo cuore non ne fu commosso e non pianse.
 Se ne and tranquillo alle gare del ginnasio
 e poi, come sempre, se ne and in piscina.
 (Op. cit. XXIII, 53-57)
Pi o meno cos era anche Narciso: non aveva amici e non parlava con nessuno. Unica sua passione, la caccia, ovviamente da solo. E stava per l'appunto cacciando un cervo, quando incontr la bella Eco. Ma chi era Eco? Era una ninfa dei monti, una delle Oreadi, celebre invece per la sua parlantina.
Si racconta che un giorno Zeus, avendo notato questa propensione di Eco per il pettegolezzo, l'avesse spinta a distrarre sua moglie Era, in modo da potersela filare con una sua amante, senza essere visto.
Tu, disse alla ninfa raccontale le ultime novit dell'Olimpo, dille di quella volta in cui Afrodite fu scoperta a letto con Ares, e di tutte le arrabbiature che si prese Efesto, insomma, tienila impegnata per un paio di ore.
Era per si accorse che Eco
 la intratteneva con sua accorta favella
 finch il consorte con la rival fuggiva
 (Metamorfosi III, 364-365)
e la volle punire. Le mise una mano sulla bocca e le tolse l'uso della parola.
 Da oggi in poi le disse con quella stessa lingua con la quale mi hai frastornato, potrai solo raddoppiare i suoni che udranno le tue orecchie, e non potrai parlare, se non al termine dell'altrui parlare.
 (Op. cit. III, 366-369)
Povera Eco: non solo le avevano tolto la facolt di spettegolare, ma anche di comunicare i propri sentimenti all'uomo che amava. E gi, perch nel frattempo Eco si era perdutamente innamorata di Narciso. Com'era successo? Be', per caso, mentre vagava per le foreste sulle falde dell'Elicona.
 Quando essa lo vide aggirarsi tra i boschi, si accese di tenero amore e di nascosto ne segu le orme, e quanto pi gli si accostava, tanto pi le s'infiammava il cuore, cos come lo zolfo che  in cima alle fiaccole prende fuoco non appena vede la fiamma che gli si avvicina. Oh, poterlo fermare! Oh, potergli rivolgere frasi amorose e suadenti preghiere!
 (Op. cit. III, 370-376)
Ma come fare a dirgli tutto quello che aveva nel cuore? Lei, in pratica era muta, era una che poteva solo ripetere le ultime sillabe che udiva. Ecco, comunque, parola pi parola meno, quello che si dissero quel giorno Eco e Narciso:
Chi  costei che m'insegue?
... segueee.
Cosa vuoi da me orribile donna?
... donnaaa.
Lo vuoi capire o no che voglio restar solo!
... solooo.
Vattene via, ho detto: vattene via!
... viaaa ripet Eco, e Narciso se ne and.
 E da quel giorno Eco, sentendosi rifiutata, visse in solitarie caverne e si copr di foglie il volto reso rosso dalla vergogna. E cos accadde che la passione e il dolore per il rifiuto ebbero ragione di lei: cominci a consumarsi dal di dentro, la pelle le si raggrinz addosso, e nel giro di pochi giorni spar del tutto. Di lei rest nell'aria solo la voce, o per meglio dire la capacit di ripetere l'ultima parola che udiva. Ormai Eco era diventata un suono.
 (Op. cit. III, 394-401)
L'episodio del suicidio di Aminia e subito dopo quello di Eco, consumatasi per amore, rese impopolare Narciso.
 Ma chi si crede di essere questo vanesio! cominci a dire la gente. Che possa essere rifiutato al pari di come rifiuta! La voce, a forza di circolare, giunse agli Dei e in particolare alla Dea di Ramnunte, la terribile Nemesi. E cos accadde che un giorno Narciso venne attratto da una limpida fonte situata in mezzo ai monti.
 (Op. cit. III, 405-410)
Si trattava, racconta Ovidio, di un minuscolo lago al quale non si erano mai accostati n pastori, n capre, n uccelli, n fiere.
 Qui, dall'arsura e dal cacciar gi lasso,
 tratto al bel di quel loco il giovinetto
 per dissetarsi un d rivolse il passo;
 ma un'altra sete, ohim, crebbegli in petto!
 Ch mentre chino a ber pende sul basso
 fonte, avvisa nell'onda il proprio aspetto:
 attento il guata, e tanto error l'ingombra,
 che stima corpo una fuggevol ombra.
 (Op. cit. III, 413-417)
Ma cosa vide Narciso nell'acqua?
 Per la prima volta vide i suoi occhi, e li scambi per una coppia di stelle, e per la prima volta vide i suoi capelli e li trov degni di Apollo o di Dioniso, e per la prima volta vide le sue guance ancora imberbi, il collo d'avorio, la tenera bocca, e l'incarnato rosa misto al candore della neve. Ignaro, cominci a bramar se stesso. Lod e fu lodato. Desider e fu desiderato. E quante volte baci la fonte ingannatrice, e quante volte immerse nell'acqua le tremanti braccia, pur non riuscendo ad abbracciare la persona amata!
 (Op. cit. III, 421-430)
Raramente un amante, rivolgendosi all'amato, riusc a essere pi tenero di Narciso, il giorno in cui s'innamor della propria immagine! Sentite quel che fu capace di dirsi:
 Chiunque tu sia, ragazzo, esci dall'acqua e vienimi incontro! Perch hai deciso di farmi soffrire? Perch mi sfuggi? Perch fai di tutto per sottrarti al mio amore? Eppure quando ti tendo le braccia, anche tu me le tendi; e quando sorrido, anche tu mi sorridi, e quando piango anche tu piangi, e mischi le tue lacrime alle mie nella medesima acqua.
 (Op. cit. III, 450-460)
Da questo punto in poi il mito di Narciso si dirama in diversi finali a seconda degli autori. Proveremo a citarne alcuni.
In una raccolta di favole del Duecento, nota come il Novellino, leggiamo che il molto bellissimo Narciso, avvilito dall'inutilit dei suoi sforzi, si lasci cadere nel laghetto e, salute a noi, vi mor annegato, anche perch, malgrado fosse figlio di un fiume e di una ninfa delle acque, non sapeva nuotare. Eccovene la versione originale:
 Narcis fue molto bellissimo. Un giorno avenne ch'e' si riposava sopra una bella fontana. Guard nell'acqua e vide l'ombra sua ch'iera molto bellissima: incominci a riguardarla e rallegrarsi sopra la fonte, e l'ombra sua facea il simigliante; e cos credette che quella fosse persona che avesse vita, che istesse nell'acqua, e non si acorgea che fosse l'ombra sua. Cominci ad amare, e inamoronne s forte, che la volle pigliare; e l'acqua si turb e l'ombra spario, ond'elli incominci a piangere sopra la fonte; e l'acqua schiarando, vide l'ombra che piangea in sembiante s com'egli. Allora Narcis si lasci cadere nella fonte, di guisa che vi moro e anneg.
 (Il Novellino XLVI)
Pi fantasiosa la versione di Pausania. L'autore della pi antica guida della Grecia sostiene che Narciso, in realt, era stato molto innamorato di una sua sorella gemella, morta di malattia, e che, quando si chin sulla fonte per bere, gli sembr di vederla rinascere.
 Narcisso avea una sorella gemella, in tutte le altre cose simile a lui nell'aspetto, cos come ambedue avean simile la chioma e la veste con cui erano vestiti, e alla caccia andavano insieme; si accese allora Narcisso d'amore per la sorella. Allorquando per la fanciulla mor, recandosi egli ogni giorno alla fonte, pur comprendendo che quella che vedeva altri non era che la sua immagine riflessa, era pur sempre per lui un alleviamento alle pene d'amore.
 (Pausania, Guida della Grecia XXXI, 5)
Ma torniamo a Ovidio e alle Metamorfosi. Narciso  disperato: l'amato non risponde. A un certo punto, le lacrime finiscono con l'increspare le acque e col far svanire l'immagine, al che lui si mette a gridare:
 Fermati: non lasciarmi, o crudele, lo sai che t'amo! Mi sia concessa almeno la vista dal momento che toccar non posso. Nel lamentarsi si lacer la veste e si percosse il petto nudo con le marmoree mani, e un rossore si diffuse sul suo petto percosso.
 (Op. cit. III, 477-482)
Insomma, per chi non l'avesse ancora capito, Narciso si uccise; con ogni probabilit infilzandosi con un pugnale, e si racconta anche che in punto di morte abbia mormorato:
Addio ragazzo delle acque, addio: io mi uccido per te, per non averti potuto abbracciare. Giacch tu sei e rimarrai per me l'unico amore.
E da lontano si sent ripetere l'ultima parola:
... amoreee.
Era Eco che, come sempre, ripeteva l'ultima parola.
 Morto Narciso, si ud un funebre lamento: erano le sue piangenti sorelle, le Naiadi, che gli offrivano le recise chiome. E gi pronto era il rogo e gi le fiaccole tremavano al vento, allorquando il corpo spar dalle rive accanto alla fonte, e al posto suo venne trovato un fiore giallo, circondato da candide corolle.
 (Op. cit. III, 506-510)
Il fiore nato dal corpo di Narciso venne chiamato per l'appunto narciso. Appartenente al genere delle Amarillidacee bulbose, si presenta in natura a volte giallo e a volte bianco; al suo interno, ma solo in alcune specie, si intravedono minuscole macchie di colore rosso ( inutile precisare che per alcuni dette macchie sarebbero la prova che il fiore nacque dal sangue di Narciso). Ed ecco come il fiore viene raccontato dal marinista Giuseppe Battista:
 Fiore dopo la morte egli qui nacque,
 e fiore ancor, di se medesmo amante,
 ammira le sue bellezze entro l'acque.
 (Giuseppe Battista, Il fatto di Narciso)
Si racconta anche che Narciso, quando attravers lo Stige per entrare nell'Oltretomba, si sia affacciato nelle acque del fiume, sempre sperando di vedersi riflesso. Ma non riusc a scorgere nulla, dal momento che lo Stige era il fiume dei morti, e perci torbido, fangoso, privo di qualsiasi riflesso. Ebbene, Narciso ne fu contento:
Vuol dire che solo io sono morto mormor e che tu non sei morto ancora! Vivi sempre lass, sul monte Elicona, in quella fonte di acqua limpida, nel bosco dei miei sogni!
IV

I viaggiatori dell'Oltretomba
Da Orfeo a Tot (nel film Tot all'Inferno), i viaggiatori che hanno fatto capolino nell'Oltretomba per poi tornare sulla Terra, Dante compreso, sono stati moltissimi. Non potendo citarli tutti, ci limiteremo a ricordare quelli pi noti del periodo classico, e precisamente il platonico Er, Teseo, Ulisse, Enea e il gi nominato Orfeo.

Er
A volerlo giudicare oggi, quello di Er fu un caso di morte apparente: il giovanotto venne raccolto esanime su un campo di battaglia e sistemato con altri cadaveri su una pira funebre. Sennonch, mentre gli altri commilitoni erano tutti in stato di avanzata decomposizione, lui, pur essendo morto da pi di dieci giorni, conservava uno strano colorito roseo; e cos accadde che, giusto un attimo prima che i sacerdoti si avvicinassero alla pira con le torce in mano, lui tornasse in vita, pi vispo che mai.
Una volta ripresi i sensi, Er raccont quello che aveva visto durante i dieci giorni in cui aveva fatto il morto.
 Uscita dal corpo, la mia anima si incammin insieme alle altre e giunse in un luogo meraviglioso dove si scorgevano quattro immense aperture: due sprofondavano nel buio della terra, e due davano accesso al cielo. Proprio in mezzo alle aperture sedevano i giudici; costoro invitavano i giusti a deviare a destra per raggiungere il cielo, e gl'ingiusti a imboccare la strada degli Inferi. I primi portavano scritti sul petto i loro meriti, mentre i secondi avevano sul dorso l'elenco di tutte le loro malefatte.
 (Platone, Repubblica X, 614 c)
Quando Er si fece avanti per essere giudicato, venne subito respinto: i funzionari celesti gli spiegarono che la sua presenza era da imputarsi a un banale errore delle Moire; pur tuttavia, dal momento che era l, che vi restasse pure, a patto per che, una volta sulla Terra, raccontasse ai mortali tutto quello che avrebbe visto. Confesso che, fin dalla prima volta che lessi questo passo della Repubblica di Platone, mi piacque moltissimo l'idea che anche le Moire potessero sbagliare.
Oltre le anime dei defunti in attesa di giudizio, Er vide anche quelle che stavano per nascere di nuovo. Provenivano da turni di vita gi vissuti e fuoriuscivano dalle aperture del cielo, o dalle voragini degli Inferi, a seconda che avessero appena finito di scontare il premio ricevuto o la pena alla quale erano stati condannati.
 Quelle che risalivano dalla terra erano tutte sozze e impolverate, le altre invece, quelle che scendevano dal cielo, erano linde e luccicanti. Tutte per confluirono nel medesimo prato, quasi si trattasse di un raduno festivo, e quelle che si erano conosciute in qualche altra vita si scambiarono affettuosi saluti: le anime che provenivano dal sottosuolo chiedevano notizie del mondo celeste, e quelle che provenivano dal cielo erano curiose di sapere cosa ci fosse di tanto orribile nel mondo sotterraneo. Si scambiavano in tal modo le loro impressioni: le prime piangendo a dirotto per i patimenti sofferti, e le seconde magnificando i godimenti celesti e le visioni di bellezza.
 (Op. cit. X, 614 e-615 c)
A detta di Platone, la pena (o il premio) corrispondeva alla colpa nella misura di dieci a uno. In altre parole, un assassino, per essere riammesso a nuova vita, doveva soffrire dieci volte quello che aveva fatto soffrire alle sue vittime.
A un certo punto Er vide un'anima che, pur non avendo scontato del tutto la pena, cercava a ogni costo di uscire da una delle voragini. Si trattava di tale Ardieo, un feroce tiranno che nell'ultima vita vissuta, pur di impadronirsi del trono, non aveva esitato a uccidere il vecchio padre e il fratello maggiore. Ebbene, non appena il dannato tent di sgattaiolare all'esterno, la voragine emise un suono assordante ed erutt alcuni esseri di fuoco i quali, rapidi come folgori, lo acciuffarono per i piedi e lo scorticarono seduta stante, per poi trascinarlo a lungo su un tappeto di piante di ortica.
 Ma ecco apparire davanti a noi una luce diritta come una colonna, molto simile all'arcobaleno, ma pi intensa e pi pura [ sempre Er che racconta]. Questa luce teneva fermo il cielo cos come una gomena riesce a trattenere una triremi. Alla sua estremit era appeso il fuso di Ananke intorno al quale giravano tutte le sfere. Sia il fuso che l'uncino erano di diamante. Il fuso si svolgeva lentamente sulle ginocchia di Ananke. Intorno a lei cantavano le Moire: Lachesi, Cloto e Atropo. Vestivano tutte e tre abiti bianchi e avevano serti sul capo. Lachesi cantava il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro.
 (Op. cit. X, 616 b-617 c)
Ananke, ovvero la Necessit, ovvero il Destino, era per i Greci la Dea pi potente dell'Olimpo: perfino Zeus era costretto a sottostare ai suoi voleri senza discutere. Quando Ananke aveva deciso qualcosa, non c'erano Santi, o per meglio dire non c'erano Dei, capaci di farle cambiare idea! Per alcuni era la madre delle Moire, per altri invece (tra cui Platone) solo la sorella maggiore. Le Moire sovrintendevano ai vari momenti della vita. Cloto ne filava il fuso, Lachesi misurava la lunghezza del filo e Atropo, colei che mai perdona, lo tagliava con forbici inesorabili.
Er stava l, estasiato, a guardare, quando gli si fece incontro un araldo:
 Anime dall'effimera esistenza corporea, disse l'araldo inizia per voi un altro periodo di vita, preludio a una nuova morte. Non sar un dmone a scegliere il vostro destino, ma sarete voi a scegliere il dmone che preferite. Il primo, infatti, che la sorte indicher, sar anche il primo a decidere il tipo di vita che vorr vivere. A questo punto, una volta che ha compiuto la scelta, non potr pi tornare indietro, e nemmeno prendersela col Dio.
 (Op. cit. X, 617 c)
Dette queste parole, l'araldo scagli le sorti, ovvero i numeri in base ai quali ognuno dei presenti sarebbe stato chiamato. Ognuno raccolse il dado che gli era caduto pi vicino, a eccezione di Er, che stava l solo per fare da testimone.
Subito dopo, l'araldo depose per terra innumerevoli sassi, ciascuno con la scritta riguardante una vita. Ed ecco come le possibili esistenze ci vengono elencate da Platone:
 C'erano vite di ogni genere, di qualsiasi animale e di qualsiasi essere umano. C'erano vite di tiranni, alcune durature, altre interrotte a met, alcune finite in esilio, altre ridotte in miseria. C'erano vite di uomini che avrebbero raggiunto la celebrit, o per la bellezza, o per il vigore fisico, o per l'attivit agonistica, o per la nobilt e la virt degli antenati. E cos pure vite di gente comune, o semplici vite di casalinghe.
 (Op. cit. X, 616 b-617 c)
Insomma c'era di tutto: ricchezze e povert, gioie e dolori, malattie e salute, e ognuna di queste cose in misura diversa a seconda del tipo di vita. Quelli che sceglievano senza riflettere, magari perch abbagliati dal prestigio di un ruolo, finivano spesso col trovarsi in balia di un'esistenza avvelenata dagli affanni e dai pericoli. Eppure l'araldo li aveva avvertiti:
 Anche chi si presenta per ultimo, purch sappia scegliere con la dovuta saggezza, potr vivere una vita tranquilla. Il primo ordunque faccia la sua scelta senza precipitazione, e l'ultimo non si scoraggi!
 (Op. cit. X, 619 b)
Socrate subito ne approfitt per dire che mai come in quella occasione risult utile essere un filosofo: non a caso, infatti, le vite migliori furono accaparrate da quelli che, avendo sofferto in passato, pi degli altri avevano avuto modo di riflettere sul senso delle cose.
 Il primo a essere convocato dalla sorte racconta Er scelse la vita di un tiranno potentissimo. A questa decisione era pervenuto spinto dall'ignoranza e dall'ingordigia. Senza accorgersi, per sua sventura, che il Fato gli riservava moltissimi mali, tra cui quello di doversi divorare i figli.
 (Op. cit. X, 619 b-c)
La maggioranza sceglieva in base a esperienze gi maturate. Alcuni desiderando ripeterle (seppure con maggiore fortuna), altri, invece, cercando di evitarle. Er vide molti mitici personaggi compiere la loro scelta.
 L'anima di Tamiri volle diventare un usignolo. Aiace Telamonio, memore delle delusioni patite allorch gli vennero rifiutate le armi di Achille, prefer nascere leone piuttosto che vivere in un mondo di uomini ingiusti. E anche Agamennone, per pura ostilit verso il genere umano, prefer infilarsi nel corpo di un'aquila piuttosto che in quello di un re. La veloce Atalanta, stanca per aver partecipato a tante avventure, avrebbe di certo scelto l'esistenza tranquilla di una madre di famiglia, se non si fosse imbattuta nella sorte di un atleta pi volte vincitore nelle gare olimpiche: incapace di resistere al fascino della gloria agonistica, fin col raccoglierne il dado. L'ultimo a essere chiamato fu Ulisse: ebbene l'astuto figlio di Laerte, messo sull'avviso dalle vicissitudini del suo interminabile ritorno, scelse la vita di un uomo comune, a patto per che fosse priva di qualsiasi seccatura. Trov questa vita gettata in un angolino e ignorata da tutti. Quando la vide, disse ad alta voce che l'avrebbe scelta anche se fosse stato lui il primo a essere chiamato.
 (Op. cit. X, 620 a-d)
Il mito si chiude cos: con tutte le anime che, prima di tornare a vivere, vengono invitate a bere le acque del Lete per dimenticare la vita precedente.
 A differenza degli altri, Er ebbe l'ordine di non bere le acque del Lete. Come avesse fatto poi a rientrare nel suo corpo non seppe mai dirlo; disse solo che tutto ad un tratto aveva aperto gli occhi e si era trovato seduto su una catasta di legna, proprio mentre i suoi familiari stavano per appiccare il fuoco.
 (Op. cit. X, 621 b)

Teseo
Teseo e Piritoo, diciamolo subito, erano due vecchi sporcaccioni: malgrado avessero da un bel pezzo superato i cinquanta, vollero procurarsi un paio di amanti di classe, e dal momento che, come si dice, avevano gli occhi pi grandi dello stomaco, decisero di rapire nientemeno che due figlie di Zeus. La prima a finire nelle loro grinfie fu la famosissima Elena, appena dodicenne, a cui il Fato aveva riservato, fin d'allora, il ruolo dell'eterna rapita. Per l'anagrafe, Elena era figlia di Tindaro e Leda, per i bene informati, invece, una delle tante figlie che Zeus aveva disseminato nel corso delle sue molteplici scappatelle.
I due, una volta messa al sicuro la prima preda in un castello dell'Attica (se la giocarono anche ai dadi, e vinse Teseo), si guardarono intorno per cercare la seconda. Ma chi scegliere tra le tante figlie illegittime che il Padre degli Dei aveva messo al mondo? Pensa e ripensa, i due bricconi ebbero la faccia tosta di chiedere consiglio proprio a lui, al divino genitore.
Rapite Persefone, sugger perfidamente Zeus, ben sapendo in quali guai si sarebbero andati a cacciare posso garantirvi che la moglie di Ade  la pi bella di tutte le figlie che ho generato!
Rapire Persefone voleva dire, in pratica, scendere nell'Oltretomba, e questo a Teseo non piaceva per nulla; il giuramento fatto, per, lo costringeva, volente o nolente, a seguire Piritoo nell'impresa.
I due evitarono di traversare lo Stige e riuscirono a penetrare nel mondo sotterraneo attraverso una porticina segreta situata in una caverna della Laconia, in modo da presentarsi al cospetto di Ade quando questi meno se l'aspettava. Una volta giunti davanti a lui, Teseo e Piritoo ebbero il coraggio di chiedergli, spade alla mano, la consegna immediata di Persefone. Il Re degli Inferi non batt ciglio.
D'accordo, disse prima per sediamoci a bere qualcosa. E cos dicendo indic loro due sedie collocate di fronte al suo trono. Queste sedie, ovviamente, non erano sedie qualsiasi, bens due poltrone dell'Oblio, capaci di sequestrare chiunque vi si fosse seduto: nel senso che si tramutavano immediatamente in carne, diventando un tutt'uno con il corpo del malcapitato.
Teseo e Piritoo restarono immobilizzati sulle poltrone dell'Oblio per un bel pezzo, circondati da serpenti, mordicchiati dal cane Cerbero e frustati dalle Moire, il tutto mentre Ade si divertiva a schernirli. Teseo, in particolare, vi sarebbe rimasto chiss quanto tempo se un bel giorno Eracle, sceso gi negl'Inferi per catturare il cane Cerbero, non fosse riuscito, con la sola forza delle braccia, a liberarlo. Si racconta, per, che durante lo strappo, buona parte delle natiche di Teseo restarono appiccicate alla poltrona, il che spiegherebbe, a detta dei mitologi, il motivo per cui, ancora oggi, gli ateniesi non dispongono di glutei sufficientemente adiposi.
Eracle e Teseo, prima di andarsene, cercarono di liberare anche il povero Piritoo. Ogni loro tentativo, per, and a vuoto dal momento che, come ci provavano, un tremendo terremoto scuoteva tutta la terra. Nec Lethaea valet Theseus abrumpere caro vincula Pirithoo dice Orazio, e bisogna credergli.

Ulisse
A differenza di Teseo e Piritoo, Ulisse non ebbe alcun bisogno d'infilarsi in un cunicolo sotterraneo per raggiungere il mondo dei morti: vi giunse spinto da una tempesta, dopo aver superato i limiti dell'oceano fino allora conosciuto. Seguiamo la sua avventura, cos come lui stesso la racconta ai Feaci.
 Tutto il giorno le vele restarono tese. La nave aveva corso a lungo sul mare. Il sole cal e tutte le strade cominciarono a ombrarsi. Giungemmo cos ai confini dell'Oceano profondo.  l che abitano i Cimmeri, avvolti da nebbie e da nuvole. Giammai il Sole li guarda con i suoi raggi splendenti, n quando sale nel cielo stellato, n quando scende al tramonto. E su questi infelici mortali sempre uguale si stende una notte funesta.
 (Omero, Odissea XI, 11-19)
L'eroe dagli occhi azzurri, dalla pelle scura e dai capelli screziati di salsedine s'interruppe un attimo. Immobili e in silenzio restarono i Feaci, da incantesimo presi nella sala ombrosa.
 Una volta sbarcate le bestie, andammo lungo il corso dell'Oceano, finch non arrivammo al punto indicato da Circe. L giunti, io scavai con la lama aguzza una fossa lunga un cubito, in un senso e nell'altro, e versai un'offerta ai defunti, prima di latte e miele, poi di dolce vino, e infine d'acqua. Cosparsi quindi il tutto con bianca farina d'orzo, dopodich giurai sulle teste dei morti che, una volta giunto a Itaca, avrei immolato in loro onore la pi bella delle vacche sterili, e in particolare a Tiresia, e a lui soltanto, il pi bello dei montoni neri.
 (Op. cit. XI, 20-33)
Tiresia, per chi non lo sapesse, era l'indovino pi illustre di tutto il mondo greco e Ulisse aveva un interesse personale a evocarne l'anima, giacch solo Tiresia avrebbe potuto rimetterlo sulla buona strada per raggiungere Itaca.
 Dopo aver cos supplicato i morti, con voti e preghiere, afferrai e scannai le bestie sul limite della fossa. Fosco come una nube si mise allora a scorrere il sangue. A quel punto, dall'Erebo, cominciarono ad arrivare le anime dei defunti: donne, ragazzi, vecchi provati dal dolore, tenere spose dall'animo straziato, uomini uccisi in battaglia con le armi lorde di sangue, alcuni con il petto ancora squarciato, tutti cercando di avvicinarsi alla fossa con acuto gridio. Mi prese una tale angoscia, che ordinai ai compagni di scuoiare e bruciare le bestie e di pregare il possente Ade e la tremenda Persefone.
 (Op. cit. XI, 34-47)
Ed ecco, come in un film horror, le silhouette dei morti che si accalcano intorno alla fossa, smaniosi di bere il sangue delle vittime. Il primo a presentarsi fu un certo Elpenore, un compagno d'arme appena morto. Ulisse gli chiede il motivo del decesso e lui cos risponde:
 O divino figlio di Laerte, o Odisseo pieno di astuzie, mi colp la mala sorte e il troppo vino: dormivo ubriaco in casa di Circe e, invece d'imboccare la scala, come avrei dovuto, mi gettai a capofitto dal tetto, rompendomi l'osso del collo.
 (Op. cit., XI, 60-65)
Subito dopo ecco farsi avanti la madre di Ulisse, Anticlea. L'eroe ignorava la sua morte: l'aveva lasciata viva e vegeta nella sua casa a Itaca e ora se la ritrova, ombra fra le ombre, nel mondo dei morti. Vorrebbe parlarle, ma avendo scorto nel medesimo istante Tiresia, l'indovino per il quale si era spinto fin l, la prega di attendere. Nel frattempo Tiresia gli chiede:
 O divino figlio di Laerte, o Odisseo pieno di astuzie, perch mai, infelice, lasciata la luce del sole, sei venuto a vedere i defunti e questo tristissimo luogo? Ors, allontanati dalla fossa, togli l'aguzzo brando, e fa' che io beva di questo sangue e ti dica parole veraci.
 (Op. cit. XI, 92-96)
Tiresia, grato della bevuta, gli predice tutto quello che gli accadr tornando a Itaca, e questo consentir a Ulisse di rivolgere la sua attenzione alla madre che  sempre l, in attesa.
 O madre, quale fato di morte spietata ti vinse? Una lunga malattia o un dardo improvviso [un infarto] di Artemide saettatrice? Dimmi inoltre di mio padre e di mio figlio, e svelami il pensiero e il volere della mia legittima sposa, se mi  rimasta fedele o se ha sposato qualche nobile acheo.
 (Op. cit. XI, 171-179)
Nel dire queste parole, tre volte tent di abbracciarla e tre volte lei gli si dilegu tra le mani al pari di una nuvola di fumo.
 O madre, perch non mi aspetti quando voglio abbracciarti, in modo da saziarci ambedue di gelido pianto? Oppure quello ch'io scorgo  solo un fantasma, che a me l'insigne Persefone invia, affinch soffrendo possa gemere ancora di pi?
 Ohim, figlio mio, Persefone non t'inganna: questa  la legge degli uomini allorquando si muore! I nervi non reggono pi la carne e la furia violenta del fuoco li disfa non appena la vita li abbandona, di modo che l'anima vagola via, volando come un sogno!
 (Op. cit. XI, 210-222)
Cos dicendo l'anima di Anticlea si ritrae, anche perch scavalcata da decine e decine di altre donne che si ammassavano in folla intorno al fosco sangue. Tra le tante Ulisse scorge Antiope, Leda, Alcmena la madre di Eracle, Epicasta la madre di Edipo, la bellissima Clori, Ifimedea, Fedra, Procri, Arianna, Climene e tante altre.
Subito dopo le donne, per, ecco arrivare anche gli uomini, anzi gli eroi, ed  con loro che Ulisse ha gli incontri pi significativi. Il primo a presentarsi fu Agamennone.
 Appena con gli occhi mi vide, subito mi riconobbe. Stridulamente gemeva, versando pianto copioso, e, con le braccia tese, avrebbe voluto abbracciarmi: ma non aveva pi n la forza, n il vigore di un tempo. Vedendolo, piansi anch'io. Ne ebbi piet, e parlando gli rivolsi alate parole:
 O gloriosissimo Atride, o Agamennone signore degli uomini, quale fato di morte spietata ti vinse? Ti vinse forse Poseidone, mentre eri sulle navi, dopo aver suscitato un aspro uragano di venti, oppure ti uccisero a terra uomini ostili, mentre razziavi buoi, greggi di pecore, e bellissime donne?
 E lui cos mi rispose: O divino figlio di Laerte, o Odisseo pieno di astuzie, non fu Poseidone a vincermi dentro le navi, e nemmeno gli uomini ostili a uccidermi a terra; fu Egisto, invece, a prepararmi la morte con l'aiuto della mia sposa funesta, invitandomi a casa a mangiare, e mi uccise cos come si uccide un bue accanto alla greppia. Con me furono soppressi anche i miei compagni, al pari di porci dalle candide zanne in casa di un ricco signore. Sul mio corpo cadde il corpo di Cassandra, la figlia di Priamo, uccisa da Clitennestra esperta d'inganni. La cagna and via e non ebbe nemmeno il coraggio, mentre io scendevo nell'Ade, di chiudermi gli occhi e di serrarmi la bocca, gettando, con il suo comportamento, vergogna su di s e su tutte le donne che nasceranno in futuro! Ci premesso, o amico, non essere mai franco con le donne e non raccontare mai loro tutto quello che sai, bens, se conosci solo due cose, delle due digliene una, e l'altra tienila nascosta, giacch delle donne non c' da fidarsi.
 (Op. cit. XI, 390-443)
Stavano ancora a parlar male delle donne, quando ecco fare la sua apparizione l'anima di Achille. L'eroe piangendo si rivolge a Ulisse:
 O divino figlio di Laerte, o Odisseo pieno di astuzie, come ardisti venire nell'Ade, dove i morti privi di sensi dimorano?
 E Ulisse a lui: O Achille, figlio di Peleo, tra tutti gli Achei di certo il pi valoroso, sono qui per farmi dire da Tiresia i pericoli a cui andr incontro tornando a Itaca. Nessuno pi di te, comunque, pu essere lieto, giacch prima, tra i vivi, eri onorato al pari degli Dei, e ora tra i morti conservi ancora il tuo potere!.
 Non abbellirmi la morte, o illustre Odisseo! replic con amarezza Achille. Preferirei essere schiavo sulla terra di un uomo povero, piuttosto che il primo tra tutti i defunti!
 (Op. cit. XI, 473-491)
Seduto in disparte, in un angoletto, Ulisse scorge anche Aiace Telamonio: l'eroe ha lo sguardo truce,  ancora fuori di s dalla rabbia per il torto subito, ovvero per essere stato ignorato dagli Achei, il giorno in cui questi consegnarono a Ulisse, e non a lui, le favolose armi del Pelide Achille. Ulisse vorrebbe tendergli la mano ma non osa.
 O Aiace, figlio del grande Telamone,  mai possibile che nemmeno ora che sei nel mondo dei morti riesci a scordare il rancore che nutristi per me allorquando ti furono tolte quelle armi funeste!
 (Op. cit. XI, 551-553)
Ma Aiace non risponde: si alza e si va a mischiare alle altre anime dei morti.

Enea
Anche un altro reduce della guerra di Troia, Enea, arriva negli Inferi senza proporselo. La sua nave  ormai in vista delle coste campane. Poche ore prima il suo timoniere, Palinuro, essendosi addormentato,  scivolato a mare (primo caso di morte per colpo di sonno di cui si abbia notizia nella storia dei trasporti). Enea si accorge che l'imbarcazione va alla deriva e ne prende il comando. Approda cos, sulle spiagge di Cuma, la nave dei nostri progenitori. Di l a pochi passi c' il lago d'Averno. Ebbene, chiunque abbia avuto modo di visitare questo tristissimo lago, concorder senz'altro con Virgilio che lo indica come il luogo di transito pi probabile tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Dai sinistri soffioni della vicina solfatara agli echi angosciosi dell'antro della Sibilla, tutto concorre a rendere l'atmosfera magicamente lugubre. E Virgilio era uno che di magia se ne intendeva.
Enea ormeggia la nave e sbarca con tutti i suoi uomini. Fatti pochi metri, si trova innanzi l'antro della Sibilla.
 L'immenso fianco della rupe si apre in un antro. Conducono a esso cento passaggi e cento porte, dalle quali erompono altrettante voci: sono i responsi della Sibilla.
 (Virgilio, Eneide VI, 42-44)
La Sibilla, per chi non lo sapesse, era una vecchia di settecento anni o, per meglio dire, una veggente subentrata a un'altra veggente che a sua volta ne aveva sostituita un'altra, secondo una prassi che durava ormai da oltre settecento anni. Enea vorrebbe interrogarla per conoscere il luogo esatto, in Italia, dove gli converrebbe fondare una nuova comunit. Sta per entrare, ma ha paura.
 Che fai o troiano, esiti? gli urla allora la Sibilla. Sappi che se non supplicherai con voti e preghiere, giammai si apriranno per te le porte della mia dimora!
 O divina sacerdotessa, presaga del futuro, risponde Enea dimmi se  conveniente che i Teucri si stabiliscano nel Lazio con i loro Dei erranti. Ch se cos fosse, io innalzerei ad Apollo e a Diana un tempio, e a te un enorme sacrario. Solo, ti prego, non affidare i tuoi responsi alle foglie, affinch confusi, poi, non volino via in balia dei venti.
 (Op. cit. VI, 51-76)
La Sibilla esaudisce la sua preghiera.
 Sei da poco scampato ai pericoli del mare, o figlio di Anchise, e ora non ti restano che i pericoli di terra. I Teucri giungeranno nel regno di Lavinio e rimpiangeranno a lungo di esservi giunti: vedo guerre, moltissime guerre, e vedo il Tevere tingersi di sangue copioso. N ti mancheranno il Simoenta e lo Scamandro, perch nel Lazio  gi nato un nuovo Achille, anch'egli nemico dei Teucri, cos come a generare il male sar ancora una volta una donna straniera.
 (Op. cit. VI, 83-93)
In che senso Enea non sentir la mancanza dei due fiumi troiani, il Simoenta e lo Scamandro?  presto detto: la Sibilla gli predice che anche nel Lazio trover vita durissima, la stessa vita durissima, in pratica, che ha lasciato a Troia. Per quanto riguarda poi Achille e la donna straniera, la profezia lo mette in guardia da Turno e dalla sua promessa sposa Lavinia, che, passando dalle braccia del re dei Rutuli a quelle sue, finir col far scoppiare, al pari di Elena, una terribile guerra.
A questo punto per l'eroe si fa pi ardimentoso e chiede alla Sibilla se  vero che in quella zona c' un'apertura sotterranea che immette direttamente nel regno dei morti:
 Poich si dice che la porta degl'Inferi e la tenebrosa palude formata dal rigurgito dell'Acheronte si trovino in questi paraggi, mi sia concesso di giungere al cospetto dell'amato padre: io lo sottrassi alle fiamme e ai mille dardi degli Achei, portandolo sulle spalle. Ora, ti prego, o Divina, indicami se puoi la giusta via e apri le sacre porte. Avrai piet, cos facendo, del figlio e del padre!
 E la Sibilla a lui:
 O nato da sangue divino, o figlio di Anchise,  facile scendere nell'Averno, la cui porta  sempre aperta. Pi difficile, invece,  il ritorno. Ma se davvero vuoi affrontare la prova, allora cerca nel folto del bosco un ramoscello carico di foglie d'oro e portalo in dono a Proserpina. In quel caso, e solo in quel caso, io stessa ti far da guida.
 (Op. cit. VI, 124-137)
Enea gi disperava di riuscire a trovare il sospirato ramoscello, quando due colombe (evidentemente inviate dalla madre Venere) attrassero la sua attenzione. Le colombe si alzarono in aria, quel tanto che bastava per farsi vedere, per poi dirigersi velocissime in un punto del bosco. Seguendo il loro volo, l'eroe non ebbe difficolt a scovare il ramoscello d'oro, che si affrett a mostrare alla Sibilla.
 V'era in quel luogo un'interminabile grotta, immane e di vasta apertura, difesa dalle tenebre dei boschi e da un lago nero, sul quale nessun uccello avrebbe mai potuto impunemente volare, tali erano le esalazioni che si levavano da esso. I Greci lo chiamarono Aornon.
 (Op. cit. VI, 236-242)
Per maggior precisione, Virgilio scrive: Unde locum Grai dixerunt nomine Aornum, dove il termine latino Avernum si  mutato in quello greco Aornon (a privativa pi ornis, come a dire: privo di uccelli).
 Qui la profetessa colloc quattro giovenche dalle nere terga e vers vino sulle loro fronti, invocando a gran voce Ecate, signora del cielo e delle tenebre. Enea, dal canto suo, sguain la spada e sacrific un'agnella nera alla madre delle Eumenidi e una vacca sterile a Proserpina. Ed ecco la terra muggire sotto i suoi piedi, ed ecco le selve agitarsi, ed ecco le cagne ululare tra le ombre dei boschi.
 (Op. cit. VI, 243-257)
La Sibilla a questo punto vieta ai compagni di Enea di avvicinarsi:
 Altol, o profani! grida la veggente. E tu Enea, invece, vai!  giunta l'ora in cui necessita il coraggio. Cos dicendo entra furente nell'immenso antro, mentre Enea, con impavidi passi, le si pone al fianco.
 Proprio davanti al vestibolo, sull'orlo delle fauci dell'Orco, il Pianto e i Rimorsi incalzanti posero la loro orrenda dimora; ed  l che abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura, la Fame cattiva consigliera, la turpe Miseria dal viso deforme, e poi, uno dietro l'altro, il Dolore, il Sonno consanguineo della Morte, la Morte stessa e le malvagie Passioni, mentre sull'opposta soglia sogghigna la Guerra cagione di lutti.
 (Op. cit. VI, 258-279)
L'eroe e la Sibilla vengono immediatamente circondati da decine di mostri: tra di essi scorgiamo i Centauri, il gigante Briareo dalle cento braccia, e poi Scilla, la bestia di Lerna, la Chimera, le Gorgoni e le Arpie. Ma non c'era da aver paura, essendo tutta una finzione: pi o meno come quando ci s'infila nel Tunnel dell'Orrore dei nostri Luna Park.
 Enea, preso da improvviso tremore, afferra la spada e sta per volgerne la punta ai sopravvenuti, quando l'esperta compagna lo frena: i mostri che lui vede sono solo figure incorporee, ombre che volteggiano inoffensive, e che nessun'arma potrebbe mai ferire.
 (Op. cit. VI, 290-294)
Il viaggio prosegue secondo le tappe previste da tutte le escursioni nell'Oltretomba: prima l'incontro con Caronte, il vecchio barcaiuolo sporco, brutto e cattivo, poi l'attraversamento dello Stige, quindi Cerbero, il ferocissimo cane a tre teste (al quale la Sibilla d da mangiare una focaccia farcita di sonnifero) e infine il mondo dei morti propriamente detto.
 Subito si udirono le grida delle anime in pena e l'alto vagire dei neonati piangenti sul limitare della soglia. Accanto a loro, si lamentano i condannati a morte per ingiusta accusa. Minosse inquisitore scuote l'urna, giudica le vite e le colpe commesse. Pi in l sono rinchiusi gli innocenti che si diedero da soli la morte: oh, quanto vorrebbero i meschini sopportare adesso i duri affanni a causa dei quali fuggirono la vita! Ma la legge a ci si oppone e li condanna tutti all'esecrabile palude. Ed ecco i Campi del Pianto: cos chiamati in quanto celano le donne che un doloroso amore indusse a morire. Tra di esse Enea scorge Fedra, Procri, Erifile, Evadne, Pasifae e la lacrimante Laodamia.
 (Op. cit. VI, 426-447)
Il guaio  che, tra le suicide, Enea incontra anche Didone, la regina fenicia che si  appena uccisa per colpa sua. A saperlo, si sarebbe ben guardato dallo scendere nel mondo dei morti. Per coloro che non avessero mai letto l'Eneide, informiamo che Didone aveva ospitato a lungo l'eroe a Cartagine (innamorandosene pazzamente) e che Enea, dopo aver bevuto e mangiato per un annetto a casa sua (lui e tutti i Troiani) se l'era squagliata un bel mattino, infischiandosene di come l'avrebbe presa lei.
Certo  che quando se la vede davanti, ombra tra le ombre, lo sventurato non sa proprio che fare: balbetta, farfuglia, poi comincia a dire:
 O infelice Didone, vera ordunque  la notizia che avevi posto fine alla tua vita con la spada! Ahim, mi chiedo: sono forse io che ho provocato questa morte? Mi siano per testimoni le stelle e gli Dei celesti, che a malincuore partii dai tuoi lidi. Fu il volere di Giove, o mia regina, che mi costrinse a imbarcarmi, e mai avrei potuto immaginare che la mia partenza ti avrebbe fatto tanto soffrire!
 (Op. cit. VI, 456-464)
Che faccia tosta! Eppure lei era stata cos chiara il giorno in cui lo aveva sorpreso a fare i preparativi per la partenza! Facciamo un passo indietro e ascoltiamo quello che Didone dice a Enea nel IV libro dell'Eneide (373-387):
 Ti accolsi naufrago e bisognoso di tutto, e da vera folle ti misi a disposizione il mio regno. Salvai la flotta perduta e i tuoi compagni, e ora tu mi vieni a dire che gli Dei e gli oracoli della Licia ti trasmisero per via aerea, da lontano, l'ordine di partire. No, non ti trattengo, non contesto le tue parole: insegui pure, se vuoi, la tua Italia tra i venti e cerca pure il tuo regno tra le onde. Sappi per che ti auguro di scontare mille volte le tue colpe tra gli scogli, e d'invocare spesso il nome di Didone. Sappi che ti tormenter per sempre, anche quando la fredda morte avr separato le mie membra dall'anima. E anche allora ti apparir sotto forma di fantasma, dovunque tu andrai.
Be', pi chiaro di cos, cos'altro avrebbe potuto dirgli? In proposito sento il bisogno di citare anche una lettera immaginaria che Ovidio fa scrivere a Didone (ma sapeva scrivere?) il giorno in cui vide partire Enea. Eccone alcuni stralci:
 Ricevi, o Enea, la lettera di Didone decisa a morire: le parole che leggi sono le ultime che avrai da me... e non perch io speri che una preghiera ti possa commuovere, ma siccome ho perduto, e con onta, sia l'onore che la purezza dell'anima, cosa vuoi che mi possa pi importare una parola in pi o una parola in meno.
 Sei deciso a partire comunque, ad abbandonare l'infelice Didone, e gli stessi venti che gonfieranno le tue vele porteranno via anche le tue promesse. Sei deciso, o Enea, a correre dietro ai regni d'Italia, che tu stesso non sai dove siano, e non ti attira Cartagine appena fondata. Tu fuggi ci che  fatto e insegui ci che  ancora da fare... Un altro amore, immagino, ti attende, un'altra Didone. Hai sempre bisogno di fare nuove promesse, per poterle nuovamente tradire! Ma anche se trovassi un amore nuovo, non troveresti mai una sposa capace di amarti come ti amo io... Io brucio come una torcia di cera impregnata di zolfo, io brucio come il pio incenso gettato sui roghi fumanti, io ti penso quando sono sveglia, io ti penso quando dormo, io ti penso giorno e notte... Eppure, nonostante i tuoi empi disegni, non ti odio, lamento solo la tua infedelt, e il lamento fa s che ancora di pi io t'ami... Respinto dai flutti ti accolsi in un rifugio sicuro: non avevo ancora udito bene il tuo nome quando ti diedi il mio regno. E mi fossi almeno limitata a questo! Anche il mio corpo volli che fosse tuo! Mi fu fatale il giorno in cui un temporale ci sorprese e ci costrinse a ripararci in una grotta. E ora tu, pudore offeso, vendicati pure, esigi come  giusto la mia punizione!
 Non partire, o Dardanide, ti prego: se ti vergogni di avermi in moglie, non chiamarmi sposa, ma ospite, o concubina. Pur di essere tua, Didone sopporter qualsiasi nome... Vorrei che mi vedessi mentre scrivo: ho qui sul grembo la lama troiana che mi regalasti e dalle guance le lacrime cadono sulla spada. Ben presto sar il mio sangue a bagnarla. Ah, come fu utile questo tuo dono, e quanto poco ti  costato liberarti di me!
 (Heroides 7)
Ora immaginiamoci l'incontro tra i due nell'Oltretomba: lui le tende le braccia e lei gli volta le spalle.
 Ella, rivolta altrove, teneva gli occhi fissi a terra ed era pi dura di una selce dura o di una roccia marpesia. Dopodich si dilegu e fugg ostile nel bosco dove l'attendeva Sicheo, il suo primo marito.
 (Eneide VI, 469-473)
Enea,  inutile dirlo, ci rest malissimo: avrebbe voluto correrle dietro, spiegarsi meglio, ripetere ancora una volta che era stato costretto dagli Dei, ma non ebbe nemmeno il tempo di fare un gesto che la Sibilla gi l'ammoniva: Nox ruit, Aenea!.
 La notte corre, o Enea, e tu resti qui, impalato, a perdere tempo! Ora la via si divide in due sentieri: il sentiero di destra che conduce fin sopra l'Elisio e che ci porter alla meta desiderata, e il sentiero di sinistra che conduce all'empio Tartaro dove vengono punite le colpe.
 Enea si volta e scorge infatti a sinistra, sotto una rupe, un'ampia citt circondata da un triplice muro e da un vorticoso fiume di fiamme roventi:  il Flegetonte. All'ingresso, su una ferrea torre, in veste di custode insonne,  assisa la tremenda Tisifone, tutta avvolta in un mantello insanguinato.
 (Op. cit. VI, 469-473)
Ma non  nella citt dolente che Enea vuole andare: ormai ne ha abbastanza di grida e di lamenti, lui desidera solo incontrare suo padre, il vecchio Anchise, e dove cercarlo se non in quello che a quei tempi era considerato il Paradiso, ovvero nei Campi Elisi? L infatti lo trovano, in fondo a una valle.
 Anchise, quando vide Enea venirgli incontro sul prato, protese commosso entrambe le mani, mentre copiose lacrime gli sgorgavano dagli occhi.
 Alfine giungesti, figlio mio, e la piet per il padre vinse la durezza del cammino!
 Quante volte gli risponde Enea il tuo ricordo mi spinse a scendere in questo luogo. Fa' adesso che io ti possa abbracciare, o padre, e non sottrarti alla stretta!
 Cos dicendo, rigava il viso di copioso pianto, e per tre volte cerc di abbracciarlo, e per tre volte il fantasma gli sfugg dalle mani.
 (Op. cit. VI, 684-701)
Anchise a questo punto mostra al figlio le anime non ancora nate e tra di esse indica quelle che nasceranno dal suo sangue. Inizia cos una specie di passerella dei personaggi storici di Roma. Uno dietro l'altro il lettore si vede sfilare davanti una decina di condottieri. Anchise gli mostra Silvio, l'ultimo dei figli che avr con Lavinia, per poi proseguire con Procra, Capi, Numitore e con un altro Silvio. Cita quindi Romolo e i suoi discendenti.
 Or volgi qui i tuoi occhi, o Enea, e guarda la gente romana: quello  Cesare e quella la stirpe di Julio che nascer sotto la volta del cielo, e quello  Cesare Augusto, il figlio del Divo, che far rivivere nuovamente il secolo d'oro nei campi un tempo dominati da Saturno. Augusto estender l'Impero Romano sui Garamanti, sugli Indi e sulla terra che giace oltre le stelle.
 (Op. cit. VI, 788-795)
Con questa rassegna di duci, il poeta rinunzia alla commozione dell'incontro tra il padre e il figlio. D'altra parte, per, bisogna pure capirlo: il poverino da poco si  visto sequestrare le propriet che aveva nei pressi di Mantova (lo Stato gliele aveva tolte per assegnarle ai veterani della battaglia di Filippi) e solo un appoggio dell'imperatore avrebbe potuto fargliele restituire. Come non cedere alla tentazione di una bella sviolinata?

Orfeo
Orfeo  il primo cantautore di cui si ha notizia nella storia dell'umanit, e non poteva non esserlo dal momento che era figlio di Apollo, il Dio della Musica, e di Calliope, la Musa del Canto. Quando Orfeo si metteva a suonare accadevano cose incredibili: gli uccelli si fermavano in aria come elicotteri, fino a creargli intorno alla testa una specie di aureola, i pesci affioravano dalle acque e sporgevano il capo per meglio sentire i suoi versi, gli alberi cercavano di avvicinarsi, compatibilmente alla lunghezza delle radici, e perfino le montagne lo seguivano passo dopo passo.
Ma qual era il suo repertorio? In pratica solo canzoni d'amore, anche perch Orpheus Euridicem ninpham amavit, ovvero amava una ninfa di nome Euridice. Purtroppo per non era il solo ad amarla: un altro corteggiatore, il truce Aristeo, anche lui figlio di Apollo, ambiva alla mano della ninfa. E quest'ultimo era uno che con le donne andava per le spicce: se una fanciulla gli piaceva un pochino, non stava l a perdere tempo con le poesie, ma subito le saltava addosso.
Un giorno in cui la bella Euridice stava facendosi il bagno, nuda in un laghetto, accadde il fattaccio.
 Silenzio, udite: fu un pastore,
 figliuolo d'Apollo, chiamato Aristeo,
 costui am con s sfrenato ardore
 Euridice, che moglie fu di Orfeo,
 che seguendola un giorno per amore
 fu cagion del suo caso acerbo e reo:
 perch, fuggendo lei vicina all'acque,
 una biscia la punse e morta giacque.
 (Poliziano, Fabula di Orfeo 1)
Insomma Euridice, nella sua fuga per sottrarsi alle grinfie del bruto, aveva pestato una vipera venendone poi morsicata. Di chi la colpa? Dell'inseguitore o della fuggitiva? A sentire Ovidio, tutta dell'uomo, secondo il Poliziano invece anche Aristeo era innocente, in quanto innamorato. Si dice anzi che, correndo correndo, le abbia detto:
 Non mi fuggir donzella,
 ch'io ti son tanto amico
 e che pi t'amo che la vita e il core.
 Ascolta, o ninfa bella,
 ascolta quel ch'io dico,
 non fuggir, ninfa, chi ti porta amore.
 (Op. cit. 128)
Euridice per, innamorato o non innamorato che fosse, non lo volle nemmeno sentire, e fin col rimetterci la pelle. Un pastore allora si assunse il compito d'informare Orfeo.
 Crudel novella io ti porto, Orfeo,
 che tua ninfa bellissima  defunta.
 Ella fuggiva l'amante Aristeo,
 ma quando fu sovra la riva giunta,
 da un serpente velenoso e reo,
 ch'era tra le erbe e i fior, nel pi fu punta:
 e fu tanto possente e crudo il morso
 che a un tratto fin la vita e il corso.
 (Op. cit. 141)
Figuriamoci Orfeo. Dapprima pianse disperato, poi compose in onore della defunta una decina di canzoni, facendo piangere per l'occasione anche i leoni, le montagne e le querce. Una volta, per, esauritosi il pianto, gli venne un'idea.
Ges, Ges! esclam (ovviamente non disse Ges, Ges ma fa lo stesso). Se finora, con la sola forza del canto, sono riuscito a conquistare tutta la natura, monti e boschi compresi, perch non tentare anche con gli Dei degli Inferi? Vuoi vedere che, cantando cantando, riesco a commuoverli e a farmi restituire Euridice?
Detto fatto, trova in fondo a una caverna un cunicolo che si inabissa nelle viscere della terra e ci s'infila dentro. Scende gi di brutto, finch non si trova la via sbarrata da un fiume:  lo Stige, il fiume torbido che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. E qui, come  ovvio, s'imbatte in Caronte, il nocchier della livida palude, tanto per citare anche Dante.
Caronte, si sa,  un vecchio sporco e maleodorante che non solo fa remare le anime dei morti, ma pretende pure di essere pagato. (I Greci usavano mettere una monetina tra i denti dei defunti, proprio per consentire loro di pagare il pedaggio a Caronte.) Ebbene Caron, dimonio con gli occhi di bragia, non appena sente Orfeo cantare, non capisce pi nulla, e non solo lo accompagna gratis sull'altra riva (remando lui), ma lo segue anche per un pezzetto di strada con il volto estasiato.
Il secondo incontro che far  quello con Cerbero, il cane a tre teste che non lascia entrare i vivi e non lascia uscire i morti. Per la descrizione di Cerbero, comunque, mi rimetto di nuovo al Divino Poeta:
 Cerbero, fiera crudele e diversa,
 con tre gole caninamente latra
 sopra la gente che quivi  sommersa.
 Li occhi ha vermigli, la barba lunga e atra,
 e il ventre largo, e unghiate le mani:
 graffia li spiriti, scuoia e disquatra.
 (Dante, Inferno VI, 12)
Ma anche Cerbero viene ammansito dalla bellezza del canto: guaisce un pochino e gli si accuccia ai piedi. Da quell'istante tutto l'Oltretomba sembra bloccarsi per ascoltare Orfeo. Cessano i tormenti dei dannati: Tantalo non ha pi n sete n fame. La ruota di fuoco a cui  legato Issione si ferma. Sisifo si riposa accanto al masso. Le aquile di Tizio smettono di rosicchiargli il fegato. E cos via. Ma non basta: tutte le anime dei defunti accorrono a migliaia dai pi remoti angoli del mondo delle tenebre.
 Tenui ombre provenienti dall'Erebo fondo,
 immagini opache, ormai senza luce,
 attratti dal suo canto terreno,
 fitti a migliaia, come uccelli
 che si rifugiano tra le foglie,
 per sfuggire alla fredda pioggia,
 o alla sera che li ha sorpresi sui monti.
 Madri, uomini, corpi di eroi generosi,
 bambini, vergini morte senza aver
 conosciuto l'amore, e giovani arsi
 sui roghi sotto gli occhi dei padri.
 (Virgilio, Georgiche IV, 471)
La bellezza di questi versi  tale che mi sembra doveroso, nei riguardi di Virgilio che li ha scritti, riportarli qui di seguito in lingua originale.
 At cantu commotae Erebi de sedibus imis
 umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum,
 quam multa in foliis avium se milia condunt,
 vesper ubi aut hibernus agit de montibus imber,
 matres atque viri defunctaque corpora vita
 magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae
 impositique rogis iuvenes ante ora parentum.
E finalmente Orfeo finisce davanti al trono degli Dei degli Inferi, Ade e Persefone. Sempre suonando, il nostro cantautore chiede la grazia. Ed ecco, parola pi parola meno, il testo della canzone:
 O regnator di tutte quelle genti
 c'hanno perduto la superna luce,
 udite la cagion dei miei lamenti.
 Pietoso Amor dei nostri passi  duce:
 non per Cerber legar fei questa via,
 ma solamente per la donna mia.
 Una serpe tra i fior nascosta e l'erba
 mi tolse la mia donna, anzi il mio core,
 ond'io meno la vita in pena acerba,
 n posso pi resistere al dolore.
 Ma se memoria alcuna in voi si serba
 del vostro celebrato antico amore,
 se la vecchia rapina in mente avete,
 Euridice mia bella mi rendete.
 (Poliziano, Fabula di Orfeo 189)
Ma gli Dei tentennano, non sono ancora del tutto convinti di poter infrangere le regole. Orfeo allora prova a sostenere la tesi secondo la quale la fanciulla non avrebbe ancora finito di vivere i suoi iustos annos, ovvero gli anni che le spettavano di diritto, e chiede una proroga.
 Per questi luoghi pieni di terrore,
 per questo Caos immane, per questo
 vasto regno del silenzio, vi prego:
 tornate a tessere la trama degli anni
 troppo presto troncati di Euridice.
 Tutti gli esseri, dopo la breve sosta
 del vivere, faranno capo a voi.
 Chi prima, chi dopo, tutti tendiamo
 verso una sola sede, giacch questa
  la nostra definitiva dimora,
 e giacch voi reggete il regno
 del genere umano che mai vedr fine.
 Anch'ella, quando avr compiuto
 il suo tempo, e avr vissuto i suoi
 giusti anni, sar vostra di diritto.
 Io vi chiedo un prestito al posto
 di un dono. Se poi i fati mi rifiuteranno
 la grazia, allora, di certo, non avr
 pi voglia di tornare, e in quel caso,
 gioite pure per la morte di entrambi.
 (Ovidio, Metamorfosi X, 29)
Ade a questo punto si commuove e consente a Orfeo di portarsi via Euridice, a patto per che non la guardi mai in viso finch si trova nel suo regno.
 Io te la rendo, ma con queste leggi:
 che lei ti segua per la ceca via
 ma che tu mai la sua faccia non veggi
 finch tra i vivi pervenuta sia!
 (Poliziano, Fabula di Orfeo 237)
Questa del non guardare in viso le anime dei morti doveva essere una legge inviolabile del mondo degli Inferi: anche Orfeo, mentre canta e chiede la grazia ad Ade e Persefone, evita di guardarli.
Comincia cos la risalita: davanti c' Orfeo che suona la lira, seguito a pochi passi da Euridice tutta avvolta in un velo bianco, e infine, a chiudere la sfilata, Ermes, il Dio controllore, colui che dovr testimoniare che i due non si sono mai guardati.
 Carpitur acclivis per muta silentia trames,
 arduus, obscurus, caligine densus opaca.
 (Ovidio, Metamorfosi X, 52)
Che tradotto in italiano vuol dire: s'inerpicarono ovattati nel silenzio per un sentiero arduo, buio e denso di opaca caligine.
All'inizio Orfeo  perplesso: non  affatto sicuro che Euridice lo stia seguendo. In effetti, non sente nulla che si muova alle sue spalle, non un rumore di passi, non un respiro... niente. E se lo avessero preso in giro? E se gli avessero detto che lei lo avrebbe seguito solo per convincerlo a tornare sulla terra? Poi pensa:  ovvio che non sento nulla: i morti non fanno rumore. Vorrebbe voltarsi, ma non osa... Su questo fatto del voltarsi, poi, Ade e Persefone avevano molto insistito: Bada che se ti volti, lei sparisce per sempre!. Ed ecco che, tutto ad un tratto, sente la sua voce: una vocina flebile, sottile come un lamento... Euridice lo tenta: lo implora perch si volti...
Amore mio, perch non ti volti? Sono diventata cos brutta che non mi vuoi pi guardare? O forse non mi vuoi pi bene?
No, non mi debbo voltare, grida Orfeo questa non  Euridice. Questi sono gli Dei degli Inferi che mi vogliono mettere alla prova!
E lei insiste: Amore mio, ho freddo: abbracciami come facevi un tempo. Ho tanta voglia delle tue carezze.
Orfeo resiste, e finalmente esce all'aperto. Non appena avverte sul viso il calore del sole si volta, ma la sua Euridice, purtroppo, non  ancora del tutto uscita dal cunicolo... per pochi centimetri  da considerarsi ancora nell'Ade. Stando cos le cose, la fanciulla viene di nuovo inghiottita dalle tenebre e sparisce per sempre.
Pare che si fosse attardata perch le faceva male la caviglia, quella morsa dal serpente.
 Cos gettata al vento la fatica,
 infranta la legge del tiranno spietato,
 tre volte si ud un fragore
 nelle paludi dell'Averno.
 (Virgilio, Georgiche IV, 491)
Prima di dissolversi, Euridice ha il tempo di gridare:
 Ahim, Orfeo, chi ci ha perduti?
 Senza piet il Fato gi mi chiama
 e un sonno di morte vela
 gli occhi miei smarriti.
 E ora addio: intorno mi assorbe
 una notte fonda, e ormai non tua,
 a te tendo le mie inerti mani.
 Cos disse, e d'improvviso svan
 in un profondo nulla, come fumo
 che si dissolve in un lieve soffio di vento.
 (Op. cit. IV, 494)
Persa per la seconda volta Euridice, Orfeo, disperato, si rifugia nel canto. Con ogni probabilit  proprio con lui che nasce il proverbio canta che ti passa. Cos, comunque, la pensa Ovidio, che nei Tristia suggerisce il canto come unico rimedio che talora ci resta per alleviare i mali del mondo.
 Se i miei libri avranno, come certo avranno, alcuni difetti, tu, o lettore, scusali, se non altro per le circostanze in cui furono scritti. Ero esule e cercavo sollievo (non la gloria) in modo che la mente potesse distrarsi dalle sue sventure. Questa  la ragione per cui in genere si canta anche se si hanno le catene ai piedi. Canta il condannato mentre scava la terra, e con una rozza melodia mitiga la sua fatica; canta il rematore mentre, puntando i piedi, trascina contro corrente la barca, e canta il pastore allorch, stanco e seduto su un sasso, si appoggia al bastone e rallegra le pecore al suono della zampogna. E si dice che cantasse perfino Achille, desiderando dimenticare che gli era stata tolta Briseide, cos come cantava Orfeo, attirando a s le rocce e le selve, per lenire il dolore di aver perso per ben due volte la sposa.
 (Ovidio, Tristia IV, 1)
Innumerevoli poeti, scrittori e musicisti si sono ispirati al mito di Orfeo. Gluck ne ha ricavato un'opera altamente suggestiva (come non ricordare la famosa aria: Che far senza Euridice, dove andr senza il mio bene?). In alcune versioni, Euridice segue muta Orfeo lungo tutta la salita, in altre parla e lo tenta, in tutte per lui si gira prima del tempo. Diverso dagli altri, comunque, il modo con cui Reiner Maria Rilke ci racconta la reazione di Euridice:
 ...ora seguiva il gesto di quel Dio
 turbato il passo dalle bende funebri,
 malcerta, mite nella sua pazienza.
 Era in se stessa come un alto augurio
 e non pensava all'uomo che era innanzi,
 non al cammino che saliva ai vivi.
 (...)
 Ormai non era pi la donna bionda
 che altre volte nei canti del poeta
 era apparsa, non pi profumo e isola
 dell'ampio letto e propriet dell'uomo.
 (...)
 E quando a un tratto il Dio
 la trattenne e con voce di dolore
 pronunci le parole Si  voltato,
 lei non comprese e disse piano: Chi?.
Insomma per Reiner Maria Rilke quando si muore, si muore, e ci si dimentica di tutto. E forse  anche giusto che sia cos per lenire se non altro il dolore di essere morti.
Il dopo-Euridice  quanto mai burrascoso per Orfeo. Fedele alla memoria dell'amante morta, il poverino rifiuta qualsiasi compagnia femminile e si dedica esclusivamente ai ragazzi. A sentire Ovidio, anzi, sarebbe addirittura lui l'inventore della pederastia.
 Ai popoli di Tracia fu d'esempio
 nel deviare l'amor verso i fanciulli,
 cogliendone, prima della pubert,
 la fulgida primavera e i primi fiori.
 (Ovidio, Metamorfosi X, 83)
L'aver rifiutato le donne, per, fin col costargli la vita: un giorno, infatti, il poverino s'imbatt in un corteo di Menadi ubriache. Le sacerdotesse di Dioniso prima cercarono di sedurlo, poi, offese dal suo netto rifiuto, lo presero, lo fecero a pezzi e ne gettarono le membra nel fiume Ebro.
 Ecco quello che l'amor nostro disprezza!
 Oh sorelle, oh sorelle, diamogli la morte!
 Tu scaglia il tirso e tu quel ramo spezza,
 tu piglia il sasso, o il fuoco, e gitta forte,
 tu corri e quella pianta l scavezza.
 Oh, facciam che pena il tristo porte!
 Oh, caviamogli il cor dal petto fora!
 Mora lo scellerato, mora, mora!
 (Poliziano, Fabula di Orfeo 293)
La testa di Orfeo, per, fin col cadere proprio sulla lira e col restare miracolosamente a galla. Si racconta anche che durante il tragitto si mise a cantare:
 Euridice diceva. O mia misera Euridice!
 E lungo il fiume le rive ripetevano: Euridice.
 (Virgilio, Georgiche IV, 525)
Zeus, commosso dalla lacrimevole storia, pose la testa di Orfeo in mezzo al cielo, nella costellazione della Lira, e ancora oggi si dice che nelle notti stellate  possibile udire il suo canto d'amore.
V

Il mito di Protesilao
Cominciamo col dire che non si chiamava Protesilao, bens Iolao. Il nome Protesilao in greco voleva dire primo fra tutti e gli fu affibbiato solo a morte avvenuta, in quanto fu il primo guerriero a morire nella guerra di Troia.
Quella di Protesilao, comunque, fu una vita difficile. Gi per nascere aveva avuto i suoi bravi problemi: suo padre Ificlo, re di Filace, era rimasto a lungo impotente, finch un medico-indovino di nome Melampo (famoso per la sua capacit di capire il linguaggio degli animali) non gli consigli di sacrificare due tori agli Dei. E fu proprio in quella occasione che il bravo Melampo riusc a captare un breve scambio di battute tra due avvoltoi, che si erano posati sulle carcasse delle vittime.
Chi ha sacrificato questi tori agli Dei? chiese uno dei due avvoltoi.
 stato Ificlo, il re di Filace rispose l'altro.
Che tu sappia,  vero che Ificlo non pu aver figli?
S,  vero, e io ne conosco anche il motivo: un giorno suo padre Filaco, dopo aver immolato un ariete sull'ara di Artemide, gett a terra il coltello del sacrificio, e Ificlo, che all'epoca era ancora un fanciullo, rimase molto turbato alla vista del sangue. Il padre, allora, per nascondere la lama, conficc il coltello in una quercia sacra, e questo offese la Dea, che inflisse a Ificlo l'incapacit di generare.
Venuto a conoscenza del complesso di castrazione che angustiava Ificlo, Melampo prese gli opportuni provvedimenti: come prima cosa estrasse il coltello incriminato dalla quercia sacra, quindi ne asport tutta la ruggine per poi farla bere al re, sciolta nel vino. Nacquero cos due bambini: Protesilao e Podarce, famoso quest'ultimo per la sua velocit nelle gare di corsa.
Ma com'era Protesilao? Manco a dirlo, bellissimo, e in quanto tale aveva fatto innamorare di s Laodamia, splendida figlia del re Acasto ed eccezionale scultrice. Purtroppo Acasto si era opposto fin dall'inizio al matrimonio: Protesilao, a suo dire, non era abbastanza ricco da poter aspirare alla mano di Laodamia.
Figlia mia bella, aveva detto Acasto tu ti devi convincere! Dal momento che abbiamo urgente bisogno di stringere alleanze politiche, tu ti devi sposare con il figlio di qualche re, e a me, a essere sinceri, questo Protesilao non sembra uno molto potente.
Ma  anche lui figlio di un re! protest Laodamia, disperata. Non sai forse che suo padre Ificlo regna su tutta la citt di Filace?
Filace, bambina mia, non  una citt, ma un villaggio di pochissimi abitanti precis Acasto. Non la puoi certo paragonare con la nostra Iolco! E poi non ha sbocchi a mare, insomma non conta nulla. E se questo non bastasse, mettici pure che Ificlo  ancora molto giovane e che Protesilao corre il rischio di succedergli solo tra vent'anni.
Laodamia a queste parole rimase malissimo, e stava quasi per fuggire a Filace, dal suo Protesilao, quando, all'improvviso, scoppi la guerra di Troia.
Ora dovete sapere che, alcuni anni prima, Acasto aveva fatto un solenne giuramento: quello di difendere, unitamente a tutti gli altri principi achei, l'onore di Elena, vita natural durante. Il fatto che il troiano Paride l'avesse rapita lo costringeva pertanto a partire subito per la guerra, e, a essere sinceri, non ne aveva alcuna voglia.
A me, disse delle corna di Menelao non importa assolutamente nulla. Io a Troia non ci vado!
Ma non puoi fare questa brutta figura lo rimproverarono i suoi consiglieri. Tu hai giurato! Hai detto che avresti inviato a Troia quaranta navi nere, comandate da un guerriero di sangue reale! Ora, tu figli maschi non ne hai, hai solo una figlia femmina, e perdipi nubile... Chi vuoi che le possa comandare queste quaranta navi?
A queste parole, il viso di Acasto s'illumin: Un momento... esclam. Mi  venuta un'idea! E mand a chiamare Protesilao.
Il giovanotto giunse di corsa e si sent chiedere: Protesil, tu vuoi sempre bene a Laodamia?.
Certo che le voglio bene! rispose il ragazzo, con il cuore che gli saltava nel petto, un po' per la domanda, e un po' per la corsa.
E io te la faccio sposare, aggiunse Acasto, dandogli una pacca sulla spalla, a patto per che te la sposi entro stasera.
Entro stasera!?
S, o Protesilao, giacch abbiamo pochissimo tempo a disposizione, sia per il matrimonio che per la prima notte. Il fatto  che domani mattina, di buon'ora, mi devi condurre quaranta navi nere a Troia!
Pap, obiett il giovane ma io la casa non l'ho ancora pronta...
Fesserie, tagli corto Acasto o te la sposi oggi o non te la sposi pi! Vatti a preparare e non perdere tempo.
Tutto fu organizzato secondo i voleri del re. Gli sposi, subito dopo il pranzo di nozze, si ritirarono in camera da letto, e Protesilao, alle prime luci dell'alba, si sent chiamare a gran voce da un araldo.
O Protesilao, principe di sangue reale e marito della figlia di Acasto, la flotta ti attende!
E il giovane part.
Ovviamente Laodamia pianse calde lacrime, n pi n meno di come avrebbe pianto qualsiasi altra sposa al suo posto. Questi, dopo qualche mese, i suoi pensieri:
 Oggi i venti sono contrari e il mare  in tempesta, ma il giorno in cui mi lasciasti dov'erano i venti sfavorevoli e dov'era il mare avverso? Allora s che i flutti avrebbero dovuto opporre resistenza ai remi! Solo cos avrei avuto modo di baciarti pi a lungo. Solo cos avrei potuto farti pi raccomandazioni. E invece quel vento in poppa, tanto amato dai marinai, e tanto nemico del nostro amore, ti port via da me per sempre. Tu ti sciogliesti dalle mie braccia, o Protesilao, e mentre io ancora mormoravo addio, Borea tese le vele e ti trascin lontano.
 Finch riuscii a vedere il tuo bel viso, mi piacque guardare, e quando non vidi pi la tua figura, seguii le vele, e quando non vidi pi le vele, guardai il mare deserto. Poi, all'improvviso, mi si piegarono le ginocchia e caddi sulla spiaggia. A stento il suocero Ificlo e il longevo Acasto mi rianimarono con l'acqua fredda del mare. Come mi torn la coscienza, cos mi torn il dolore d'averti perso. Ora non ho pi voglia di farmi pettinare i capelli, n mi piace indossare vesti dorate. Passo le giornate vagando di qua e di l, senza meta, in pratica dove mi spinge il delirio.
 Che maledetto tu sia, o Paride, figlio di Priamo, bello ai danni della tua stessa gente! E che maledetto tu sia, o Menelao, che per riportare a casa una sola donna, finirai col farne piangere pi di mille! E che maledetti siano Ilio, Tenedo, Simoenta, Scamandro e Ida, tutti nomi che solo a sentirli pronunziare fanno venire addosso una gran paura! Ma pi di tutti io temo un tale che si chiama Ettore; di lui Paride disse che ha la mano ferma e spietata. In ogni modo, amor mio, ti prego, da Ettore guardati! Che lo affronti pure Menelao se proprio lo desidera, ch almeno lui ha un motivo per farlo:  a Menelao, infatti, e non a te, che  stata rapita la moglie. Che gli altri, insomma, facciano la guerra, e che Protesilao faccia l'amore!
 (Ovidio, Heroides 13, 5-84)
Sulla nave ammiraglia, oltre a Protesilao, viaggiava anche un altro ospite illustre: il pi veloce Achille, il pi forte dei guerrieri achei.
Al suo arrivo la nave fu accolta dalla pi gigantesca pietrata che la storia ricordi: i Troiani, schierati a migliaia lungo le spiagge, scaricarono sugli invasori una tempesta di selci, di frecce e di maleparole. Il primo a ritenersi offeso, ovviamente, fu Achille: l'eroe al grido di Maledetti figli di Ilio stava l l per saltare dalla nave, quando fu bloccato dalla madre Tetide. E qui bisogna aprire una parentesi, e spiegare cosa ci facesse una mamma su una nave da guerra achea.
L'invisibile Dea, avendo saputo da Apollo che il primo a sbarcare sarebbe stato anche il primo a morire, si era piazzata opportunamente alle spalle del figlio, pronta a intervenire al minimo pericolo; e difatti, come si accorse che l'eroe stava per saltare, con una mano lo trattenne afferrandogli la cintura, con l'altra dette una spintarella a Protesilao. Risultato finale: il povero marito di Laodamia fin giusto sulla spada di Ettore e rese l'anima agli Dei prima ancora, si potrebbe dire, di toccare il suolo troiano. Ed ecco come Omero ci descrive il balzo di Protesilao:
 Primo ei balzossi dalle navi, e primo
 cadde, trafitto dal dardanio ferro.
 (Omero, Iliade II, 941)
Balzossi un corno, preciso io, perch se non fosse stato per la spintarella di Tetide, lui col cavolo che sarebbe balzato. Laggi, intanto, a Filace, c'era chi si struggeva dal dolore.
 E la moglie in Filace, derelitta,
 le belle gote lacerava, e tutta
 vedova del suo re piangea la casa.
 (Op. cit. II, 938)
Se Laodamia si disperava, Protesilao, sebbene morto, era addirittura furibondo! Troppo crudeli erano stati gli Dei! E d'altra parte, come dargli torto? Aveva desiderato una donna per tutta la vita: a un certo punto, chiss come, era riuscito a convincere il padre di lei a dargliela in sposa, e dopo averla avuta per una notte soltanto (dicesi una), che succede? Viene ucciso proprio quando sta per mettere piede sul suolo nemico, senza aver combattuto nemmeno un giorno! E no: quello che  troppo,  troppo! E pensare che la moglie, poche ore prima della partenza, lo aveva messo in guardia dallo sbarcare per primo, ammonendolo: Sors quoque nescioquem fato designat iniquo, qui primus Danaum Troada tangat humum, ovvero...
 Mi hanno riferito che il Fato condanner a morte chi per primo toccher l'ilio suolo. O infelice quella sposa che sar la prima a piangere il marito perduto! Che delle mille prue dei Danai la tua possa essere la millesima a solcare le affollate acque, e che tu possa scendere per ultimo, o mio dolce amore, dalla nera nave!
 (Ovidio, Heroides 13, 93-99)
Pi chiaro di cos! Eppure Protesilao c'era cascato lo stesso: ma con chi prendersela? Con Elena che aveva scatenato la guerra? O con Paride che l'aveva rapita? O con Menelao che aveva voluto vendicarsi? O con l'Ananke (il Destino) che regolava le azioni dei mortali? Luciano di Samosata, nei suoi Dialoghi dei morti, affronta il problema e s'immagina un Protesilao furibondo che gira in lungo e in largo l'Oltretomba alla ricerca di Elena:
 O Protesilao, lo blocc Eaco ho sentito dire che vuoi strozzare Elena. Ma perch detesti tanto la bella figlia di Tindaro?
 Perch  sua la colpa se oggi son qui, in questo triste mondo di morti rispose l'eroe. Fu per difendere il suo onore che lasciai incompiuta una casa, e vedova una giovane e ardente sposa.
 Ma allora obiett giustamente Eaco prenditela con Menelao! Fu lui a trascinare noi Achei a Troia, e solo per riprendersi una donna, una soltanto.
 Dici il giusto, o Eaco, esclam Protesilao, dopo averci riflettuto  lui il vero colpevole!
 Io, colpevole? protest Menelao. No di certo!  pi giusto, invece, che tu ritorca le tue ire su Paride, giacch fu lui, contro ogni legge morale, a rapirmi la moglie il giorno stesso in cui lo accolsi come ospite.  lui quindi, e non Elena, che meriterebbe di essere strangolato, e non solo da te, o Protesilao, ma da tutti i Greci e i barbari che perirono per colpa sua!
 S, penso proprio che tu abbia ragione! ammise Protesilao, e subito si volse verso Paride: A noi due, ora, o violatore di letti altrui: di certo adesso non mi potrai sfuggire!.
 Sei ingiusto, o Protesilao, a prendertela con me gli rispose pacatamente Paride. Io, se ci pensi bene, sono uno che ti somiglia: sono un innamorato! Il mio delitto  stato quello d'innamorarmi di una donna, cos come, a suo tempo, tu ti sei innamorato di Laodamia. La colpa allora, a ben guardare, non  mia ma dell'Amore, che come ben sai  un sentimento involontario, perch generato da un Dio che ci trascina dove lui ha gi deciso!
 Ah, se potessi avere Amore fra le mani: di certo lo strozzerei! url Protesilao.
 No che non lo strozzeresti, e ti spiego subito il perch, lo contradd Eaco perch lui non avrebbe difficolt ad ammettere di essere stato la causa del tuo innamoramento. Rifiuterebbe, per, sdegnato la responsabilit della tua morte. Non dimenticarti, infatti, o Protesilao, che fosti tu a lanciarti come un pazzo, primo fra tutti, sulle opposte schiere; eppure eri consapevole d'aver lasciato in patria una giovane donna! La verit  che in quel momento ti attraeva pi la gloria che la sposa lontana.
 Io il primo a lanciarmi? Giammai! protest Protesilao. Fu il Fato a stabilire che fossi il primo a toccare l'ilio suolo: cos'altro avrei potuto fare, se non ubbidire?
 E allora perch te la prendi con questi poveretti? Cerca il Fato piuttosto, e strozzalo.
 (Luciano, I dialoghi dei morti 19)
L'ingiustizia patita spinse sia Laodamia che Protesilao a protestare con gli Dei. Lei si gett ai piedi di una statua di Persefone e le disse:
O Dea dell'estrema casa, tu che ben sai quanto dolore rechi la lontananza della persona amata, al punto tale che tuttora dividi il tempo tuo tra il marito affettuoso e la piangente madre, fa' che io possa rivedere ancora una volta il mio amato bene. Una sola volta egli mi ebbe, e una volta sola ancora oggi ti chiedo.
Lui, invece, trovandosi negli Inferi, volle contattare di persona Ade e Persefone. Ed  sempre Luciano di Samosata che ci riporta, pari pari, il dialogo.
 O re, o nostro Zeus, inizi a dire Protesilao e tu, o figlia di Demetra, non sdegnate la mia preghiera d'amore.
 Cosa vorresti da noi? gli chiese Ade. E chi sei?
 Sono Protesilao, figlio di Ificlo filacio, il guerriero acheo che mor per primo sulle spiagge di Troia. Vi chiedo di lasciarmi tornare in vita per pochissimo tempo.
 Tutti quelli che vengono qui esprimono questo desiderio, o Protesilao, ma nessuno di essi lo soddisfa.
 Io non sto chiedendo di vivere ancora, o signore degli Inferi, ma di rivedere ancora una volta, una volta sola, la mia giovane sposa. La lasciai nel talamo, fresca fresca, per imbarcarmi sulla nera nave in partenza per Troia. Qui giunto, ero appena sbarcato che fui trafitto da Ettore, il figlio di Priamo. Oh me misero! Ancora oggi mi struggo d'amore e vorrei rivederla, anche solo per un attimo, per poi tornarmene quaggi rassegnato.
 Come fai a ricordarti di lei? gli chiese Ade, incuriosito. Non hai forse bevuto l'acqua del Lete?
 S, l'ho bevuta, e molta, ma la mia passione ha prevalso sul suo potere!
 Resta pur qui, o Protesilao. Prima o poi anche la tua bella sposa scender in questi luoghi, e in quell'occasione la potrai rivedere.
 L'attesa per, o Ade, sarebbe insopportabile: se tu sei stato anche una sola volta innamorato, saprai bene cosa vuol dire amare.
 Ma a cosa ti gioverebbe vivere un sol giorno accanto a lei, per poi tornare quaggi con rinnovato dolore? replic giustamente Ade.
 La persuaderei ad accompagnarmi, e tu, invece di uno, avresti due morti.
 Ci non  lecito, rispose Ade non  mai avvenuto.
 Non  vero, non  vero obiett Protesilao. Per la medesima ragione concedesti a Orfeo di portarsi via Euridice, e consegnasti a Ercole la mia congiunta Alcesti, facendo loro la grazia.
 E vorresti comparire, brutto come sei, ridotto a un teschio orribile, innanzi alla tua sposa? Di certo la poverina non ti riconoscerebbe: si prenderebbe solo un grande spavento e scapperebbe via lontano. E tu avresti fatto tutta quella strada per niente.
 Se  per questo, marito mio, il rimedio esiste lo interruppe Persefone. Da' ordine a Ermes di toccarlo con la verga non appena raggiunger la luce, e Protesilao torner a essere bello e giovane come quando entr la prima volta nel talamo.
 Be', se  d'accordo anche Persefone, che costui sia riportato di sopra e rifatto novello sposo. Ricordati, per, o Protesilao, che ti viene concesso solo un giorno!
 (Luciano, I dialoghi dei morti 23)
Anzi, solo tre ore, a sentire i mitologi. E cos accadde che una notte, mentre Laodamia era a letto, insonne, e ricordava lo sposo perduto, ecco apparire Protesilao.
L'eroe indossava ancora le armi con le quali era morto, e un filo di sangue gli colava dalla gola.
Tu qui, mio sposo! esclam Laodamia.
S, o Laodamia, e ardo all'idea di riaverti tra le assetate braccia. Ma bando ai convenevoli: solo tre ore ci concessero gli Dei, e or non vorrei che le tue frasi d'amore, seppur gradite, rubassero il tempo alle carezze audaci.
Protesilao, insomma, era impaziente: si accorse che il tempo volava e avrebbe voluto impiegare tutte le tre ore che gli erano state concesse in un intenso rapporto d'amore. Ma Laodamia, inaspettatamente, lo rifiut. Tre ore non le sembrarono una gran cosa, specialmente se messe al confronto con l'immensit dei suoi desideri, e allora chiese allo sposo la cortesia di restare immobile, nell'atteggiamento di chi sta abbracciando una donna, in modo da poterlo ritrarre in una statua di cera.
 Quest'immagine, credimi, gli disse Laodamia  pi di quanto non sembri: potr dirle ogni giorno tutte le tenerezze che voglio, le dolci parole d'amore che in genere si dicono gli amanti, e potr abbracciarla per farmi abbracciare da lei. Me la stringer al petto, proprio come se fosse un vero marito, e gemer con essa, fingendo che mi possa rispondere.
 (Ovidio, Heroides 13, 155-158)
Da quel giorno Laodamia prese l'abitudine di vivere tra le braccia della statua: ci s'infilava dentro, e la copriva di baci. Il padre, non vedendola pi in giro per casa, la fece spiare da un servo, e quando questi ritorn dicendo: Sire, tua figlia vive giorno e notte abbracciata a uno sconosciuto, dette ordine perch sfondassero la porta della stanza da letto e gli portassero, mani e piedi legati, l'amante misterioso.
Una volta scoperta la pietosa finzione, Acasto, ritenendo la figlia uscita di senno, fece gettare la statua di Protesilao nell'olio bollente; ma Laodamia, non appena vide il viso del suo amato sciogliersi nel calderone, vi si gett anche lei.
Racconta Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale, che Protesilao fu sepolto in Tracia, nel Chersoneso, e che accanto alla tomba nacquero alcuni olmi maestosi i cui rami erano sempre fioriti, d'estate e d'inverno, a eccezione di quelli pi alti che guardavano Troia, e che non fiorirono mai.
VI

L'asino d'oro
La favola di Amore e Psiche ci viene raccontata da Apuleio, uno scrittore africano del II secolo dopo Cristo, mezzo erudito e mezzo mago, nel suo capolavoro, Le metamorfosi (pi noto forse come L'asino d'oro), un romanzo di avventure la cui lettura non mi stancher mai di consigliare agli appassionati del genere fantasy.
Per coloro che non ne sapessero nulla, prover a raccontarlo per sommi capi.
Il protagonista del romanzo si chiama Lucio;  un giovanotto di buona famiglia in cerca di emozioni. Sperando di trovarle in Tessaglia, una terra di maghi e fattucchiere, arriva a Ipata, il capoluogo della regione. Ed ecco le sue prime impressioni:
 In questa citt tutto mi sembra assurdo, irreale, come se un infausto incantesimo si fosse impadronito di ogni cosa: i sassi in cui inciampo sembrano esseri pietrificati, gli uccelli che sento cantare uomini piumificati, gli alberi che circondano le mura individui a loro volta trasformati in uomini fronduti, e perfino le acque danno l'impressione di essere sgorgate da creature umane. Mi guardo intorno, stupito, e mi aspetto che da un momento all'altro anche le statue si mettano a camminare, o le figure degli affreschi a parlare, o gli animali a profetare.
 (Apuleio, L'asino d'oro II, 1)
Lucio finisce con l'essere ospitato da un certo Milone, un vecchio usuraio, sposato e senza figli. Unica persona allegra della famiglia, una servetta, l'appetitosa Fotide. Il giovane ha appena saputo dai vicini che la moglie dell'usuraio, la misteriosa Panfile,  una strega.
 Evoca i morti, muta il corso degli astri, piega alle sue voglie gli Dei e rende docili gli elementi della natura. Un giorno l'abbiamo udita minacciare perfino il sole! E gi, perch aveva ritardato troppo il tramonto, impedendole d'iniziare i suoi incantesimi.
 (Op. cit. III, 15-16)
Lucio si ripromette di mantenere le distanze dalla padrona di casa e di rifarsi con la serva che dal canto suo si rivela molto disponibile. E un giorno che non c'era nessuno in casa, ecco che se la ritrova innanzi, accanto ai fornelli, pi bella e provocante che mai.
 Indossava una candida tunichetta di lino, fermata in alto da una cintura rosso vivo, e mentre, con le sue manine, faceva saltare il tegame, tutto il corpo le vibrava nel medesimo tempo. Restai stupefatto da questa visione e mi s'irrigid anche un arnese che fino a quel momento era rimasto in riposo.
 Sta' lontano dal mio fornellino, ragazzo, mi disse la ragazza se non ti vuoi far male! Sappi che se appena me lo tocchi ti sentirai bruciare fin dentro le ossa, e a quel punto solo io, e nessun altro, potr venirti in aiuto!
 Ma io non resistetti alla tortura della provocazione e la baciai ardentemente sul collo, giusto all'attaccatura dei capelli. Poi l'abbracciai con tutta la foga dei miei giovani anni e lei mi corrispose con uguale ardore, e gareggi a lungo con me in ogni possibile libidine, cercando con la sua lingua profumata di nettare di incontrare golosamente la mia.
 (Op. cit. II, 9-10)
Una volta amoreggiato con la servetta, Lucio, curioso com'era, cominci a farle delle domande sulla padrona: Ma  vero che  una strega? E che cosa fa di tanto strano? E a che ora compie i suoi incantesimi?.
 E cos una notte mi condusse lei stessa, in punta di piedi, senza rumore, in una stanzetta all'ultimo piano in cima alla casa, e mi fece spiare attraverso la fessura di una porta.
 Vidi Panfile togliersi di dosso tutti i vestiti, quindi aprire uno scrigno che conteneva tanti vasetti. Ne prese uno, gli tolse il tappo e ne estrasse un unguento che poi si spalm con cura per tutto il corpo, dalle unghie dei piedi fino alla cima dei capelli. Le sue membra allora cominciarono a vibrare, le sue braccia a ondeggiare lentamente nell'aria, ed ecco spuntarle addosso morbide piume, e poi ancora piume pi robuste, e vidi il suo naso indurirsi, e poi mutarsi in becco, e le sue unghie diventare artigli. Panfile si era trasformata in gufo: emise un acuto stridio e prese il volo fuori della finestra.
 (Op.cit. III, 21)
Lucio si stropicci gli occhi, incredulo. Un attimo dopo cominci a tormentare Fotide perch gli procurasse l'unguento magico: anche lui voleva diventare un uccello! Ah, poter volare, sorvolare la citt, poter entrare in tutte le case e poi tornare indietro per riprendere le antiche sembianze! Fotide acconsent: purtroppo, per, nella fretta fin col prendere un vasetto per un altro.
 Come l'ebbi tra le mani, prima lo baciai, poi mi liberai dei vestiti, e infine immersi due dita, avidamente, nell'unguento, per poi spalmarmelo ben bene per tutto il corpo, cos come avevo visto fare alla strega Panfile. A quel punto cominciai anche ad agitare le braccia, su e gi come fanno gli uccelli, senza per ottenere alcun risultato pratico: le penne non spuntavano e non spuntavano nemmeno le piume; piuttosto i peli del corpo erano diventati ispidi come setole, e la mia pelle, cos delicata, cominciava a diventar dura come il cuoio. In fondo alla schiena poi mi era spuntata un'enorme coda. Il viso infine mi s'era allungato, le narici allargate e le orecchie diventate smisuratamente lunghe e pelose. Insomma, non c'era nulla in quella orribile metamorfosi di cui avrei potuto menar vanto, se non fosse stato per il mio arnese, divenuto all'improvviso lunghissimo.
 (Op. cit. III, 24)
Resosi conto di essersi trasformato in asino, il povero Lucio cominci a piangere, anzi a ragliare, ma Fotide riusc presto a consolarlo.
Non ti preoccupare, amor mio, gli disse domani mattina, di buon'ora, ti dar da mangiare una rosa, e vedrai che tutto torner come prima. Anche la mia padrona mangia le rose quando torna dai suoi viaggi, e ogni volta ridiventa donna. Per il momento ti sistemo nella stalla l insieme al tuo cavallo e agli altri animali.
Sennonch, durante la notte, un gruppo di banditi, sfondata la porta d'ingresso, forz con una scure il nascondiglio dove Milone teneva nascoste tutte le sue ricchezze, e nel giro di pochi minuti i briganti riuscirono a riempire d'oro e d'argento diversi sacchi; il carico per si rivel ben presto cos pesante che i malviventi si videro costretti a rubare anche il cavallo e i due asini (Lucio compreso) che stavano nella stalla.
Durante il tragitto dalla casa di Milone al covo dei banditi, l'asino Lucio si becc tante di quelle legnate, ma tante di quelle legnate, che a un certo punto invoc la morte. A ogni buon conto, una volta giunto a destinazione, assist alle varie riunioni dei briganti e ai loro litigi feroci per la divisione del bottino. Tra le tante cose che vide in quei giorni, ci fu anche una fanciulla bellissima che era stata appena rapita a scopo d'estorsione. La ragazza, in attesa che i suoi genitori pagassero il riscatto, piangeva disperata, e il capo dei banditi, non sapendo pi che fare per calmarla, l'affid a una vecchia che da sola faceva da serva a tutti quei briganti.
Costei, resa gobba dagli anni e dagli acciacchi, prese le mani della fanciulla tra le sue dita gialle e scheletriche, e le disse: Se mi prometti di non piangere, bimba mia, ti racconter una bella storia....

La favola di Amore e Psiche
 C'erano una volta un re e una regina che avevano tre figlie molto belle. Le due pi grandi, per, seppure avvenenti, rientravano nella normalit, la terza, invece, la pi piccola, era cos incredibilmente bella da non poter essere descritta con parole umane. Molti cittadini, infatti, e molti stranieri, avendo sentito parlare della sua eccezionale bellezza, accorrevano in gran numero soltanto per vederla, e a vederla restavano attoniti e le lanciavano baci.
 (Op. cit. IV, 28)
Tutta quest'ammirazione, per, dette molto fastidio a Venere, e, a essere sinceri, non le si poteva nemmeno dar torto: la Dea della Bellezza fino a prova contraria era lei, e pertanto qualsiasi altra pretendente al titolo, perdipi di razza mortale, cio inferiore, andava eliminata immediatamente.
  mai possibile che io, l'antica madre della natura, l'origine stessa degli elementi, sia costretta a dividere gli onori dovuti alla mia maest con una ragazzotta, e a veder profanato nei cieli il nome mio? Invano allora il pastore troiano prefer me alle altre Dee! Giuro che chiunque sia questa sciagurata, non potr godersi a lungo le lodi che mi ha usurpato, e far in modo che s'abbia subito a pentire di tanta illecita bellezza!
 (Op. cit. IV, 30)
Detto fatto, un bel giorno convoc suo figlio Amore e gli disse: Senti, ragazzo mio: qui c' una stupida che va dicendo in giro di essere pi bella di tua madre! Si chiama Psiche. Tu ora, da bravo figliuolo, me la colpisci con una delle tue frecce inesorabili e me la fai innamorare di un mostro orrendo; cos un'altra volta impara a fare la smorfiosa!.
Il fatto  che la povera Psiche, pur essendo da tutti considerata bellissima, non aveva ancora trovato uno straccio di fidanzato. Le sorelle si erano felicemente accasate con due re stranieri (un po' anzianotti in verit, ma abbastanza ricchi) e lei niente. I genitori erano alquanto preoccupati.
Vuoi vedere dicevano che tutta questa bellezza, invece di aiutarla, ha finito con lo spaventare i pretendenti!
E allora il padre, preoccupato per la grande infelicit della figlia, e sospettando un qualche odio da parte degli Dei, and lui stesso a Mileto per interrogare l'antichissimo oracolo di Apollo. Ed ecco quel che il Dio gli ordin:
 Conduci tua figlia, o re,
 in cima a un altissimo monte,
 e vestila d'oro e d'argento
 per un luttuoso matrimonio.
 Non aspettarti uno sposo
 cresciuto da stirpe mortale,
 ma un fiero mostro viviparo
 che svolazza alato nei cieli.
 (Op. cit. IV, 32-33)
Un mostro? A forma di serpente? E perch mai? Immaginiamoci la reazione di Psiche.
O povera me! url piangendo. O quanto avrei preferito essere nata brutta e deforme, piuttosto che andare incontro a un cos crudele destino!
La volont degli Dei per andava rispettata, e Psiche, volente o nolente, fu accompagnata in cima a una montagna da un corteo di amici e parenti, tutti vestiti a lutto, e l lasciata sola in attesa del mostro.
 Quand'ecco che a un tratto un leggero zefiro le mosse il vestito, le gonfi la gonna e la sollev dal suolo, ma con grazia, per poi trasportarla lungo i fianchi scoscesi della montagna e, sempre con dolcezza, depositarla a valle sul grembo di un prato coperto di fiori.
 (Op. cit. IV, 35)
Psiche, una volta rimessi i piedi a terra, si guard intorno e vide di fronte a lei una reggia tutta d'oro e d'argento. Questa, pens, non pu essere che una dimora costruita dagli Dei: troppo belle erano le sue mura, troppo imponenti i suoi portali, troppo alte le sue torri. E anche l'interno del palazzo era degno di un Dio: fin dall'ingresso, ad esempio, si intravedeva un susseguirsi di saloni, l'uno pi stupefacente dell'altro, soffitti in avorio e legno di cedro, pavimenti in marmo e pietre preziose, pareti d'oro massiccio e via dicendo. Insomma il meglio del meglio che ci si possa immaginare in fatto di case!
La fanciulla attravers le diverse sale come un automa: un po' era terrorizzata da quanto le era accaduto, e un po' si sentiva attratta da tutte le ricchezze che la circondavano. Quand'ecco che, all'improvviso, sent delle voci:
 Benvenuta, o Psiche! Non ti meravigliare delle ricchezze che vedi: tutto quello che ti sta intorno  tuo. Va' pure nella tua camera da letto e riposa. Quando infine lo vorrai, ordinaci pure un bagno. Noi, di cui senti solo le voci, saremo le tue fedeli ancelle e ti serviremo con la massima dedizione. Una volta poi che avrai terminato le cure del tuo corpo, ti prepareremo un banchetto regale.
 (Op. cit. V, 2)
Be', superato il primo impatto con la nuova realt, Psiche cominci ad abituarsi alla casa. Tutto era splendido, luccicante e in perfetto ordine; e ovemai avesse avuto bisogno di qualcosa, che so... un unguento... una bevanda... bastava chiederlo alle voci, che subito ubbidivano.
Insomma, per farla breve, che cos'era successo? Null'altro che questo: il Dio Amore, nel prendere la freccia che avrebbe dovuto far innamorare Psiche del mostro, si era inavvertitamente ferito, e quindi si era innamorato lui della fanciulla. A questo punto, per godersela in santa pace, si era costruito un pied--terre incantato, in modo che nessuno al mondo (e soprattutto sua madre) lo venisse a sapere.
Nel frattempo, per, Psiche si era lasciata prendere di nuovo dal panico: in tutta la casa non aveva trovato una sola lampada, o torcia o candela, che potesse illuminare la sua stanza. Inutilmente ne aveva chiesta una alle voci.
Il nostro padrone avevano risposto le voci non ama essere visto. Perci arriver solo a notte fonda ed entrer lieve come una brezza nella tua stanza. Tu preparagli il letto e aspettalo con fiducia!
Non vuole che lo veda perch  un mostro! pens Psiche e si mise a piangere.
 Nel buio pi fitto uno strano rumore le giunse alle orecchie. Ella era sola nel suo pudore di vergine e cominci a tremare. Ed ecco che l'invisibile sposo entr nel suo letto e la fece sua.
 (Op. cit. V, 4)
Ebbene, incredibile a dirsi, il mostro non sembrava affatto un mostro; anzi, seppure al buio, al tatto sembrava bellissimo! La sua pelle era vellutata come una pesca, i suoi riccioli morbidi come quelli di un bambino, e le sue labbra tenere e ardenti. Psiche se ne innamor subito pazzamente, e durante il giorno non vedeva l'ora che giungesse il tramonto per poterlo di nuovo abbracciare. La sua felicit sarebbe stata completa se solo avesse potuto tranquillizzare la famiglia che, a quel punto, di sicuro la credeva morta.
Ti scongiuro, o mio adorato amore, diceva al suo invisibile sposo se solo ti  possibile, conduci qui, a palazzo, le mie sorelle: fa' che possano vedere con i loro stessi occhi fino a che punto sono fortunata! Consentimi di dividere con loro la mia felicit.
Ma Amore la mise in guardia contro questa eventualit.
Ricordati, o Psiche, le disse che la felicit non  divisibile: l'unico modo di conservarla  quello di non farla mai conoscere a nessuno!
Ma Psiche continu a insistere.
 Morirei cento volte piuttosto che perdere i tuoi dolcissimi amplessi! Chiunque tu sia, lo sai che t'amo. Ma ti prego, tesoro, concedimi quest'ultima grazia: fa' che il tuo fedele Zefiro trasporti qui le mie sorelle, cos come fece con me il giorno in cui salii in cima alla montagna.
 E per convincerlo lo baci di pi di quanto non facesse di solito, e gli sussurr paroline dolci, e gli si strinse addosso con tutto il corpo, e lo attir a s dicendogli: O mio dolce sposo di miele, o tenera anima della tua Psiche!.
 A quel punto Amore, vinto da quelle dolci lusinghe, bench a malincuore acconsent e le promise che avrebbe ordinato a Zefiro di condurre le sorelle al palazzo.
 (Op. cit. V, 6)
Immaginiamoci la felicit di Psiche quando vide arrivare le sorelle: come promesso, Amore aveva inviato Zefiro in cima alla montagna perch le sollevasse con dolcezza e le depositasse in fondo alla valle. Una volta al palazzo, Psiche le accompagn in giro per le sale e regal loro alcuni bracciali, poi parl in modo entusiasta del marito. Si scus di non poterlo presentare, poich era dovuto uscire per lavoro; a ogni modo, ci tenne a precisare, il suo bel maritino tornava a casa tutte le notti, magari solo per poche ore, ma sempre pi affettuoso.
All'inizio le sorelle si commossero anche loro, poi l'invidia prese il sopravvento e cominciarono a imprecare.
 Cieca, crudele e ingiusta Fortuna, come hai potuto volere che tre sorelle, nate dagli stessi genitori, avessero una sorte cos diversa l'una dall'altra? A noi, che pur siamo le maggiori, hai destinato due mariti stranieri che ci trattano come schiave, mentre a lei, l'ultima della famiglia, tutte le ricchezze e forse un Dio per marito!
 (Op. cit. V, 9)
Ma quel che pi preoccupava le sorelle non era tanto l'evidente felicit di Psiche, quanto la possibilit che un domani potesse avere come figlio un Dio, se non diventare una Dea lei stessa. Psiche, infatti, in un momento di debolezza, aveva confidato loro che era in attesa di un bambino e che si aspettava grandi cose dal nascituro.
 Una che ha come serve delle voci, diceva la maggiore una che comanda ai venti,  chiaro che punta molto in alto e che prima o poi finir col diventare una divinit. E io invece, infelice, che ho per marito uno pi vecchio di mio padre, pelato come una zucca, brutto e avaro al punto da tenere tutta la roba di casa sotto chiave!
 L'altra le faceva eco: E allora cosa dovrei dire io che sono costretta a sopportare un marito storpio che non  in grado nemmeno di soddisfare le mie voglie! Sono sempre l a fargli massaggi, a sfregargli le membra deformi e a preparargli impiastri puzzolenti: queste non sono premure di mogli ma fatiche di schiave! E lei invece? Tesori da ogni parte che non sa nemmeno dove metterli e un marito, a detta sua, giovane e bello! Ma ti sei resa conto con quanta superbia ci ha trattato? E con quale arroganza? Tutto quell'esibire ricchezze per poi regalarci due cosine da nulla! Senti quel che ti dico: non sono pi io se non la butto gi dal piedistallo! Innanzitutto non dobbiamo mostrare a nessuno i regali che ci ha dato, nemmeno ai nostri genitori, e poi non dobbiamo raccontare che  viva e felice. La felicit non esiste, se non c' qualcuno che la conosce!.
 (Op. cit. V, 9-10)
Ma Psiche era stata cos felice della visita delle sorelle che supplic ancora una volta Amore perch le facesse tornare.
Bada l'avvert Amore che loro faranno di tutto per rovinare la tua felicit: ti porranno mille domande, ti chiederanno che tipo sono, ti convinceranno a guardarmi in viso e a quel punto mi perderai. Sappi, o Psiche, che non  possibile guardare in faccia l'amore: se appena appena lo vedi, anche solo per un attimo, lui sparisce per sempre!
Tutto inutile: Psiche insist tanto che Amore ordin di nuovo a Zefiro di recarsi in cima alla rupe.
Gettatevi gi con fiducia disse Zefiro alle sorelle e loro prontamente ubbidirono.
Per la seconda volta il fedele vento le port al palazzo.
 Psiche le fece subito accomodare perch si riposassero dalle fatiche del viaggio, poi prepar loro un bel bagno caldo, e infine le rifocill con pietanze e intingoli prelibati. Quindi comand alla cetra di vibrare e la cetra vibr, al flauto di suonare e il flauto suon, al coro di cantare e il coro cant. Ma quel soave canto non fu sufficiente a cancellare, e nemmeno ad attenuare, l'invidia delle sorelle. Le due perfide riuscirono a portare il discorso sul tema che volevano affrontare, e le chiesero come fosse in realt questo marito, da quale citt venisse e da quale famiglia.
 (Op. cit. V, 15)
Le pressioni furono tali e tante che a un certo punto Psiche non ce la fece pi e ammise che lei, in verit, suo marito non lo aveva mai visto, giacch lui arrivava al palazzo solo di notte e nel buio pi assoluto. Non l'avesse mai detto: le due megere si misero subito a piangere.
 Si schiacciarono bene bene gli occhi per spremere qualche lacrima, dopodich una delle due rivolse a Psiche queste parole:
 Povera te che non sai nemmeno a quali pericoli vai incontro! Ma per fortuna tua, ci siamo noi qui a difenderti: abbiamo saputo con sicurezza che quell'essere immondo che viene ogni notte nel tuo letto non  un uomo, bens un orribile drago col collo rigonfio di veleno e con enormi fauci al posto della bocca. Sappi inoltre che ci sono molti contadini della zona e anche alcuni cacciatori che lo hanno visto in faccia. Ebbene costoro hanno detto che  un essere orrendo a vedersi! E non basta: dicono anche che  solito ingrassare le sue vittime con succose vivande per poi divorarle non appena hanno raggiunto il giusto peso. Ricordati quello che disse l'oracolo di Apollo: Psiche dovr accoppiarsi con un mostro!
 (Op. cit. V, 17-18)
Inutilmente Psiche obiett che quanto meno al tatto il suo amore non sembrava affatto un mostro.
Anzi aggiunse a me sembra tenerissimo!
Ma a forza d'insistere, le due megere riuscirono a convincerla, e dopo averle dato una spada e una lampada le dissero:
Questa notte, non appena avr preso sonno, tu guardalo ben bene in faccia: se  bello, come dici, allora amalo pi di prima. Se  un mostro, invece, come diciamo noi, prima che ti possa far male, staccagli la testa con questa spada!
Purtroppo, l'unico difetto di Psiche era la curiosit. Lei era pi che sicura che il suo uomo fosse bellissimo: lo sentiva, lo intuiva... Eppure, come resistere alla voglia di vederlo dal momento che non l'aveva mai visto nemmeno una volta? Del resto, si disse, che faccio di male se lo vedo per un attimino solo? E quella notte, priusque Veneris proeliis velitatus (dopo aver combattuto le battaglie di Venere), quando sent che il suo respiro si era fatto pi regolare, accese la lampada e lo guard estasiata: era molto pi bello di quanto lo avesse immaginato!
 Non appena il cerchio della luce rischiar il talamo, ecco che vide la belva pi dolce di tutte le belve. E ammir la divina chioma, madida di ambrosia, il collo bianco come il latte e le labbra rosse come la porpora, e le ciocche dei capelli leggiadramente inanellate che gli ricadevano sulle spalle e al cui sfolgorante bagliore impallidiva la fiamma stessa della lanterna. E dietro le sue spalle, fulgide e rugiadose scintillavano due ali bianche le cui piume, seppure immobili, avevano di tanto in tanto leggeri fremiti come se fossero attraversate da improvvisi brividi d'amore.
 (Op. cit. V, 22)
Vinta da tanta bellezza, Psiche si chin per dargli un bacio, ma, cos facendo, fin per inclinare la lampada che aveva nella mano destra, facendo cadere una goccia d'olio bollente sulla spalla d'Amore.
 O audace e sfrontata lanterna, o indegna intermediaria d'amore, tu osasti bruciare il Dio di ogni fuoco, tu che di certo sei stata inventata da un amante che voleva protrarre anche di notte il suo piacere!
 A quel bruciore il Dio si dest: vide tradita la sua fiducia e senza proferir parola s'innalz in volo. Ma Psiche riusc ugualmente ad afferrarsi a una gamba, e cos, misera cosa aggrappata al suo amore, lo segu, sospesa nel vuoto, finch le forze non l'abbandonarono. A quel punto Amore non la volle abbandonare senza almeno chiarire perch sarebbe sparito per sempre, e vol su un cipresso vicino a lei, dall'alto del quale, commosso, le disse:
 O povera e ingenua Psiche, anch'io ho disubbidito agli ordini di mia madre Venere che ti voleva vedere schiava di uomo meschino. Forse ho agito con troppa leggerezza, si d il fatto che mi son ferito da solo e che ho finito per invaghirmi di te. Anche tu, per, hai sbagliato: hai creduto che io fossi un mostro e volevi tagliarmi la testa, proprio quella testa dove, invece, brillano due occhi innamorati di te!
 E vol via.
 Psiche, prostrata al suolo lo segu finch non lo perse di vista.
 (Op. cit. V, 23-25)
Amore, pur perdonando Psiche, o quanto meno giustificandola, come prima cosa volle vendicarsi delle sorelle di lei, e dopo aver messo in giro la voce di voler cambiare moglie, le convoc, separatamente, in cima alla montagna, quindi disse a ognuna di loro che avrebbe voluto sposarla e le convinse a lasciarsi cadere nel vuoto. Questa volta, per, non ordin a Zefiro di sostenerle, e le due sciagurate si sfracellarono al suolo.
Psiche nel frattempo si mise a girare il mondo in lungo e in largo alla ricerca del suo perduto amore: andava nei templi dedicati alla Dea della Bellezza e qui chiedeva ai fedeli:
Avete visto un ragazzo bellissimo con i riccioli d'oro e le ali d'argento? Si chiama Amore.  il figlio di Venere...  mio marito e mi ha abbandonata... vi prego aiutatemi!
Ma Amore non poteva sentirla: per il bruciore cagionatogli dalla goccia d'olio bollente (e dalla delusione) si era rinchiuso nella stanza da letto di sua madre e si rifiutava persino di andare in giro a fare innamorare i mortali.
 Allora il gabbiano, il candido uccello che vola sull'onda del mare, raggiunse Venere che stava nuotando nel profondo Oceano e le disse:
 Tutti i mortali sparlano di te e della tua famiglia, o Divina! Dicono che sulla terra non c' pi nessuno che s'innamora perch tu te ne stai in vacanza, qui nel lontano Oceano, e tuo figlio piange a causa di una sgualdrinella! Non c' pi volutt nel mondo, n bellezza, n desiderio, e tutto  diventato rozzo, brutto e trascurato! Niente matrimoni, folli amori e dolci amicizie, ma solo un immenso dilagare d'immoralit e di squallidi rapporti!
 E chi  mai questa sgualdrinella che se la fa con mio figlio? chiese Venere stupita.  forse una ninfa? O una Musa? O una delle Ore? O una delle Grazie?
 In verit non la conosco bene, rispose il gabbiano so solo che si chiama Psiche.
 Psiche?! url allora Venere. Ancora lei! Quella sfrontata che voleva usurpare il mio titolo! Ah, ma questa volta non se la passa liscia!
 (Op. cit. V, 28)
Per prima cosa, Venere rinchiuse Amore in una cella d'oro onde impedirgli di correre in aiuto di Psiche. Quindi lo accus di malvagit e lo minacci che se non avesse smesso, subito, di pensare a quella l, lei lo avrebbe sostituito con un altro figlio, magari adottivo, al quale avrebbe consegnato anche il suo arco e le sue frecce. Infine emise un bando per catturare la fanciulla:
Chiunque porter Psiche, mani e piedi legati, ricever in premio da Venere in persona sette dolcissimi baci di cui uno, prelibatissimo, con la lingua in bocca.
In proposito, onde difendermi da eventuali accuse di volgarit e peggio ancora di umorismo, eccovi l'esatta citazione latina tratta dalle Metamorfosi di Apuleio: Et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum. (Op. cit. VI, 8)
Il bando fu affidato a Mercurio ed ebbe un enorme successo: tutti i mortali avrebbero voluto catturarla. A riuscirci per non fu un uomo, ma una donna, un'ancella di Venere chiamata Consuetudine. Costei, non appena vide una fanciulla bellissima piangere a dirotto, le chiese se per caso si chiamasse Psiche e, avutane conferma, la trascin per i capelli davanti alla Dea.
 Eccoti finalmente, sgualdrinella! inve la Dea. Ti sei degnata ordunque di venire a conoscere tua suocera. O sei qui solo per vedere tuo marito che soffre a causa delle ustioni che gli hai inflitto?
 Poi ordin alle sue ancelle, Inquietudine e Tormento, di frustarla a sangue, e quando queste gliela restituirono pesta e piangente, scoppi in una gran risata.
  inutile che cerchi di commuovermi con il tuo ventre rigonfio: sappi che non sono affatto felice di diventare nonna, alla mia et, nel fiore degli anni!
 Quindi le si avvent contro e le fece a pezzi il vestito, per poi strapparle i capelli e graffiarle il viso.
 (Op. cit. VI, 9)
Ma i guai per Psiche erano appena cominciati. Prima di ucciderla, Venere si volle divertire a torturarla.
 Se vuoi rivedere Amore le disse devi affrontare quattro prove: quella dei semi, quella della lana d'oro, quella dell'acqua sacra e quella del vaso della bellezza. Solo superandole tutte e quattro potrai riabbracciare mio figlio, altrimenti sarai punita con la morte!
 Alla parola morte, un brivido scosse la povera Psiche: la speranza, per, di rivedere Amore le dette la forza necessaria per ascoltare.
La prima prova
 Voglio mettere alla prova la tua abilit disse Venere. Qui per terra c' un mucchio di semi diversi, tutti mischiati: tu adesso me li separi, chicco per chicco, e poi me li raggruppi in mucchi diversi secondo il tipo di semi. Io adesso debbo andare a una festa, al mio ritorno voglio trovare il lavoro gi finito!
 (Op. cit. VI, 10)
Il mucchio era immenso: c'erano semi di grano, d'orzo, di papavero, e poi ceci, fave, lenticchie... insomma c'era di tutto. Psiche, avvilita, non ci prov nemmeno a separare i chicchi l'uno dall'altro. Come riuscirci entro mezzanotte? Forse nemmeno un mese le sarebbe bastato! Sennonch...
 ...una formichina, piccina piccina, ebbe piet di lei e maledisse la crudelt della suocera. La bestiola corse a perdifiato per i campi e chiam a raccolta migliaia e migliaia di sue compagne.
 Abbiate piet, o veloci figlie della madre terra: la sposa del Dio Amore  in pericolo di vita. Correte in suo aiuto!
 A queste grida, tutte le figlie del popolo a sei zampe si precipitarono, una dietro l'altra, nel luogo dove si disperava Psiche, e in men che non si dica divisero il cumulo di semi in tanti mucchi separati.
 (Op.cit. VI, 10)
La seconda prova
Quando Venere torn dalla festa, tutta profumata e ingioiellata (forse anche un po' ubriaca), non credette ai suoi occhi.
Come hai fatto, maledetta? Qualcuno deve averti aiutato. Adesso per attenta alla seconda prova, e guai a te se non la superi!
Quindi, dopo averle gettato un pezzo di pane raffermo, aggiunse:
 Vedi quel bosco laggi, accanto al fiume, con i cespugli che si specchiano nell'acqua? Ebbene, l pascolano, incustodite, alcune splendide pecorelle dal vello d'oro. Voglio che tu mi vada a prendere un po' della loro lana preziosa!
 (Op.cit. VI, 11)
Psiche stava precipitandosi verso le pecorelle, quando una canna che cresceva l accanto la ferm appena in tempo.
Dove vai fanciulla? le chiese.
Vado a prendere un po' di lana da quelle pecorelle.
 Pecorelle!? esclam la canna. Quelle sono belve terrificanti che ti dilanierebbero con le loro corna acuminate. Non contaminare, o Psiche, con la tua morte infelice le mie sacre acque. Sappi che finch il sole scotter quelle che tu chiami pecorelle saranno sempre rabbiosamente feroci. Non t'accorgi con quale furore si scagliano contro i cespugli? Aspetta piuttosto che giunga la sera: solo allora, e senza alcun rischio, potrai raccogliere, scuotendo i rami, tutta la lana che vi  rimasta impigliata.
 (Op. cit. VI, 12)
Psiche ubbid, e anche la seconda prova venne superata. Ma Venere non si dette per vinta: non appena la vide con la lana la copr d'ingiurie.
La terza prova
 Brutta sgualdrina, credi forse che io non sappia chi ti ha aiutato? Ma adesso voglio mettere alla prova proprio il tuo coraggio: vedi quel monte altissimo con le pareti a picco? Ebbene, in cima a quel monte c' una tetra sorgente dalla quale sgorgano le acque che poi andranno a ingrossare la palude stigia e il fiume Cocito. Arrampicati subito su quella vetta, l dove sgorga la fonte sacra, e riempi quest'ampolla di vetro con la sua gelida acqua!
 (Op. cit. VI, 13)
Psiche part di corsa con la certezza che su quelle pareti avrebbe chiuso la sua triste vita: troppo alta e troppo a picco era la rupe per poterla conquistare con le nude mani. Perfino le acque che scendevano gi dalle balze (e che sapevano parlare) le consigliarono di non cimentarsi in un'impresa cos disperata.
Fermati, o Psiche, che fai? Non t'azzardare ad arrampicarti lass! Vuoi forse morire?!
Ma proprio mentre stava per iniziare la scalata, ecco che un'aquila reale scese gi dal cielo e le strapp di mano l'ampolla di cristallo, per poi riportargliela, cinque minuti dopo, colma di acqua sacra.
La quarta prova
 Felice, con la sua ampollina, Psiche torn da Venere. Ma nemmeno la vista dell'acqua sacra riusc a placare l'animo esacerbato della Dea. Ormai mi sono convinta che tu sei una potente maga, o Psiche. Ma vediamo, bambolina mia [mea pupula], se riesci a portare a termine anche la quarta prova. Prendi questo vaso e recati negli Inferi, quindi consegnalo a Proserpina e dille, da parte mia, queste parole: Venere ti chiede di mettere in questo vaso un po' della tua bellezza, giacch quella che lei aveva l'ha dovuta consumare tutta per assistere il figlio suo malato. E bada a non fare tardi perch devo truccarmi per andare a teatro.
 (Op. cit. VI, 16)
Scendere negli Inferi?! Questa s che era un'impresa disperata! E anche volendo, si disse Psiche, come faccio a trovare la strada degl'Inferi? Altra idea non le venne se non quella di suicidarsi. E stava quasi per buttarsi gi di sotto da una rupe, quando una torre improvvisamente cominci a parlarle.
 Perch vuoi ucciderti, o Psiche, gettandoti nel vuoto? Arriveresti s nel profondo Tartaro, ma non potresti pi farne ritorno. Ascoltami invece: non lontano da qui c' Lacedemone, la bella citt dell'Acaia. Tu cerca il Tanaro e da quelle parti scoprirai un cunicolo che ti porter dritta dritta nella reggia dell'Orco. Ma non andare in quelle tenebre a mani vuote! Porta con te due focacce mielate e mettiti in bocca due monetine. Poi incontrerai un asinaio zoppo con un asino zoppo che ti chieder aiuto: tu tira dritto e non ti fermare. Quindi arriverai allo Stige, il fiume dei morti, e vedrai un vecchio sporco e avaro, chiamato Caronte, che non appena ti vedr salire sulla sua barca ti chieder il prezzo del traghetto. A quell'orrendo barcaiolo tu darai una delle due monetine. Quando sarai giusto a met dello Stige, dalle acque limacciose affiorer un vecchio che ti tender la sua putrida mano e ti chieder di farlo salire sulla barca, ma tu non dargli retta. Poi incontrerai Cerbero, il cane a tre teste, e a lui getterai una delle due focacce (l'altra, mi raccomando, conservala per il ritorno). Poi...
 (Op. cit. VI, 17-18)
Poi, poi, poi... queste storie, lo si sa, non finivano mai, anche perch erano inventate apposta per addormentare i bambini. E cos anche nella favola d'Amore e Psiche c'erano mille ostacoli da superare. La nostra eroina, comunque, riusc a fare tutto per bene: si fece consegnare il vaso con la pomata della bellezza, debitamente chiuso, e fece ritorno sulla terra.
Ormai pi nulla si frapponeva al ricongiungimento con Amore. La stessa Venere le aveva detto: Solo dopo che avrai superato le quattro prove ti far rivedere mio figlio. E lei le prove le aveva superate tutte, dalla prima all'ultima! Purtroppo, per, le fatiche a cui si era sottoposta l'avevano molto sciupata: le sue vesti erano stracciate, il suo volto devastato dai graffi, i suoi capelli tutti sporchi per aver dovuto attraversare i fumi dello Stige. Sarebbe bastata un pochino della pomata di Proserpina, quella chiusa nel vasetto, per farla tornare pi bella di prima. La torre per le aveva detto: Non aprire mai, o Psiche, per nessuna ragione quel vaso se non vuoi morire!. Il vaso di Proserpina, infatti, conteneva un gas venefico che prima faceva addormentare le persone che l'aspiravano, e poi le portava gradualmente alla morte. Venere contava proprio sul veleno per eliminare Psiche. Una donna, aveva pensato la Dea per quanto bella, non resister mai alla tentazione di esserlo ancora di pi, soprattutto se ad attenderla c' il suo grande amore! E difatti Psiche, non appena rest sola, apr il vaso infernale per poter rubare un pochino di pomata...
 ...ma nel vaso non c'era nulla, nessuna bellezza, solo un Sonno profondo, davvero degno dello Stige, che s'impadron subito di Psiche, le si diffuse in tutte le membra e la fece stramazzare al suolo. Ancora un attimo e sarebbe morta... quando dal cielo, veloce come il baleno, giunse Amore. Il giovane alato era riuscito a fuggire dalla cella dove l'aveva imprigionato sua madre.
 (Op. cit. VI, 21)
Amore come prima cosa rinchiuse il Sonno nel vaso, quindi punse Psiche con una delle sue frecce affinch riaprisse gli occhi. Infine se la port in cielo da Zeus, il padre degli Dei, che dette da bere alla fanciulla un bicchiere colmo di ambrosia e le disse:
 Bevi, Psiche, e diventa immortale! Amore non si potr mai pi sciogliere da te e sarete per sempre marito e moglie!
 (Op. cit. VI, 23)
Ebbero una figlia a cui dettero nome Volutt e, ovviamente, vissero felici e contenti.
La vecchia serva aveva appena terminato la fiaba, quando si rifecero vivi i banditi. Erano reduci da una lucrosa rapina: alcuni di loro si lamentavano a gran voce perch erano feriti, altri invece maledivano Giove, la montagna, la pioggia e gli aspri sentieri. A parte ci, avevano bisogno subito di bestie da soma per trasportare il bottino, e quindi anche del nostro asino, che in casi del genere ci andava sempre di mezzo.
La vita di Lucio continu pi o meno cos, finch una sera, dopo la solita razione di bastonate e un faticoso andirivieni con un carico pesantissimo, fin con l'azzopparsi. A quel punto i banditi decisero di ammazzarlo.
 Per quanto tempo ancora dovremo dar da mangiare a questo asino zoppo e maledetto? chiese uno dei banditi, e un altro rincar la dose:  lui che ci porta scalogna! Facciamogli fare questo ultimo trasporto e poi buttiamolo in un burrone: sar un ottimo pasto per gli avvoltoi!.
 (Op. cit. VI, 26)
Lucio, per, pur essendo un asino, li ud distintamente, e si rese conto che altro non gli restava che fuggire il pi lontano possibile. Non appena vide i briganti allontanarsi dal covo, dette uno strattone alla corda che lo teneva legato alla greppia e con un calcio butt gi la porta. La serva cerc di sbarrargli il passo, ma la fanciulla, approfittando anche lei del trambusto che si era venuto a creare, la gett per terra, rincorse l'asino e gli mont in groppa.
 E io, racconta Lucio felice di essere riuscito a fuggire, correvo pi veloce di un cavallo di razza. A volte poi, con la scusa di dovermi leccare la pancia, piegavo indietro la testa e le baciavo i piedini, nonostante le botte che lei mi dava senza risparmio. Nel frattempo la sentivo sospirare: O Dei dell'Olimpo, soccorretemi! E tu, mio salvatore, se riuscirai a portarmi a casa, sana e salva, e a restituirmi ai miei genitori, ti coprir di onori e ti far mangiare solo cibi prelibati! Quindi pettiner questa tua bella criniera e ti adorner con i miei gioielli di fanciulla!.
 (Op. cit. VI, 28)
Purtroppo i banditi li riacciuffarono dopo poche ore, e per l'asino furono botte da non credere. La sorte, per, non lo aveva abbandonato del tutto: il fidanzato della fanciulla, fingendo di essere anche lui un brigante, entr in confidenza con i sequestratori e nel corso di una cena tra colleghi offr loro un vino al quale aveva aggiunto un potente sonnifero. I banditi si addormentarono quasi di colpo, e all'alba si svegliarono tutti in catene, per essere poi giustiziati da un boia, come d'altra parte avevano largamente meritato.
Da quel momento in poi per Lucio cominci una vita quanto mai travagliata (ancora di pi di quella che aveva finora vissuto). Cambi, infatti, molti padroni: fin nelle mani di alcuni imbroglioni che si spacciavano per sacerdoti della Dea Siria, poi fu venduto a un mugnaio, quindi a un ortolano, poi a un soldato e infine a due pasticceri. Tutti, nessuno escluso, lo presero a legnate.
Mentre stava con i pasticceri, per, accadde un fatto curioso che impresse una svolta radicale alla sua vita di asino: lasciato solo nel retrobottega, invece di mangiarsi il fieno nella greppia, cominci a rimpinzarsi di dolci e di focacce. Notando le sparizioni, i due pasticceri, in un primo momento, si accusarono l'un l'altro; poi, scoperto il vero autore dei furti, cominciarono a raccontarlo in giro, e in men che non si dica Lucio divenne un vero e proprio fenomeno da baraccone. I suoi padroni lo avevano ammaestrato a puntino (cosa, peraltro, abbastanza facile, dal momento che l'asino era pur sempre un uomo) e cos, attraverso opportuni segnali, riuscirono a farlo assentire, negare, rispondere a cenni, ballare, sdraiarsi per terra e perfino sedersi su un triclinio per mangiare come un comune mortale. Una volta addestrato, lo vendettero a un ricco impresario che, tra le tante sue attivit, organizzava spettacoli popolari con gladiatori, belve e curiosit di ogni genere.
A parte il successo come attore, Lucio fece innamorare di s una nobildonna che, dietro lauto compenso, volle trascorrere una notte d'amore con lui. Sentiamo il racconto di quell'esperienza dalla stessa voce dell'asino:
 Quella sera, dopo aver cenato a tavola con il mio nuovo padrone, trovai nella stanza da letto una bella signora che mi aspettava: la novella Pasifae smaniava all'idea di avere un rapporto d'amore con me! Quattro eunuchi ci prepararono il talamo: coprirono il pavimento con cuscini di morbide piume, sui quali stesero una coperta di porpora di Tiro tutta intessuta di fili d'oro, e sopra la coperta gettarono alcuni cuscini profumati. Fatto ci, tolsero il disturbo.
 Rimasti soli, la signora si mise completamente nuda, togliendosi anche la fascia di seta che le sosteneva il seno bellissimo. Quindi apr un barattolo di stagno e ne estrasse un unguento profumato con il quale prima spalm se stessa, da capo a piedi, e subito dopo me, e nel farlo indugi a lungo sul mio naso. Infine mi baci appassionatamente. I suoi baci, per, non somigliavano affatto a quelli che in genere le puttane danno ai loro clienti nei bordelli, bens erano dei veri e propri baci d'amore, intervallati da frasi dolcissime del tipo Ti amo, Ti desidero, Ti voglio bene, Senza di te non potrei vivere!, eccetera eccetera.
 (Op. cit. X, 19-21)
Il povero Lucio da una parte era lusingato da tutte queste attenzioni, dall'altra per era molto preoccupato per il rapporto che lui, asino, avrebbe dovuto avere da l a poco con la gentildonna.
 Ahim, pensai, tra poco far scempio della signora e il marito, per punirmi, mi dar in pasto alle belve feroci. Con queste mie zampe ingombranti, infatti, come avrei potuto montare una signora tanto delicata? E con quegli zoccoli duri come avrei potuto accarezzarne le tenere membra, bianche come il latte e dolci come il miele? Ma, soprattutto, come poteva una donna, per quanto posseduta dalla smania di avermi, tam vastum genitale suscipere? Ebbene, non ci crederete: ma al grido di Ti tengo, ti tengo, piccioncino mio! mi mostr subito quanto fossero infondate le mie preoccupazioni et prorsus totum recepit.
 (Op. cit. X, 22)
Il nuovo padrone non solo non si oppose agli strani accoppiamenti di Lucio, ma pens bene di trarne un vantaggio economico e organizz una specie di spettacolo porno a beneficio delle masse. Non riuscendo, per, a convincere nessuna femmina del luogo ad accoppiarsi con l'asino (n tantomeno la nobildonna a esibirsi in pubblico), si fece assegnare dalle autorit carcerarie una detenuta, un'assassina per la precisione, gi condannata a morte. La disgraziata, in effetti, non peggiorava molto la sua situazione, dal momento che, asino o non asino, sarebbe stata data, comunque, in pasto alle belve.
 Ma io, a parte la vergogna di dovermi accoppiare davanti a tutti (seppure nelle sembianze di un asino), e a parte la ripugnanza che provavo per quella donna malvagia e criminale, ero anche torturato dalla paura che le belve, alle quali l'assassina era destinata subito dopo l'accoppiamento, avrebbero finito con lo sbranare anche me che invece ero del tutto innocente. Tutto preso da questi timori, non appena mi accorsi che il guardiano si era un po' distratto, perch troppo impegnato a sistemare il nostro giaciglio d'amore, infilai di corsa la porta pi vicina e mi misi a correre a perdifiato finch non giunsi a Cencrea, una nobilissima citt bagnata dal mare Egeo. Una volta in salvo, evitai di proposito il centro abitato e mi diressi verso la spiaggia, dove, dopo essermi sdraiato sulle morbide dune, scivolai in un piacevole sonno.
 (Op. cit. X, 35)
Il sogno fu quanto mai risolutore. Lucio vide emergere dal mare una figura splendida di donna con i capelli morbidi e ondulati che le scendevano in disordine lungo le spalle: era Iside in persona, la Dea venerata da tutti gli Egizi. Un disco piatto, simile alla luna, lucido come uno specchio, l'adornava nel bel mezzo della fronte.
 Indossava un vestito di lino sottile dai colori cangianti, ora bianco ghiaccio, ora giallo croco, ora rosso fiamma. Ma quello che pi stupiva era il suo manto nerissimo sul quale si vedevano luccicare decine e decine di stelle.
 Eccomi a te, o Lucio! disse la Madre di tutte le cose. Io sono venuta qui perch mi hai commosso con le tue mille sventure! E ora eccomi a te, benigna e favorevole, nella mia qualit di signora degli elementi. Smetti pure di lamentarti, o figlio, e caccia via per sempre il dolore, giacch oggi, per opera mia,  ormai sorto il sole della tua liberazione. Adesso, per, segui attentamente le mie istruzioni. Domani, a Cencrea,  il giorno del mio culto: innumerevoli processioni attraverseranno la citt da un capo all'altro. Durante la cerimonia il sacerdote, per mio suggerimento, porter con s una corona di rose. Tu avvicinalo senza timore, come se volessi baciargli una mano, e mangia un paio di quelle rose. Vedrai che immediatamente ti si staccher da dosso la ruvida pelle dell'asino e tornerai a essere quello di prima: un giovane alto, bello e di grandi speranze. Ricordati, per, che da quel momento sarai costretto a consacrarti a me fino alla fine dei tuoi giorni.
 (Op. cit. XI, 5)
Lucio segu a puntino tutte le istruzioni, recuper le fattezze umane e divenne un sacerdote d'Iside.
VII

La sfortuna di essere belli
Essere troppo belli, a volte, pu risultare altrettanto nefasto che essere brutti. Basta pensare a Marilyn Monroe per rendersene conto. Volendo restare, per, nell'orticello mitologico, racconter le tristi vicende di alcuni giovani famosi per la loro bellezza.

Il mito di Adone
Adone nacque dal rapporto incestuoso di sua madre Mirra con il nonno Cinira. La vicenda  una di quelle storie scabrose che in genere vengono sussurrate in famiglia quando i bambini sono gi andati a letto, e che misero in difficolt lo stesso Ovidio, nelle Metamorfosi. Il poeta avverte:
 La mia poesia narrer cose terribili. Allontanatevi quindi, o figlie, e anche voi, padri, restate il pi lontano che potete dai miei versi: nel caso poi che la storia vi seducesse, allora sospendete la stima che avete nei miei confronti, e rifiutatevi di credere anche a una sola parola di ci che ho scritto, e se infine la riterrete vera, accettatene almeno il castigo.
 (Ovidio, Metamorfosi X, 300-304)
Dopo questa abile premessa, destinata unicamente a evitare gli strali dei censori, Ovidio comincia a raccontare la storia di Mirra, una fanciulla che s'innamor di suo padre Cinira. A detta del poeta, la giovane era perfettamente consapevole della sua colpa.
 Ahim, dove mi trascina il pensiero? Cosa sto facendo? esclama la poverina. Vi supplico, o Numi: opponetevi alla mia perversione, sempre che di perversione si tratti. Eppure, a pensarci bene, tutti gli esseri viventi si accoppiano senza problemi, n si ritiene immonda una giovenca solo perch offre il proprio dorso a chi l'ha generata, n la figlia del cavallo che soggiace al padre, n il capro che si congiunge alle femmine che ha procreato. O come vorrei fuggire lontano dalla patria per impedirmi di commettere una tale empiet!
 (Op. cit. X, 320-342)
Poi aggiunge:
 O donna impudica: non t'accorgi che con i tuoi desideri stai gettando scompiglio perfino nelle parole? Non ti rendi conto che, ovemai riuscissi nel tuo intento, saresti chiamata la sorella di tuo figlio e la madre di tuo fratello?
 (Op. cit. X, 346-348)
Tale era la disperazione di Mirra, che un giorno medit il suicidio. Aveva gi il cappio al collo, quando venne sorpresa dalla nutrice. Dopo averla a lungo interrogata, la vecchia riusc a estorcerle una confessione, e a quel punto, pur di dissuaderla dai suoi propositi, le promise un incontro d'amore col tanto agognato padre.
Ora, siccome durante i festeggiamenti in onore di Cerere, la madre della ragazza, tale Cencreide, aveva fatto un voto di castit che le impediva di andare a letto col marito, la nutrice propose all'anziano genitore Cinira di accoppiarsi con una giovane vergine. Unica condizione posta dalla giovane: quella di non farsi mai vedere.
 Quanti anni ha questa vergine? chiese Cinira.
 Gli stessi di tua figlia Mirra rispose la nutrice.
 (Op. cit. X, 440)
Tutto and secondo i desideri di Mirra: i due, padre e figlia, si accoppiarono per nove notti di seguito con reciproca soddisfazione.
 Accoglie il genitore nell'immondo letto la sua stessa carne, e chiss che nel trasporto amoroso, a causa della differenza d'et, lui non le abbia detto a un certo punto figlia e che lei non gli abbia risposto, non volendo, padre, affinch alla scelleratezza dell'unione non facessero difetto i veri nomi. Dal talamo incestuoso Mirra uscir fecondata e per nove mesi porter nell'utero maledetto la grave colpa.
 (Op. cit. X, 465-470)
Una notte, per, Cinira, spinto dalla curiosit, prese un lume e guard in viso la giovane amante. Quando s'accorse che si trattava di sua figlia, fuori di s dalla rabbia, sguain la spada e prese a inseguirla per tutta la casa e per i boschi vicini, e stava quasi per raggiungerla, quando la poverina chiese aiuto agli Dei.
 O Numi, porgete ascolto a chi vi supplica: io so di essere in colpa, n mi sottraggo al duro castigo; ma affinch non contamini i vivi, vivendo, e non offenda i morti, morendo, cacciatemi, vi prego, da entrambi i regni e fate di me un'altra cosa, una cosa che non sia n viva, n morta!
 (Op. cit. X, 483-487)
Gli Dei si commossero e la trasformarono in un albero. Malgrado la metamorfosi, per, i fendenti del padre continuarono a colpirla e da ogni ferita venne fuori una resina profumata, che per l'appunto fu chiamata mirra.
Al nono mese la corteccia si apr del tutto e dette alla luce un bambino: Adone.
 Afrodite, incantata dal bel sembiante del neonato, di nascosto dagli Dei, lo chiuse in una cassa e lo consegn a Persefone, la quale, appena l'ebbe veduto, decise in cuor suo che non l'avrebbe pi restituito.
 (Apollodoro, Biblioteca III, 4)
Passarono gli anni e Adone divent uno splendido giovane. Di lui, in pratica, s'innamoravano tutte le donne:
 Segretamente scorre il tempo alato: nulla v' di pi rapido degli anni. Colui che  figlio di sua sorella e di suo nonno, colui che fino a pochi anni prima era ancora in grembo a un albero, ora  diventato un bellissimo giovane, e fa innamorare di s perfino Afrodite.
 (Ovidio, Metamorfosi X, 519-524)
L'idillio tra Adone e Afrodite esplose violento e scalz dal cuore della Dea l'altro amante, il nerboruto Ares, che ovviamente non era affatto contento di come si erano messe le cose. La verit  che Adone era pi bello, pi tenero, pi affettuoso di Ares, e, a parte Afrodite, un po' tutte le donne del mondo greco lo avevano eletto a loro favorito.
 Diciotto o diciannove anni ha quel giovane: non punge il suo bacio, bionde di lanugine sono ancora le labbra. Ma non si rallegri tanto Cipride, che anche noi, non appena scender la rugiada, lo rapiremo per poi portarcelo dietro, l dove le onde schiumano sulle rive, e dopo esserci sciolte le chiome e fatte cadere le vesti, gi fino ai malleoli, a seno nudo intoneremo un acuto canto.
 (Teocrito, Idilli, Le donne alla festa di Adone 130-137)
Come detto, anche Persefone si era innamorata di Adone, e ben presto la disputa tra le due divinit divenne cos aspra che giunse all'orecchio di Zeus. Ora, se c'era una cosa che il Padre degli Dei non sopportava erano le beghe fra le donne del suo entourage, e in particolare quelle per questioni di alcova: trascinato quindi, suo malgrado, in questa contesa tipicamente femminile, lasci che a giudicare fossero le Muse, le quali, a loro volta, decisero quanto segue:
Il giovane rester quattro mesi con Afrodite, quattro con Persefone e quattro con chi vuole lui!
Ma Afrodite non si accontent dei quattro mesi che le erano stati assegnati, e quando si accorse che stavano per finire, indoss la famosa cintura della seduzione, quella che faceva innamorare chiunque la guardasse, e convinse Adone a passare con lei anche i quattro mesi di pertinenza dell'altra. Figuriamoci Persefone! Come una furia si rec da Ares e gli raccont l'ennesimo tradimento di Afrodite. Ares, allora, fuori di s dalla rabbia, si mut in un gigantesco cinghiale e, durante una partita di caccia, massacr il rivale.
Racconta il poeta Bione che Afrodite si disper a lungo per la fine del giovane amante. Quando lo vide cadere esanime al suolo, con le membra squartate, si chin su di lui e pianse tante lacrime per quante gocce di sangue vide uscire dal suo corpo. E mentre le lacrime, cadendo a terra, si trasformavano in rose, le gocce del sangue di Adone, contemporaneamente, si mutarono in fragili anemoni.
Con Afrodite (si dice) piansero moltissime fanciulle. In quei giorni, infatti, furono visti lunghi cortei di donne vagare nei boschi, e per molti giorni e molte notti si udirono canti funebri:
 Muore il tenero Adone, o Citerea:
 e come faremo noi a vivere?
 A lungo battetevi il petto, o fanciulle,
 e laceratevi le vesti.
 (Saffo, Odi 106)

Il mito di Titone
Al bellissimo Titone and anche peggio, se cos si pu dire. Il suo primo errore fu quello di alzarsi troppo presto al mattino; d'altra parte faceva il pescatore e svegliarsi di buon'ora era, per lui, un'abitudine quotidiana. Siccome tra le Dee dell'Olimpo la pi mattiniera era, ovviamente, Eos, la Dea dell'Aurora, accadde che un bel giorno (ti vedo oggi, ti vedo domani...) la bella Eos s'innamor di Titone.
Le Dee, all'epoca, erano non meno spregiudicate dei loro colleghi maschi; Eos, pertanto, senza starci troppo a pensare, rap Titone e se lo port in Etiopia.
 A Titone la Dea partor Memnone armato di bronzo, re degli Etiopi, e il sire Emazione.
 (Esiodo, Teogonia 984)
La loro felicit sarebbe stata completa se entrambi fossero appartenuti alla stessa razza. Purtroppo per Titone, per, lei era un'immortale e lui un povero pescatore che, seppure bellissimo, era comunque destinato a morire. Eos, allora, pens bene di rivolgersi in alto,
 e si avvi a chiedere a Zeus, dalle nere nubi,
 ch'egli diventasse immortale e potesse vivere
 in eterno: e Zeus acconsent con un cenno
 del capo, ed esaud il suo desiderio.
 (Omero, Inno ad Afrodite 220)
In verit, Zeus cerc di sconsigliarla in tutti i modi:
Pensaci bene, o figlia d'Iperione le disse. Sei davvero sicura che quello che desideri sia l'immortalit di Titone? Tu lo sai che, una volta concessa una grazia, non te ne potr pi concedere una seconda.
E lei rispose di s, dimenticandosi di chiedere, insieme all'immortalit, anche l'eterna giovinezza.
 L'adorabile Aurora non pens nella sua mente
 di chiedere anche la giovinezza e di tener lontana
 la rovinosa vecchiaia. E in verit, fino a quando egli
 rest giovane, godette il suo amore presso le correnti
 dell'Oceano, ai confini della terra; ma quando vide
 le prime ciocche bianche scendergli gi dal capo
 e dal nobile mento, dal suo letto si astenne.
 (Op. cit. 223)
Insomma, la concubina di Titone antico, come amava chiamarla Dante, non appena lo vide invecchiare, lo moll di brutto, e d'altra parte come darle torto? Titone ormai, almeno come amante, non valeva pi nulla. E a che serve vivere si chiedeva Mimnermo, poeta greco del VII secolo a.C., quando non si  pi capaci di fare l'amore?
 Mi sia data la morte
 quando la gioia segreta,
 tenerissima, dei corpi
 allacciati nel letto
 non sar pi alla mia portata.
 Ah, come presto appassisce
 nell'uomo e nella donna
 il fiore della giovinezza!
 Una nube d'angoscia, senza tregua,
 ottenebra l'anima, allorquando
 si profila l'odiosa vecchiaia.
 (Mimnermo, Elegie)
A quale et bisogna considerarsi vecchi? In proposito Mimnermo non ha dubbi:
 Destino di morte
 raggiungimi a sessant'anni,
 prima della malattia
 e prima della buia insonnia.
 (Op. cit.)
In verit, sessant'anni a me sembrano pochini, perlomeno per quanto mi riguarda. Pazienza per l'insonnia, dico io, ma ci sono tante altre gioie nella vita, per le quali vale la pena di vivere, al cui confronto il sesso diventa un optional: in particolar modo quando, con la terza et, la sensibilit dell'uomo si modifica.
Titone, comunque, aveva da un bel pezzo superato il secolo allorch Eos lo rinchiuse, definitivamente, in una cella sotterranea, per poi passargli il cibo attraverso un buco praticato nella porta. In effetti lei non ne sopportava pi la vista e soprattutto l'odore: Titone, infatti, col passare degli anni, oltre a essersi accartocciato e raggrinzito, emanava anche un terribile puzzo di cadavere... insomma era diventato una schifezza.
Il disgraziato a questo punto avrebbe voluto morire, riposare in pace come tutti gli altri esseri umani. Ma inutilmente aveva cercato di por fine ai suoi giorni, o gettandosi gi da una rupe, o dandosi fuoco, o infilandosi in una fossa piena di serpenti. Non c'era stato nulla da fare: si era ferito, ustionato, era stato morso dai rettili, ma non era morto. Per forza: era immortale!
 Invecchiare e non morire mai.
 Questa fu la condanna
 che Zeus volle infliggere a Titone:
 una condanna pi amara
 della stessa morte!
 (Op. cit.)

Il mito di Piramo e Tisbe
Tranne Adamo, che non aveva nessuno al quale attingere, tutti gli altri autori, chi pi, chi meno, hanno copiato da un predecessore. Magari senza volere, inconsciamente, ma hanno copiato. Uno dei pi sfacciati in tal senso  stato William Shakespeare: la sua tragedia Romeo e Giulietta ripercorre, passo dopo passo, la triste storia di Piramo e Tisbe, favola babilonese di due giovani innamorati, appartenenti a due famiglie che si odiavano a morte.
Piramo, juvenum pulcherrimus, e Tisbe, praelata puellis (lui, bellissimo tra i giovani, lei, prescelta tra le fanciulle) abitavano nello stesso edificio. E fu proprio grazie a questa vicinanza che ebbero modo di conoscersi. All'inizio si guardarono da una finestra all'altra del cortile, poi s'incontrarono per le scale, infine si dettero i primi baci e si amarono teneramente, come da copione.
Purtroppo, per, le loro famiglie si odiavano da sempre. Si trattava di odii antichi, feroci, trasmessi di padre in figlio, consolidati nel tempo, le cui ragioni, a quel punto, sfuggivano agli stessi interessati.
Una volta sorpresi a baciarsi, Piramo e Tisbe furono rinchiusi in due sgabuzzini nelle cantine del palazzo. Ci nonostante, continuarono a sussurrarsi frasi d'amore: la parete divisoria che separava i due sgabuzzini aveva una piccola crepa, una fessura invisibile a tutti fuorch ai due innamorati; ma per dirla con Ovidio: quid non sentit amor?, di che cosa non s'accorge l'amore?
 O parete invidiosa, essi dicevano, perch ti opponi a coloro che si amano? Pensa come sarebbe bello se ci offrissi una porta onde farci congiungere con tutto il corpo, e se questo ti par troppo, cosa ti costerebbe aprirti un pochino, quel tanto da consentirci almeno un bacio? Ma adesso non vogliamo essere troppo ingrati:  certamente merito tuo se ci  stato concesso un piccolo varco attraverso il quale far passare le nostre frasi d'amore.
 (Ovidio, Metamorfosi IV, 73-77)
L'amore, insomma, non si pu incatenare: lo dice anche una vecchia canzone napoletana. E i due innamorati progettarono allora un piano per fuggire. Quando i rispettivi carcerieri sarebbero venuti a portare loro la cena, li avrebbero aggrediti di sorpresa e imbavagliati. Per quanto riguarda Tisbe, la nutrice guardiana era una vecchietta mite, forse anche un po' ingenua; facilissimo, quindi, immobilizzarla e toglierle le chiavi. Per Piramo, poi, la fuga era ancora pi semplice: si era messo d'accordo, corrompendolo, con il custode incaricato del turno di notte.
I ragazzi si dettero appuntamento nel bosco di Nino, accanto a una fonte e a un albero di gelso dai frutti bianchi.
 Di soppiatto, al buio, esce di casa Tisbe: apre i battenti della porta di casa con la massima cura per evitare di essere scoperta dai familiari. La fanciulla ha il viso velato per non farsi riconoscere. Giunge alla fonte e si pone a sedere sotto l'albero convenuto. Vede la luna che si specchia nella fonte. Ma ecco apparire una leonessa: ha la bocca insanguinata per aver da poco sbranato un vitello. Non appena Tisbe la scorge, con il cuore in tumulto, si rifugia in un antro oscuro. Nel fuggire, per, si perde il mantello. La leonessa, nel frattempo, dopo essersi abbeverata alla fonte, e prima ancora di rientrare nel bosco, vede il mantello di Tisbe e lo lacera con la bocca ancora sporca di sangue.
 (Ovidio, Metamorfosi IV, 93-104)
Piramo arriv in ritardo: per scappare, aveva dovuto attendere l'arrivo del carceriere con il quale si era messo d'accordo. Giunse alla fonte mezz'ora dopo Tisbe; si guard intorno, e scorse sotto l'albero di gelso il mantello della fanciulla imbrattato di sangue. Accanto al mantello le orme di un leone.
 Ahim, cos'ho fatto! O sventurata: sono stato io a ucciderti amor mio! Tu saresti stata degna di vivere una vita lunghissima, e io, invece, ti ho costretto a venir qui di notte, da sola, in un luogo pieno di rumori sinistri, e non ho avuto nemmeno l'accortezza di giungere per primo! Ma adesso basta: la stessa notte vedr la fine dei due amanti!
 (Op. cit. IV, 108-110)
Ci detto raccolse il mantello, se lo port alle labbra, lo baci con passione e subito dopo si trafisse con un corto pugnale. Il sangue di Piramo raggiunse le radici del gelso che da quel giorno mut il colore dei suoi frutti, facendoli diventare tutti neri.
 Ed ecco tornare Tisbe. La fanciulla ha ancora paura, nel contempo, per, non vuole deludere il suo amante. Lo cerca disperatamente con gli occhi ed  impaziente di raccontargli i pericoli che ha evitato. Vede il gelso e non lo riconosce pi per colpa dei frutti che hanno cambiato colore; sta per andar via quando s'accorge che l, steso a terra, c' l'amor suo.
 O Piramo, quale triste Fato ti allontan da me? O Piramo, rispondimi!  la tua amatissima Tisbe che ti chiama.
 (Op. cit. IV, 128-142)
Ma Piramo non rispose: ebbe appena il tempo di aprire gli occhi e di gettarle un ultimo sguardo. Tisbe, allora, lo baci sulle labbra, quindi gli tolse il pugnale dal petto e se lo punt sul seno.
 La tua mano e l'amore che nutrivi per me, o Piramo, ti hanno perduto, ma anch'io ho una mano ferma, anch'io ho un amore capace di uccidere! E tu albero, che adesso con le fronde copri il corpo suo straziato, e che tra poco coprirai quelli di entrambi, conserva i segni di questa triste storia, mantieni per sempre i tuoi frutti di color cupo, affinch siano confacenti a pensieri di morte. E tu, padre mio, e tu, padre di lui, genitori infelicissimi, fate in modo che almeno nell'urna i nostri corpi giacciano insieme, l'uno accanto all'altro.
 E cos dicendo si trafisse con il pugnale, ancor tiepido del sangue del suo amante sfortunato.
 (Op. cit. IV, 148-163)
Anche Giulietta trov il suo Romeo che stava esalando l'ultimo respiro, anche lei lo baci sulle labbra, anche lei si trafisse con uno spadino e anche lei, inginocchiata accanto al suo uomo, mormor struggenti frasi d'amore. Devo per correggere quanto ho detto prima: non fu certo Shakespeare a copiare dai babilonesi, bens il Dio Amore a suggerire alle sue vittime le medesime frasi, giacch, indipendentemente dal secolo in cui si vive, alla fin fine gli innamorati si comportano sempre nello stesso modo. Possono essere ricchi o poveri, viaggiare in tram o in aereo, parlarsi da un balcone all'altro o col telefonino, essere immortalati da Shakespeare o dai baci Perugina, ma prima o poi finiscono sempre col dirsi ti amo.
Parte seconda

I MITI DEGLI EROI
I

Ritratto dell'eroe
Dovendo fare due passi nella giungla, preferireste avere al vostro fianco Umberto Eco o Rambo? Ecco, questo, in sintesi, il dilemma che si poneva ai nostri antenati nell'et del bronzo. Ora Eco non se ne abbia a male, la risposta fu unanime: Rambo!
L'eroe era il personaggio pi importante del mondo classico: pi importante degli artisti, dei poeti, dei politici e forse anche degli Dei, e questo perch dalla sua forza fisica e dal suo coraggio dipendeva la sopravvivenza stessa di tutta la comunit. All'epoca di Socrate finire in schiavit era una cosa all'ordine del giorno. Tanto per capire quanto fosse facile passare il resto della vita in catene, basti pensare al rapporto numerico esistente tra schiavi e cittadini nel V secolo avanti Cristo: quattro a uno ad Atene, e otto a uno nelle citt di mare, come Corinto, dove trovavano riparo centinaia di navi con le ciurme perennemente incatenate ai remi. Lo schiavo rematore, infatti, lo si staccava solo a morte avvenuta. Da vivo, invece, era in pratica un tutt'uno con il banco: mangiava, beveva, dormiva, faceva i suoi bisogni (e qualche volta annegava) sempre sul posto di lavoro.
Nell'antica Grecia le mura di una citt venivano prese d'assalto in media una volta ogni venti anni, come dire che ogni greco adulto finiva per rischiare questa traumatica esperienza almeno un paio di volte nella vita. Stando cos le cose,  fin troppo evidente che poter contare su un energumeno alto due metri, feroce e coraggioso, equivaleva a una specie di assicurazione sulla vita. A volte era sufficiente la sua sola fama per tenere a bada i vicini, e questo anche quando l'eroe era morto e sepolto: si metteva in giro la voce che continuava a combattere sotto forma di fantasma e tanto bastava per spargere il terrore tra gli aggressori pi superstiziosi. Racconta Pausania che quando i Locresi aggredirono i Crotoniati, questi ultimi chiamarono in loro aiuto il defunto Aiace di Oileo, e che l'eroe, battendosi come se fosse ancora vivo, riusc a colpire al cuore Leonimo, il capo degli assalitori (Guida della Grecia III, 19, 12). Sempre per la serie si scopron le tombe, si levano i morti, Erodoto racconta che, durante l'invasione persiana di Serse, al santuario di Delfi furono visti due guerrieri giganteschi uscire dai rispettivi avelli e battersi come ossessi; erano i demoni (daimones) di Filaco e di Autonoo, due eroi locali defunti alcuni anni prima (Storie VIII, 39). Attenzione, per, alla parola demone, che non vuol dire demonio, ma anima del defunto, o meglio ancora fantasma, per poi assumere, nei periodi di pace, il significato pi amichevole di buonanima e diventare una specie di santo protettore, capace di fare da intermediario tra i compaesani e gli Dei dell'Olimpo.
Le tombe degli eroi erano veri e propri santuari (heroa) dove i cittadini potevano andare a pregare a qualsiasi ora del giorno e dove si celebravano riti propiziatori in occasione di guerre o di altre calamit. In genere queste tombe erano costituite da un semplice blocco di marmo di grandi dimensioni, posto al centro di un colonnato, con o senza statua, e quasi sempre circondato da un giardino e da un muro di cinta. La tradizione voleva che, in una fossa davanti al monumento, sul lato occidentale, venissero sacrificati, anzich animali da tiro (preziosi per l'agricoltura), generi di conforto (vino, latte e unguenti profumati) per dar modo all'eroe di usufruire, anche nell'aldil, delle cose che pi aveva apprezzato nella vita. Nel caso di Aiace di Oileo, morto in mare a causa di un colpo di tridente sferratogli da Poseidone, i Locresi, sempre allo scopo di procurargli i suoi cibi preferiti, incendiavano e affondavano ogni anno una nave carica di vettovaglie.
L'heroon era un luogo sacro: recidervi una pianta, o anche solo spezzarne un ramo, era un reato punibile con la morte (Eliano, Storia varia V, 17). Presso alcune tombe, come quella dell'eroina Irneto a Epidauro, era proibito perfino raccogliere le olive che cadevano dagli alberi (Pausania, op. cit. II, 28, 3). In compenso, per, era consentito avvicinarsi alla tomba, sedersi nel giardino e apostrofare l'eroe. Non era escluso, infatti, che l'anima interpellata potesse rispondere. Raccontano i pescatori dello stretto dei Dardanelli che ancora oggi, durante le notti di tempesta,  possibile udire la voce di Achille che recita i versi dell'Iliade, mentre dalla vicina pianura di Troia giunge un rumore indistinto di armi e di carri lanciati al galoppo. Presso altri heroa, invece, non era possibile sentire alcun suono. Racconta Strabone che nei pressi di Oropo si ergeva la tomba di un eroe soprannominato il taciturno e che tutti coloro che vi passavano davanti erano soliti interrompere la conversazione nel timore di disturbare le sue meditazioni (Strabone, Geografia IX, 404). Alcune tombe, infine, venivano collocate all'interno degli edifici pubblici, proprio per consentire all'eroe scomparso di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Ecco come Pausania racconta uno di questi casi:
 A Megara ci sono tombe in pieno centro. Un giorno Esimno, che fra i Megaresi non era certo secondo a nessuno, si rec all'oracolo di Delfi e chiese in qual modo il suo popolo avrebbe potuto conoscere una maggiore prosperit, e il Dio gli rispose che ci sarebbe accaduto solo se i Megaresi avessero preso le decisioni insieme ai pi. Ebbene Esimno, ritenendo che questi pi fossero gli eroi, fece costruire il bouleuterion in modo che includesse anche le tombe di costoro.
 (I, 43, 3)
A parte la consulenza dei defunti, le tombe in pieno centro non erano poi un fatto cos insolito: gli Spartani, ad esempio, le sistemavano quasi sempre nei luoghi pi frequentati (a volte anche con il cadavere in vista) proprio per abituare la cittadinanza, e soprattutto i bambini, all'idea della morte.
Oltre alle tombe piene, c'erano poi quelle vuote: spesso, infatti, l'eroe era andato a morire all'estero, lontano dall'Egeo (a Troia), durante un'impresa memorabile. In tal caso la citt natale non rinunciava al privilegio di erigergli una tomba anche in patria. Si spiegano cos le doppie tombe di Achille, di Iolao, di Cimone, di Taltibio, di Pandione e di tanti altri, per non parlare poi delle triple e quadruple tombe di quegli eroi i cui natali venivano rivendicati da pi di un villaggio.
Tirando le somme, un eroe non moriva mai del tutto: quanto meno rimediava un posto tra gli Dei. Non a caso, infatti, in molte pitture vascolari lo vediamo raffigurato con la classica aureola dietro la testa. Lui, d'altra parte, anche da vivo, aveva sempre fatto l'impossibile per accreditare la voce che era diventato un semidio. Ettore stesso, nel suo discorso ai Troiani, non ne fa mistero:
 Ah, se potessi restare per sempre giovane e immortale, ed essere onorato al pari di Atena e di Apollo!
 (Omero, Iliade VIII, 538)
All'eroe, insomma, una sola cosa importava: primeggiare in battaglia, tutto il resto non aveva alcun valore. La lealt, l'onore, il rispetto dei patti, erano tutte cose bellissime, ma solo a parole: quando poi si trovava di fronte a un nemico armato, non c'era principio morale che lo potesse condizionare. A differenza dell'eroe medioevale, quello greco  un bugiardo della peggior specie, e in alcuni casi anche un traditore. Ulisse, pur di vendicarsi del compagno d'armi Palamede, lo accusa di intesa col nemico e poi, per meglio incastrarlo, gli nasconde sotto il letto un gruzzolo di monete d'oro. Diomede uccide Dolone dopo avergli promessa salva la vita in cambio di alcune informazioni sulle forze nemiche. Peleo centra con il disco la testa del fratello Foco solo perch questi aveva osato batterlo in una gara di atletica. Eracle scaraventa gi dalle mura, a tradimento, il povero Ifito. E chi pi ne ha pi ne metta.
Non parliamo poi delle ingiurie che si scambiavano l'un l'altro quando litigavano, c' solo l'imbarazzo della scelta. Eccone un piccolo campionario:
Achille ad Agamennone nel primo libro dell'Iliade (quello dell'ira funesta):
 O essere spudorato e assetato di guadagno, come pu un Acheo marciare, ubbidirti e battersi in tuo nome!
 (I, 149)
 O bastardo, ubriacone, faccia di cane, cuore di cervo, che mai una volta scendesti in armi tra i soldati, n tampoco ti unisti ai pi valorosi per andare all'agguato!
 (I, 225)
Ettore a Diomede, vedendolo in fuga:
 O figlio di Tideo, oggi gli Achei dai veloci cavalli ti disprezzeranno, giacch in una donnetta ti sei mutato!
 (VIII, 164)
Achille a Ettore, mentre il disgraziato sta per morire:
 Non supplicarmi, o cane.  inutile che mi cingi le ginocchia e che fai appello ai genitori. Rabbia e furore mi spingerebbero a farti a pezzi per poi divorare la tua carne cruda!
 (XXII, 344)
Ulisse a un compagno d'armi non meglio identificato:
 Pazzo, ascolta il parere di chi  pi forte di te. Tu sei un vigliacco e un impotente, non conti nulla in guerra e neppure in Consiglio!
 (II, 200)
Ettore a Paride quando lo vede un tantinello esitante prima di scendere in campo contro Menelao:
 O Paride maledetto, bellimbusto, puttaniere, seduttore di donne, che tu non fossi mai nato!
 (III, 39)
Tirando le somme, l'eroe omerico, un po' Rambo e un po' D'Artagnan,  un miscuglio di vizi e virt in dosi pressoch uguali. Di certo non gli manca il coraggio, ma nel medesimo tempo ignora del tutto la pietas:  invidioso, arrogante e senza scrupoli. Ci che lo eccita sopra ogni cosa  la lotta: chiunque, per lui,  in primo luogo un rivale. Caso limite: i gemelli Preto e Acrisio, che cominciarono a litigare fra loro gi nel ventre della madre.
Passando poi dai rapporti con i nemici a quelli con le donne, non  che le cose migliorino di molto. Per un'Elena che tradisce c' tutta una sfilza di eroi che si segnalano per l'abbandono del tetto coniugale: Teseo pianta Arianna in un'isola deserta, Giasone liquida prima Ipsipile e poi Medea, Enea lascia la povera Didone in un mare di lacrime, Paride molla la ninfetta Enone per correre all'appuntamento con Era, Atena e Afrodite. In proposito, per saperne di pi, basterebbe leggersi le lettere d'amore immaginarie attribuite da Ovidio alle eroine sedotte e abbandonate, nell'inverosimile ipotesi che sapessero scrivere.
A questo punto, l'identikit del nostro eroe  bello che fatto: muscoli tanti e buone maniere pochine. D'altra parte perch meravigliarsene: da un bestione come Aiace Telamonio non si poteva certo pretendere che seguisse i consigli di Donna Letizia. Ma era poi davvero cos straordinaria la statura di Aiace? A sentire Pausania sembrerebbe proprio di s.
 Un giorno un uomo della Misia, che aveva avuto la fortuna di vedere lo scheletro di Aiace, mi raccont che le ossa delle ginocchia dell'eroe, quelle stesse che i medici chiamano rotule, erano cos grandi da eguagliare il disco che gli atleti lanciano nelle gare di pentathlon.
 (I, 35, 5)
E sempre in tema di stature gigantesche, sentiamo ancora Pausania:
 Alcuni ladri di tombe, nell'aprire il sarcofago di Protofane, vincitore a Olimpia di ben due gare nel medesimo giorno, dissero che il suo scheletro era un tutt'uno, dalle spalle fino alle costole pi piccole. Cos pure si dice che in un isolotto posto di fronte alla citt di Mileto  stato sepolto un certo Asterio, figlio di Anatte, il cui cadavere  lungo pi di dieci cubiti.
 (I, 35, 6)
Evidentemente, a quei tempi, per fare l'eroe non si poteva non essere alti e nerboruti: guai a stare sotto la media, si veniva subito confinati tra gli eroi di serie B. Aiace il Piccolo, tanto per fare un esempio, pur essendo il pi coraggioso di tutti, proprio a causa della statura non riusc mai a raggiungere quel ruolo di primo piano che, invece, gli sarebbe spettato di diritto.
Sia chiaro, per, che la vigoria fisica doveva essere riservata alle fatiche di guerra, o tutt'al pi alle gare di atletica e di pugilato; mai, comunque, al lavoro dei campi o all'artigianato, attivit queste di esclusiva pertinenza degli schiavi. Qualsiasi uomo libero si fosse fatto sorprendere con una vanga tra le mani, o con un'ascia a spaccare legna, avrebbe perso la faccia. Il disprezzo dei Greci per ogni forma di lavoro manuale meriterebbe, forse, un discorso a parte, e prima o poi lo faremo.  un disprezzo condiviso da un mio vecchio zio napoletano, un po' snob, che era solito dire: Io modestamente, nella vita, non ho mai lavorato!.
Il termine con il quale in Grecia s'indicava il lavoro manuale era banausa, e stava per mestiere ignobile, degno di essere eseguito solo da un individuo di razza inferiore. Per Socrate l'ozio non era il padre dei vizi, bens il fratello della libert. Perfino Fidia e Prassitele erano accusati di banausa. Di loro si diceva: S, d'accordo, come scultori sono apprezzabili, adesso, per, non veniteci a raccontare che quando fanno i loro capolavori non sudano!. Per quanto riguarda, infine, il guadagno connesso a un qualsiasi tipo di lavoro, neanche parlarne: il mercante, a quei tempi, era considerato alla stregua di un ladro. Basti pensare a quello che dice Eurialo a Ulisse, nell'VIII libro dell'Odissea, quando cerca in ogni modo di offenderlo:
 Tu, o straniero, non sembri affatto un atleta esperto di gare, bens un uomo che, trovandosi a comandare una ciurma di mercanti e trafficando con una nave fitta di scalmi, bada solo al carico, alle merci e ai rapaci guadagni.
 (VIII, 159)
Ma allora, ci si chiede, se gli veniva proibito perfino di guadagnarsi da vivere, come faceva l'eroe greco a sbarcare il lunario?
Nella lancia  il mio pane, nella lancia il vino d'Ismaro risponde Archiloco in un frammento ed  alla lancia che mi appoggio per bere. Come a dire che il suo, in effetti, era solo un mestiere. Ovviamente un mestiere pi rischioso degli altri, difficile da praticare, che per aveva anche i suoi bravi vantaggi, come la venerazione dei posteri, il bottino di guerra e le donne da violentare.
Ebbene, un mondo simile trova nell'Iliade la sua perfetta rappresentazione; furono infatti proprio gli eroi omerici con le loro sbruffonate, ma anche con l'eccezionalit delle loro imprese, a dettare i modelli di comportamento per le generazioni future. I pi gettonati, se cos si pu dire, furono Achille, Ettore, Ulisse, Enea, Diomede, Idomeneo, Menelao, Patroclo, Agamennone, Paride e i due Aiace, sia quello Grande che quello Piccolo. Le gesta degli Achei e dei Troiani non cessarono mai di entusiasmare i posteri, e noi le raccontiamo nella quarta parte di questo volume, intitolata per l'appunto I miti di Troia. Qui, invece, parleremo degli eroi della generazione precedente, e in particolare di Giasone, degli Argonauti, di Teseo, di Eracle e di Admeto.
II

Gli Argonauti
Cominciamo da Giasone, che conquist il Vello d'oro assieme a una cinquantina di nullafacenti, a quei tempi chiamati eroi: quei tempi, grosso modo, significa gli inizi del XII secolo avanti Cristo, ammesso che in questo genere di storie si possa parlare di date.
Tutto ebbe inizio in Tessaglia con un colpo di stato: un brutto giorno Esone, re di Iolco, venne spodestato dal fratellastro Pelia e messo a marcire in una cella sotterranea. Contemporaneamente anche gli altri maschi di famiglia fecero una brutta fine: l'usurpatore non volle correre rischi e li fece sopprimere tutti nel sonno. L'unico a salvarsi fu Giasone, l'ultimo dei figli del re deposto. Sua madre Alcimeda (o Polimeda secondo altri) mise in giro la voce che era nato morto e, opportunamente circondata da una fitta schiera di ancelle, lo pianse a lungo; poi, con la scusa di doverlo seppellire fuori le mura, usc dalla reggia e lo affid alle cure del centauro Chirone, gi precettore di Asclepio e futuro maestro d'armi di Achille e di Enea.
Tutto sarebbe filato liscio se come al solito non si fosse messo di mezzo il pi famoso degli oracoli greci, quello di Delfi. L'usurpatore Pelia lo interrog a lungo e l'oracolo rispose: Guardati dall'uomo con un solo sandalo!.
A quei tempi, se c'era qualcosa alla quale non si poteva sfuggire erano gli oracoli. E infatti, una volta raggiunta la maggiore et, Giasone s'incammin verso Iolco, deciso a farsi restituire il trono paterno. Tra i vari incontri fatti per strada, il ragazzo s'imbatt in una strana vecchietta che desiderava essere aiutata a guadare un fiume. Giasone, da bravo boy-scout, non se lo fece chiedere due volte: se la caric a cavacecio e la deposit sana e salva sull'altra riva. Ebbene, come  facile immaginare, la vecchia non era affatto una vecchia, bens sua maest la Dea Era, la moglie di Zeus, che da quel momento prese Giasone sotto la sua protezione. A met fiume per, a causa della forte corrente, Giasone perse un sandalo. E difatti Pelia...
 ...non appena lo vide, si rese conto del pericolo, e immagin per lui un duro e lunghissimo viaggio, sperando che, a causa del mare e delle genti straniere, non trovasse pi la via del ritorno.
 (Apollonio Rodio, Le Argonautiche 15)
Per indurlo a partire (e a rinunziare, seppure momentaneamente, al trono), fu costretto a raccontargli un sacco di fandonie. Gli confid che era tormentato dal fantasma di un certo Frisso, a causa di una pelliccetta d'ariete dimenticata da costui in un bosco della lontana Colchide. Pare, infatti, che questo Frisso, assieme alla sorella Elle, per sfuggire al padre Atamante che aveva deciso di sacrificarli entrambi agli Dei, si fosse messo in groppa a un ariete tutto d'oro, per poi decollare alla volta del Ponto Eusino. Elle, poverina, cadde quasi subito nelle acque del mar di Marmara, che da quel giorno venne chiamato Ellesponto. Frisso, invece, riusc ad atterrare nella Colchide (oggi Georgia) e qui, dopo una serie di peripezie, appese la pelle dell'ariete a un albero, in un bosco dedicato ad Ares.
Tu valla a recuperare, disse Pelia a Giasone e io sar ben felice di restituirti il trono!
La pelliccia, per, non era certo uno straccetto da niente: era, al contrario, il famosissimo Vello d'oro, reliquia preziosissima, custodita, oltretutto, da un drago insonne che con il suo alito pesante uccideva chiunque gli si avvicinasse pi di tanto.
Ora, diciamo la verit: a Pelia, del Vello d'oro, non importava assolutamente nulla. Lui sperava solo che qualcuno gli uccidesse quello stramaledetto Giasone che gli insidiava il trono. Ebbene, per andare nella Colchide bisognava attraversare da un capo all'altro il Ponto Eusino (oggi mar Nero), ovvero un mare circondato da terre fin troppo note per la ferocia degli abitanti. Sentite un po' cosa ne dice Diodoro:
 A quel tempo le coste del Ponto erano abitate da popoli barbari e selvaggi. Non a caso quel mare era chiamato da tutti Axeno, ovvero nemico degli stranieri (xenoi). I suoi abitanti uccidevano chiunque vi mettesse piede.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 40)
Ma, allora, perch Giasone accett la sfida? Facile a dirsi: perch era un eroe e amava il pericolo.
 Essendosi accorto che Perseo e altri eroi del passato avevano ottenuto grande fama compiendo imprese ardimentose, e molte al di fuori dei confini della patria, volle emulare le loro scelte di vita.
 (Op. cit. IV, 40)
Come prima cosa ingaggi un bravissimo carpentiere di Pagase, tale Argo di Tespi, affinch gli costruisse una nave sufficientemente robusta da affrontare le tempeste del Ponto Eusino, quindi pretese che tutto il legname necessario provenisse dal monte Pelio.
 ...E costru una nave che vuoi per la grandezza dello scafo, vuoi per la maestosit dell'alberatura, superava di molto le imbarcazioni di quei tempi. Quelli che la videro per primi ne restarono abbagliati...
 (Op. cit. IV, 41)
A detta di Callimaco (Aitia, fr. 16) aveva anche il dono della parola, ma a parte questo,
 ...poich la fama dell'impresa raggiunse tutti gli angoli della terra, non pochi giovani della migliore nobilt chiesero di prendere parte alla spedizione. Giasone trasse la nave in acqua, la orn splendidamente di tutto quanto fosse adatto a provocare sbalordimento, e degli aspiranti alla missione scelse solo i prodi pi illustri.
 (Op. cit. IV, 41)
Per quanto riguarda i singoli Argonauti, si sa come vanno queste cose: ogni citt greca pretese di aver dato i natali ad almeno uno degli eroi e fin col far lievitare il numero dei partecipanti oltre il credibile. D'altra parte, nemmeno per la spedizione dei Mille si conoscono con esattezza i nomi, figuriamoci per un fatto mitico accaduto pi di tremila anni fa. Per non correre il rischio di aggiungere altri nomi, abbiamo ritenuto opportuno attenerci alla lista stilata a suo tempo da Apollonio Rodio, fornendo, poi, per ciascun Argonauta, una piccola nota biografica.
ATTENZIONE: CHI NON VOLESSE LEGGERSI TUTTA LA LISTA, COMPRESI I PATRONIMICI,  AUTORIZZATO A SALTARE QUESTE PAGINE.
Eccovi, comunque, l'elenco degli eroi:
Acasto, figlio di Pelia, quindi cugino di Giasone; padre di Laodamia e suocero di Protesilao.
Admeto, figlio di Ferete, re di Fere, futuro marito di Alcesti; ebbe da Apollo la facolt di non morire a patto che trovasse qualcuno disposto a sostituirlo.
Anceo il Piccolo, figlio di Licurgo, viticultore.
Anceo il Grande, figlio di Poseidone, cugino del precedente.
Anfimadante l'Arcade, figlio di Aleo, fratello di Cefeo.
Anfione, figlio di Iperasio, praticamente uno sconosciuto.
Areo: di lui sappiamo solo che era un figlio di Biante, per il resto l'unico a citarlo  Apollonio Rodio.
Argo di Tespi, costruttore della nave omonima.
Asterio, figlio di Iperasio, fratello di Anfione.
Asterione, figlio di Comete: di lui non sappiamo nulla tranne che viveva nei pressi del fiume Apidano.
Augia, figlio umano di Forbante (e divino di Poseidone), re dell'Elide, proprietario delle famose stalle in seguito ripulite da Eracle.
Bute, figlio di Teleonte, noto come Bute l'Argonauta: di lui si mormora che avesse una storia d'amore con Afrodite.
Calaide (o Calai), figlio di Borea: come suo fratello Zete pare che avesse le ali, non si sa bene se ai piedi o dietro la schiena.
Canto l'Eubeo, figlio di Caneto, del tutto sconosciuto.
Castore, figlio di Zeus e di Leda, fratello di Elena e di Clitennestra: insieme a Polluce formava la coppia dei Dioscuri; dei due, solo Polluce era immortale.
Cefeo figlio di Aleo, re di Tegea.
Clizio, figlio di Eurito, eccezionale arciere.
Corono, Lapita: dovrebbe essere il figlio di Ceneo, nel senso che fu partorito da lui, anzi da lei, quando era ancora donna.
Echione, figlio di Ermes: faceva il messaggero, era quindi un vero e proprio figlio d'arte.
Eracle, figlio di Zeus e di Alcmena: l'uomo pi forte del mondo.
Ergino, figlio di Poseidone, velocissimo nella corsa: pur essendo giovane, aveva tutti i capelli bianchi.
Eribote, figlio di Iro: il suo nome compare solo nelle liste di Apollonio Rodio; per il resto non se ne sa nulla.
Erito o Eurito, anch'egli figlio di Ermes e, come il gemello Echione, messaggero.
Etalide, terzo figlio di Ermes, come gli altri messaggero.
Eufemo, figlio di Poseidone: aveva ricevuto dal padre il dono di camminare sulle acque.
Euridamante il Dolope, figlio di Ctimeno, praticamente sconosciuto.
Eurizione, figlio di Teleonte, re di Ftia e padre dell'Antigone che spos Peleo: mor per un incidente di caccia.
Falero, figlio di Alcone, bravissimo arciere: dette il nome al porto di Atene.
Fliante, figlio di Dioniso, re di Aretira.
Giasone, figlio di Esone, capo assoluto dell'impresa.
Ida, figlio di Afareo, il pi coraggioso degli uomini: insieme a suo fratello Linceo os sfidare i gemelli Castore e Polluce, ed ebbe la peggio.
Idmone, figlio umano di Abante e divino di Apollo; abile indovino (Idmone vuol dire, per l'appunto, veggente).
Ificlo, figlio di Testio, zio di Meleagro, abile lanciatore di giavellotto.
Ificlo, zio di Giasone da parte di madre: era cos veloce che, quando correva su un campo di grano, non piegava nemmeno le spighe.
Ifito, figlio di Eurito, fratello di Clizio: regal a Ulisse l'arco con il quale, poi, quest'ultimo uccise i Proci.
Ifito, figlio di Naubolo, omonimo del precedente, principe della Focide: di lui si sa solo che un giorno ospit Giasone nel suo regno.
Ila il Driope, figlio di Tiodamante: giovane bellissimo, scudiero e amico del cuore di Eracle.
Laocoonte, figlio di Portaone, precettore di Meleagro: da non confondere con Laocoonte di Troia, quello che mor con i figli tra le spire di un mostro marino.
Leodoco, chi era costui? Boh.
Linceo, figlio di Afareo, fratello di Ida (vedi).
Meleagro, figlio di Eneo, re di Calidone: s'innamor di Atalanta e la difese dalle aggressioni maschilistiche degli altri eroi.
Menezio, figlio di Attore il re di Oponte: noto per essere il padre di Patroclo.
Mopso Titaresio, figlio di Ampice, indovino.
Nauplio l'Argivo, figlio di Poseidone: famoso navigatore, padre di Palamede.
Oileo, figlio di Odedoco, padre di Aiace il Piccolo, re della Locride.
Orfeo, figlio di Apollo, poeta e musicista: scese nell'Oltretomba per riprendersi Euridice, il suo grande amore.
Palemonio o Palemone, figlio umano di Lerno e divino di Efesto: storpio, come il padre, da entrambi i piedi.
Peleo il Mirmidone, figlio di Eaco: violent Teti generando Achille.
Periclimeno di Pilo, figlio di Neleo: ebbe da suo nonno Poseidone il dono di potersi mutare in qualsiasi animale. Mor trafitto da una freccia, mentre faceva l'aquila.
Polifemo l'Arcade, figlio di Elato: da non confondere con il ciclope accecato da Ulisse.
Polluce, figlio di Zeus, abilissimo pugilatore: con il fratello gemello Castore (vedi) formava la coppia dei due Dioscuri; a differenza di Castore, per, era immortale.
Taleo o Talao, figlio di Biante, fratello di Areo (vedi) e padre di Adrasto futuro re di Tebe.
Telamone, figlio di Eaco, re di Salamina, padre di Aiace il Grande e di Teucro.
Tifi o Tifide il Pilota, figlio di Agnia: considerato il pi grande conoscitore di mari del mondo antico.
Zete, figlio di Borea, fratello alato di Calaide (vedi).
Totale: cinquantacinque eroi. A costoro potremmo aggiungere Anfiarao, Ascalafo, Attore, Echione, Eurialo, Fano, Laerte, Peante e Peneleo, tutti citati in liste altrettanto qualificate (Apollodoro d'Atene, Valerio Flacco e Igino). Ma quelli che, davvero, non vorremmo perdere come partecipanti sono Melampo, Stafilo, Ceneo e Atalanta.

La storia di Melampo
Il nome di Melampo gli fu dato perch aveva i piedi neri, anche se, magari, sarebbe stato pi giusto definirli soltanto abbronzati, dal momento che sua madre Idomene, quando lui era appena nato, lo aveva lasciato riposare all'ombra, senza accorgersi che gli erano rimasti i piedi esposti al sole.
Si legge, altres, nella Biblioteca di Apollodoro d'Atene (I, 9, 11), che un giorno Melampo, attraversando un bosco, vide nell'erba un serpente morto e, impietositosi, gli fece un bel funerale. Il gesto piacque molto ai figli del serpente, i quali, commossi, gli leccarono a lungo le orecchie mentre dormiva. Ora, bisogna sapere che, per i Greci, le lingue dei serpenti erano dotate di poteri magici, ragione per cui le orecchie del giovanotto, da quel giorno, furono in grado di capire il linguaggio degli animali. Tale facolt fin, col tempo, per riuscirgli molto utile: dopo alcuni anni, infatti, essendo finito, per un disguido, nelle prigioni di re Filaco, ud due tarli discutere tra loro. L'uno diceva all'altro: La trave della cella si  quasi consumata, tra poco dovrebbe crollare.
Melampo, allora, avvis subito i carcerieri, e quando il crollo ebbe luogo effettivamente, il re volle sapere come diavolo avesse fatto quel prigioniero a prevedere cos in anticipo il disastro. Conosciuti i motivi, lo fece liberare e portare a corte, dove gli confer ipso facto il titolo d'indovino di casa reale. E bene fece, dal momento che Melampo riusc a guarire dall'impotenza suo figlio Ificlo.
Fu un avvoltoio di passaggio a confidare a Melampo le ragioni per le quali Ificlo non era in grado di assolvere ai suoi doveri coniugali. Pare, infatti, che, quand'era ancora ragazzo, Ificlo si fosse spaventato nel vedere il coltello insanguinato con cui il padre stava castrando dei montoni; Filaco allora avrebbe nascosto la lama infilzandola nell'albero. Ebbene, a detta dell'avvoltoio testimone:
 ...Il coltello fin con l'essere piantato da Filaco in una quercia sacra e con lo scomparire dietro una spessa corteccia. Solo recuperandolo, e facendone bere la ruggine al povero Ificlo, per dieci giorni di seguito, costui avrebbe potuto di nuovo generare figli.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 9, 12)

L'inventore del vino
Stafilo, il cui nome vuol dire grappolo, era figlio di Dioniso e Arianna. Di mestiere faceva il guardiano di capre. Un giorno si accorse che uno dei caproni era solito allontanarsi dal gregge per poi ritornare pi traballante che mai. Incuriosito, lo volle seguire e scopr che si cibava dei frutti di una pianta sconosciuta: la vite. Stafilo, allora, colse alcuni di quei grappoli e li regal al re Oinos, che a sua volta dette il proprio nome al liquido che ne ricav. Oinos, infatti, in greco significa vino.

Donne e quasi donne
Ceneo il Lapita, figlio di Elato, fu il primo transessuale di cui si abbia notizia. Nacque donna ma, essendo stata molto insidiata da Poseidone, chiese e ottenne di diventare uomo, perdipi invulnerabile. Dopo aver combattuto con gli Argonauti, s'imbatt in un gruppo di centauri, i quali, non potendo trafiggere la sua pelle, lo seppellirono vivo sotto un cumulo di tronchi di abete. Qualcuno sostiene che in punto di morte sia tornato di nuovo donna.

Atalanta
Atalanta, figlia di Iaso, fu l'unica vera femmina del gruppo. Da giovanetta aveva deciso, in omaggio ad Artemide, di restare vergine e di dedicarsi solo alla caccia. Per evitare, per, di cedere alle proposte di matrimonio che riceveva di continuo, impose a tutti i pretendenti di misurarsi con lei in una gara di corsa, mortale per chi perdeva. Ebbene, uno di questi corteggiatori, Ippomene, durante la gara, lanci a terra dei pomi d'oro; la ragazza si chin via via a raccoglierli e venne facilmente battuta. Comunque, a parte Ippomene, Atalanta fin per innamorarsi anche del collega Argonauta Meleagro.
Per concludere questa presentazione dei partecipanti, dobbiamo notare che si trattava di un cast davvero eccezionale, dove figuravano almeno una ventina di re e altrettanti figli di Dei, come dire il fior fiore della giovent achea. Cantastorie e poeti ne raccontarono per secoli le gesta: Canto dei Numi gli animosi figli, che tennero per mar la prima via arpeggiava Valerio Flacco alla corte di Domiziano, diffondendo tra i giovani romani il fascino del mare e il gusto dell'avventura. La conquista del Vello d'oro dovette sembrare loro un'impresa esaltante: fu, del resto, la prima grande epopea di cui si abbia memoria (almeno nella civilt greca).
III

Il viaggio
Remare dalla Grecia fino alla Colchide doveva essere una fatica della madonna, specialmente se la barca da governare era una nave dell'et del bronzo. Chi ne dubitasse, provi un po' a dare uno sguardo a una cartina e immagini se stesso, curvo sullo scanno, con un remo smisurato tra le mani, costretto a rispettare il tempo di battuta. Sulla velatura non si poteva contare pi di tanto, giacch, a parte le giornate senza vento, non era stata ancora inventata la navigazione di bolina, come dire che o si aveva il vento in poppa o bisognava sudare come dannati.
Anche i preparativi, per, davano il loro bel da fare. La spedizione degli Argonauti fu curata da Pelia in persona, che, detto fra noi, non vedeva l'ora che Giasone si togliesse dai piedi. Fin dalla sera prima c'era stato un continuo andirivieni di carri che avevano trasportato armi, viveri e anfore colme d'acqua dalla citt di Iolco alla spiaggia di Pagase. Durante la notte il divino Orfeo aveva cantato l'origine dell'Universo, dalla nascita di Eurinome fino alla vittoria definitiva di Zeus sui Titani ribelli. Nel frattempo, a poppa della nave, Giasone aveva sacrificato un toro adorno di cerulee bende in onore di Apollo Embasios, il Dio degli imbarchi. Gli eroi, infine, giunsero alla spicciolata, ognuno per conto suo, circondati da uno stuolo di parenti, di mogli e di amici.
 ...Le donne levarono spesso le mani al cielo,
 invocando gli Dei, affinch concedessero ai loro
 uomini il tanto sospirato ritorno; e mentre
 l'una gemeva, l'altra versava lacrime gridando:
 Oh, quanto sarebbe stato meglio se quella volta
 Frisso fosse morto anche lui, inghiottito dalle
 onde oscure, insieme alla dolce Elle e all'ariete
 dall'auro manto!. E cos dicendo, le spose li
 videro avviarsi alla nave. Gli schiavi e le schiave
 si accalcarono, le madri si gettarono addosso ai
 figli e un acuto dolore s'impossess di ogni donna
 presente. Gli eroi allora cercarono di mitigare
 il dolore delle consorti e fecero loro coraggio;
 nel medesimo tempo, per, ordinarono ai servi
 d'imbarcare le armi e quelli ubbidirono cupi,
 in rispettoso silenzio.
 (Apollonio Rodio, Le Argonautiche I, 247 sgg.)
Fu Tifi il timoniere a dare il segnale agli schiavi: Argo (cos era stata battezzata la nave dal nome del suo costruttore) scivol sicura sui tronchi rotolanti e s'immerse docile, come una papera, nelle acque limpide della baia di Pagase. Sulla sua prua si ergeva, superba, una statua di Atena. La Dea aveva i capelli lunghi, ondulati, e lo sguardo fisso di chi  deciso a perseguire la vittoria, costi quel che costi. Gli eroi si piegarono come un sol uomo sui banchi, accompagnati nello sforzo dalle urla d'incoraggiamento di coloro che erano rimasti a terra.
La bonaccia, per, non dur a lungo: la nave aveva appena superato il capo Artemisio quando esplose una violenta tempesta. Nel giro di poche ore l'equipaggio si trov in balia dei marosi e, cosa ancora pi grave, senza alcun riferimento terrestre sul quale orientarsi. A quei tempi, infatti, non si sapeva cosa fosse il sestante, ragione per cui, una volta perso il contatto con la costa, non restavano che le stelle per capire dove diavolo si stava andando. Per farla breve, vagarono nel mare Egeo per due settimane, senza avere la minima idea di dove si trovassero. A parte la rotta, poi, c'era anche il problema delle scorte: viveri e acqua erano terminati e s'imponeva uno sbarco tecnico di riapprovvigionamento. Il morale della ciurma era sott'acqua: Orfeo non cantava pi, Meleagro, di solito cos ciarliero, remava in silenzio, senza alzare mai lo sguardo su un compagno, quand'ecco apparire all'orizzonte il profilo azzurrino di un'isola: era Lemno, la terra cara a Efesto, il pi industrioso di tutti gli Dei. E qui cominciarono le prime sorprese!

Le donne di Lemno
L'anno prima, le donne di Lemno l'avevano fatta grossa: avevano dichiarato in pubblico, e senza mezzi termini, che a loro di fare all'amore con gli uomini non importava proprio un bel nulla. Figuriamoci Afrodite! Davvero non v'importa niente del sesso? strill inviperita. Vuol dire, allora, che non v'importa nemmeno di essere attraenti!
 Dopodich, indispettita, cacci loro in corpo una cosa che spandeva intorno un orrendo fetore.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 9, 17)
Immaginiamoci la reazione dei mariti! Cominciarono a chiedersi l'un l'altro:
Come sta tua moglie?
Cos cos.
Come sarebbe a dire: Cos cos?
Diciamo che non emana un soave profumo?
Vuoi dire che puzza?
Be', s... in effetti puzza!
Ah... dovresti sentire la mia!
Cos un bel giorno i Lemni, non riuscendo pi a sopportare la vicinanza delle loro consorti, pensarono bene di rinchiuderle in un recinto sufficientemente lontano dal centro abitato (e comunque sottovento), e di andare a procurarsi nella vicina Tracia altre compagne, pi giovani, pi belle e soprattutto meno impegnative per l'olfatto. Attraversarono il braccio di mare che li separava dal continente e le rapirono, approfittando anche del fatto che in quei giorni i Traci erano impegnati in una battaglia con i popoli vicini.
Le donne di Lemno, per, reagirono subito all'affronto: prese da furore amazzonico, ruppero le sbarre del recinto e, in una sola notte, sterminarono tutti i loro uomini nel sonno, incluse le ragazze tracie che, poverine, non avevano fatto nulla di male. Unica eccezione, la regina Ipsipile, la quale, impietositasi, salv la vita al proprio genitore, Toante, spingendolo in mare in una cassa di legno priva di remi. Ora, dico io: tu lo vuoi salvare? E salvalo come si deve: procuragli una bella barca d'altura e un paio di schiavi come rematori! Il vecchio Toante, comunque, si salv lo stesso, grazie anche ad alcuni pescatori che passavano da quelle parti, e fu l'unico maschio di Lemno a sopravvivere.
Il seguito facciamocelo raccontare da Apollonio Rodio:
 Da quel momento in poi, per le donne di Lemno,
 allevare il bestiame, indossare le armi di bronzo,
 e lavorare i campi di grano, sembr molto pi bello
 e piacevole, anche se, spesso, guardavano con angoscia
 la vasta distesa del mare e si chiedevano, sgomente,
 quando sarebbero giunti i Traci a vendicarsi.
 Cosicch, non appena videro Argo avvicinarsi a remi,
 vestirono le armi e si riversarono sulla spiaggia.
 Sembravano Baccanti mangiatrici di carne cruda!
 In mezzo a loro, Ipsipile portava le armi del padre.
 (Le Argonautiche I, 627 sgg.)
Gli Argonauti, prudentemente, mandarono Etalide, figlio di Ermes, a trattare. Il messaggero scese a terra tenendo bene in vista il caduceo, ovvero una specie di bandiera bianca dell'epoca.
Cosa volete? chiese Ipsipile.
Viveri e acqua rispose Etalide.
E stavano l l per accontentarlo, quando Polisso, la vecchia nutrice di Ipsipile, disse:
 O donne di Lemno, quando noi vecchie saremo morte,
 e voi giovani sarete giunte senza figli all'odiosa
 vecchiaia, come pensate di sopravvivere? Che forse
 i buoi si aggiogheranno da soli? E sempre da soli
 tireranno l'aratro per poi tracciare i solchi? E chi
 si occuper del raccolto? Ebbene, ecco davanti a voi
 la salvezza: un gruppo di padri per i nostri figli!
 (Op. cit. I, 683-689)
Cos ottenuto il consenso, la vecchia propose agli Argonauti uno scambio in natura: Voi ci date i figli e noi vi diamo le scorte.
Quanti siete? chiese Polisso.
Cinquantasette rispose Etalide.
Noi invece siamo settecento disse Polisso e subito dopo gli pose un'altra domanda: Quanto fa settecento diviso cinquantasette?.
Non lo so rispose Etalide, che ancora non aveva capito dove la vecchia volesse andare a parare.
Fa quattordici, precis Polisso quindi vi dovrete fermare almeno un paio di settimane. Poi aggiunse, sospirando: Ci dobbiamo sacrificare tutte!.
E cos avvenne: a eccezione di Atalanta che era una donna, e di Eracle che non sopportava i cattivi odori, tutti gli Argonauti si accoppiarono con le donne di Lemno, procreando in tal modo numerosi figli. Ipsipile s'innamor ovviamente di Giasone, per poi partorire nove mesi pi tardi due gemelli bellissimi, uno dei quali fu chiamato Eveno e l'altro Toante in ricordo del nonno.
Trascorse le due settimane, gli Argonauti (che ormai si erano abituati alla puzza e che mangiavano e bevevano come tanti pasci) non ebbero pi voglia di riprendere la navigazione. N Giasone, in verit, li spronava pi di tanto, dal momento che aveva trovato in Ipsipile una donna bellissima e innamorata. A farli ragionare, per, provvide Eracle che una notte, con l'aiuto di Atalanta, scese a terra e li strapp a uno a uno dai letti dove giacevano abbracciati alle loro nuove amanti.
A detta di Ovidio, Ipsipile, dopo alcuni anni, scrisse a Giasone una lettera piena di maledizioni e di frasi d'amore. Eccovene uno stralcio:
 E tu mi dicesti, con parole piene di pianto:
 Sono costretto a partire, o Ipsipile, ma parto
 da sposo e sempre da sposo un giorno torner.
 Che ci che si nasconde nel tuo gravido ventre
 possa venire alla luce!. Cos parlasti, e mentre
 le lacrime ti cadevano dagli occhi menzogneri,
 ricordo che non riuscisti a dire altre parole.
 T'imbarcasti per ultimo sulla sacra Argo, ed essa
 vol via insieme al vento che le gonfiava le vele.
 Il tuo sguardo era fisso a terra, il mio al mare.
 Io ti guardai attraverso le lacrime, e forse,
 assecondando i desideri del cuore, i miei occhi ti
 videro pi a lungo di quanto non fossero capaci di vedere.
 (Ovidio, Heroides VI, 58 sgg.)

Cizico
La Propontide, ovvero il mar di Marmara, era l'anticamera del Ponto Eusino e non godeva affatto di una buona fama. Popolazioni ostili e ancor pi ostili correnti ne rendevano difficoltosa la navigazione. Gi per entrarvi gli Argonauti ebbero il loro bel daffare. Laomedonte, re di Troia, ne custodiva l'entrata con una decina di barche d'assalto e pretendeva da chiunque un forte pedaggio. Per evitare inutili scontri, gli eroi passarono lo stretto di notte, in silenzio, costeggiando le rive del Chersoneso.
La prima tappa la fecero in un'insenatura della penisola di Arto. Qui si trovarono nel bel mezzo di una festa di nozze: Cizico, il re dei Dolioni, stava celebrando le sue nozze con la giovane Clita, anche detta Clita dai bei capelli. Data l'eccezionalit dell'evento, gli Argonauti furono accolti con grida di giubilo e loro, di buon grado, si unirono ai festeggiamenti, quand'ecco arrivare, proprio ai brindisi finali, un gruppo di Giganti, figli della Madre Terra, animati da pessime intenzioni.
 Ognuno di loro aveva sei braccia possenti,
 due dalle spalle robuste e le altre quattro
 pi in basso, attaccate ai terribili fianchi.
 (Apollonio Rodio, op. cit. I, 944 sgg.)
 inutile precisare che gli assalitori ebbero subito la peggio: loro, poveracci, si aspettavano di dover combattere solo contro i Dolioni, magari mezzi ubriachi, e invece si erano trovati di fronte una cinquantina di eroi, uno pi forte dell'altro. Quando si dice la scalogna! Insomma, per i Dolioni tutto sembrava finito a tarallucci e vino, quando il Fato volle per forza volgere tutto in tragedia.
Prima d'imbarcarsi, gli Argonauti avevano ringraziato affettuosamente i Dolioni per l'ospitalit ricevuta, e questi, a loro volta, li avevano ringraziati per averli difesi dall'attacco dei Giganti: baci, abbracci e promesse di rivedersi al pi presto. Sennonch, dopo un sol giorno di navigazione, gli eroi si trovarono al centro di una tempesta; il timoniere Tifi, allora, per evitare il peggio, non appena intravide una baia sufficientemente riparata, ci s'infil dentro, senza nemmeno domandarsi dove stava approdando.
Era una notte senza luna e gli Argonauti non si resero conto di essere sbarcati di nuovo ad Arto, questa volta, per, dall'altra parte della penisola; motivo per cui, quando si videro attaccati da un gruppo di ombre, furono costretti a ucciderle tutte, dalla prima all'ultima.
 Solo all'alba riconobbero l'errore
 funesto, irreparabile, e una angoscia
 tremenda li prese nell'accorgersi di
 avere ucciso Cizico, figlio di Eneo,
 riverso nel sangue e nella polvere.
 (Op. cit. I, 1053 sgg.)
Clita dai bei capelli per il dispiacere s'impicc, e le Ninfe dei boschi la piansero cos a lungo che dalle loro lacrime usc fuori una sorgente che ancora oggi porta il suo nome.

Ila
Seppellito Cizico, forse anche per non starci pi a pensare, gli Argonauti indissero una gara di remo, ovvero una sfida a chi era capace di vogare pi a lungo. Tutti allora s'incurvarono sui banchi, a eccezione di Orfeo che pens bene di defilarsi con la scusa di dover alleviare con il canto la fatica dei concorrenti. Dopo tre ore restarono in quattro: Castore, Polluce, Eracle e Giasone. Il primo ad arrendersi fu Castore, subito dopo imitato dal fratello. Per ancora una buona mezz'ora, invece, continuarono a battersi Giasone ed Eracle finch il primo non svenne di botto.
Madidi di sudore, morti di sete, gli eroi decisero di fermarsi alla prima spiaggia possibile. Il primo a scendere fu il bellissimo Ila, l'amichetto del cuore di Eracle: desiderava procurare un po' di acqua fresca al vincitore. Questo strano amore tra il pi forzuto dei Greci e il pi delicato degli Argonauti non deve meravigliarci pi di tanto. Teocrito, nei suoi Idilli, ce ne fornisce un quadretto incantevole:
 Lui dal cuore di ferro, lui che affront il leone
 pi selvaggio, proprio lui am un fanciullo,
 l'affascinante Ila dai capelli inanellati.
 Gl'insegn tutto come un padre a un figlio, e mai
 gli era lontano, n quando il giorno era a met
 cammino, n quando gli uccellini guardano verso
 il nido pigolando, mentre la madre scuote le ali.
 (Teocrito, Idilli XIII, 5 sgg.)
Ebbene, trascorsero due o tre ore, ma di Ila non si seppe pi nulla. Stanchi di aspettare, gli Argonauti si misero a cercarlo. Eracle, in particolare, era agitatissimo.
Ila... Ila... gridava con le lacrime agli occhi, mentre con le mani spezzava rami e arbusti per crearsi un varco tra la vegetazione.
La ricerca continu finch uno degli Argonauti, Polifemo, non ritrov sulle rive del lago di Pege un'anfora di bronzo abbandonata: era quella di Ila. Che era successo? Ce lo racconta Teocrito.
 Ila trov uno specchio d'acqua in un prato
 e in mezzo vide danzare le Ninfe insonni:
 Eunice, Malis e Nichea, che ha la primavera
 negli occhi. Il fanciullo fece per accostare
 la bocca del vaso all'acqua, quando le Ninfe
 gli afferrarono le braccia, giacch a tutte
 il seno palpitava d'amor per il ragazzo argivo.
 (Op. cit. XIII, 43 sgg.)
Insomma, con la scusa di volerlo baciare se lo trascinarono in fondo al lago.
 Gli cinsero con il braccio sinistro il collo,
 nel desiderio di baciare la tenera bocca,
 e con la destra lo tirarono gi per il gomito,
 per poi immergerlo nel mezzo di un vortice.
 (Apollonio Rodio, op. cit. I, 1237 sgg.)
Nel frattempo Eracle, con l'aiuto di Polifemo, continuava a cercare il giovane amico.
 Tre volte lo chiam con quanto fiato aveva
 in gola e tre volte il ragazzo rispose,
 ma dal fondo del lago la sua voce si sentiva
 appena: era vicino e sembrava lontanissimo.
 (Teocrito, op. cit. XIII, 58 sgg.)
A questo punto Giasone, stanco di attendere oltre (e forse anche desideroso di vendicarsi per la sconfitta subita nella gara del remo), decise di abbandonarli al loro destino e riprese la navigazione.

Amico
La tappa successiva fu la terra dei Bebrici, sulle rive del mar di Marmara. Dovete sapere che in quella zona regnava uno stranissimo personaggio chiamato Amico, che, a stretto rigore di termini, non era amico proprio di nessuno. Anzi, a chiunque metteva piede nel suo regno imponeva di fare a pugni con lui, pena la morte. Insomma, Amico aveva l'hobby del pugilato e, non trovando nel suo paese nessun avversario in grado d'impensierirlo, se la prendeva con il primo poveraccio che gli capitava a tiro.
 Era il pi arrogante degli uomini e lo era tanto
 che aveva fissato una legge indegna: nessun ospite
 poteva allontanarsi dalla sua isola, senza aver
 prima superato una dura prova di pugilato contro
 di lui, e fu in tal modo che uccise molti nemici.
 (Apollonio Rodio, op. cit. II, 4 sgg.)
Con gli Argonauti, per, trov pane per i suoi denti.
Se volete che io vi rifornisca d'acqua e di cibo, disse senza tanti preamboli il bellicosissimo tiranno scegliete tra voi un uomo, il pi forte, e fategli incrociare i pugni contro di me, or ora, qui sulla spiaggia.
Eracle non c'era (altrimenti lo avrebbe steso al primo colpo), ma Polluce aveva gi vinto una gara del genere ai Giochi Olimpici; fu ritenuto, quindi, il pi idoneo ad affrontare l'energumeno.
I due, in effetti, erano di peso diverso: Polluce era un welter, o nella migliore delle ipotesi un medio, laddove Amico era un peso massimo. A detta del mitologo Greaves, il re di Bebrico aveva le braccia cos pelose da sembrare scogli coperti di muschio, mentre i suoi guantoni erano irti di punte di bronzo.
 L'uno sembrava un parto mostruoso
 dell'orrendo Tifeo, o della Madre Terra.
 L'altro, invece, il ceruleo Tindaride,
 assomigliava all'astro che ha i raggi
 pi belli allorch si leva al crepuscolo.
 (Op. cit. II, 38 sgg.)
L'incontro,  inutile dirlo, fu quanto di pi cruento si possa immaginare. Con ogni probabilit quello di Amico e di Polluce fu il primo vero match nella storia del pugilato. Apollonio Rodio, nel trasmetterne diligentemente la cronaca, racconta perfino il riposo tra il primo e il secondo round.
 L'uno di fronte all'altro non cessarono mai di
 colpirsi, fino a quando entrambi non furono
 vinti dall'affanno angoscioso. Si scostarono,
 allora, per poco, e si asciugarono l'abbondante
 sudore che colava dalla fronte, ansimando respiri
 sfiniti. Poi si scagliarono di nuovo l'uno
 contro l'altro, come due tori inferociti che si
 scontrano per aver visto una giovenca al pascolo.
 (Op. cit. II, 85 sgg.)
Ovviamente fu Amico ad avere la peggio: Polluce, dopo aver schivato tutti i suoi colpi, grazie a un miglior gioco di gambe, gli piazz un diretto giusto in mezzo alla fronte e lo fece secco. I Bebrici, per, non accettarono il verdetto con molta sportivit, ragione per cui gli eroi, se non altro per difendersi, furono costretti a farne fuori almeno una decina.

Fineo
Lasciata la terra dei Bebrici, gli eroi fecero tappa nella Tracia orientale, il cui re, Fineo, se la passava piuttosto male.
Secondo la versione pi nota, era perseguitato dagli Dei per aver praticato l'arte della profezia con troppa precisione. In altre parole Fineo, allorquando doveva mettere sull'avviso qualcuno, gli diceva anche il giorno e l'ora della calamit che lo minacciava, oltre, ovviamente, al nome e al cognome del nemico dal quale si doveva guardare. Irritati da questo profetare cos dettagliato, gli Dei come prima cosa lo accecarono, quindi lo condannarono alla vecchiaia prolungata e alla fame continua. A controllare che non mangiasse mai a sufficienza furono incaricate le Arpie: Aellopoda e Ocipeta.
Questi due uccellacci dal volto di donna, infatti, non solo gli strappavano di mano il cibo, ma se decidevano di lasciargli qualcosa, glielo insozzavano in modo tale da rendere immangiabile qualsiasi cibo, anche il pi prelibato.
 Avevano esse le ali, e quando vedevano preparata la di lui mensa, sempre svolazzando in aria, andavano a portargli via la maggior parte delle vivande; e le poche rimaste sporcavano in tal maniera, e ricoprivano di cos fetente puzza, che il misero non poteva pi mangiarne alcuna.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 9, 21)
Non appena Fineo sent le grida degli Argonauti provenire dalla spiaggia, si alz tremante per andar loro incontro. Il suo aspetto doveva essere orribile: in pratica era uno scheletro ambulante e aveva una crosta di sterco che gli copriva tutto il corpo, dalla testa ai piedi. In quanto indovino, per, era a conoscenza dell'arrivo degli eroi e anche del fatto che lo avrebbero liberato, una volta per tutte, dai tormenti che lo affliggevano. Comunque, li accolse invocando subito il loro aiuto.
 Voi che siete i pi coraggiosi di tutta la Grecia,
 ascoltatemi! In nome di Zeus protettore dei
 semplici, in nome di Febo punitore dei malvagi, in
 nome di Era stessa, che pi di tutti gli Dei ha cura
 del vostro viaggio, datemi aiuto: salvate dalla
 rovina un uomo infelice e non partite lasciandomi
 in questo stato.
 (Apollonio Rodio, op. cit. II, 209 sgg.)
Giasone non si fece certo sfuggire l'occasione che gli consentiva di sfruttare le doti profetiche di Fineo. Gli promise subito l'aiuto richiesto, a patto per che lui gli consegnasse l'elenco dettagliato di tutti i guai che gli Argonauti avrebbero avuto lungo il percorso che li separava dalla Colchide.
Appena firmato il patto, Fineo si fece portare i cibi pi appetitosi, per mangiare, una volta tanto, in grazia di Dio, quando ecco sopraggiungere le Arpie.
 Come fulmini piombarono dalle nubi e con
 immenso stridore si avventarono smaniose sul
 cibo. A quella vista gli eroi diedero un grido, ma
 quelle, sempre stridendo, e divorata ogni cosa,
 volarono oltre il mare, e l non rimase che un
 insopportabile odore.
 (Op. cit. II, 267 sgg.)
I due mostri avevano appena finito di scacazzare sulla mensa, quando si levarono in volo due degli Argonauti, ovviamente provvisti di ali: erano i figli di Borea, Zete e Calaide. I due inseguirono le bestie insozzatrici fino alle isole Strofadi. Qui giunti, stavano l l per sgozzarle quando, per intercessione della Dea Iride, risparmiarono loro la vita a condizione che non infastidissero mai pi Fineo.
Ma questo mito ha anche un'altra versione. A detta di alcuni (tra cui Diodoro Siculo), Fineo non era affatto perseguitato dalle Arpie, bens a sottrargli il cibo quotidianamente e a insozzargli il desco era in realt la sua seconda moglie Idea, una donna scita di pessimo carattere. La perfida, un po' con la scusa delle Arpie, un po' approfittando della sua cecit, lo tormentava dalla mattina alla sera. E non contenta di fargli soffrire la fame, essendo anche gelosa dei figli di primo letto, li accus entrambi di tentata violenza, per farli cos imprigionare nei sotterranei della reggia. In questa seconda versione gli Argonauti uccidono Idea, liberano i figli, e vengono colmati di doni da Fineo.

Le rocce Simplegadi
Dove oggi c' la periferia di Istanbul una volta incombevano le rocce Simplegadi (anche dette Cianee), ovvero due enormi faraglioni ai due lati dell'entrata del Ponto Eusino, che si serravano, come una tagliola, ogniqualvolta una nave cercava di passarvici in mezzo.
 Erano due le rocce, fornite di vita,
 che si muovevano, rotolando, con impeto
 maggiore d'una schiera di venti ululanti.
 (Pindaro, Pitica IV, 208)
Fineo, per, aveva previsto il pericolo e suggerito nel contempo il modo di evitarlo:
 Fate dapprima la prova con una colomba
 e fate in modo che vi preceda nello stretto.
 Se passa le rupi e arriva sana e salva
 al Ponto, non trattenete pi il cammino:
 prendete i remi e navigate a pi non posso.
  bene che sappiate che la salvezza sar
 tutta nelle vostre braccia, e nelle preci.
 Se invece, volando tra le rocce, la colomba
 muore, tornate indietro, giacch non sfuggireste
 alla morte, nemmeno se Argo fosse di ferro!
 (Apollonio Rodio, op. cit. II, 328 sgg.)
E cos fece Giasone: quando vide le terribili rocce cominciare a serrarsi, lanci in avanscoperta una candida colomba. L'uccello vol velocissimo, e le Simplegadi, chiudendosi con frastuono, riuscirono appena a sfiorargli la coda. Quando poi le rocce si riaprirono, gli eroi si catapultarono nello stretto vogando a tutta forza, sempre incoraggiati da Orfeo che, nel corso di questa azione, non smise mai di cantare. La nave Argo ci rimise solo alcune decorazioni di poppa, e a detta di Pindaro:
 Il passaggio dei semidei pose termine,
 per sempre, al loro micidiale movimento.
 (Pitica IV, 210)
Cosa che ho potuto constatare di persona, navigando sul Bosforo nella pi assoluta tranquillit.

Il Ponto Eusino
Costeggiando la sponda meridionale del mar Nero, o Ponto Eusino che dir si voglia, gli Argonauti si fermarono pi volte, venendo a contatto con molte popolazioni, una pi stramba dell'altra, e correndo, come da copione, i pericoli a cui avevano diritto in quanto eroi. D'altra parte Giasone era una specie di Indiana Jones dei tempi andati, uno, cio, che se non provava il brivido del rischio non era contento.
Volendo citare solo i nomi delle popolazioni con le quali entr in contatto, ricorderemo i Mossinichi, le Amazzoni, i Tibareni, i Mariandini, i Carandei, i Becheri, i Macroni, gli Eniochi, i Chindei, gli Abasgi, i Calibi, i Solimi, gli Assiri, i Filiri, i Napati, i Sapiri, i Biziri e i Sigini (Argonautiche Orfiche 999 sgg.). Su tutta questa gente non possiamo soffermarci, nemmeno sulle famose Amazzoni, donne guerriere note per essere spietate, che per meglio tendere l'arco si facevano asportare il seno destro. Ci limiteremo a due sole curiosit. Presso i Tibareni, quando le donne partorivano, erano i mariti a mettersi a letto e a urlare, come se fossero loro, e non le mogli, ad accusare le doglie del parto. Quanto ai Mossinichi, invece, sembra che avessero abitudini capovolte rispetto alle nostre: quello che noi facciamo in pubblico, loro lo facevano in privato, e quello che noi facciamo in privato, loro lo facevano in pubblico, compreso l'amore.
Una delle avventure pi singolari a cui andarono incontro i nostri eroi fu quella degli uccelli di Ares. Tutto accadde in un'isola, cara per l'appunto al Dio della Guerra, dove uno stormo li attacc in picchiata. Mentre per nel film di Hitchcock gli uccelli si limitavano a straziare gli umani con i becchi e gli artigli, quelli di Ares lanciavano a migliaia micidiali penne di bronzo. Gli Argonauti, tuttavia, non se ne preoccuparono pi di tanto, giacch, grazie ai consigli avuti da Fineo, si erano divisi in due gruppi: una met remava e l'altra met proteggeva la prima con gli scudi.
Se Dio volle, dopo aver superato scogliere a scatto, re pugilatori e uccelli lanciamissili, eccoli in vista della tanto sospirata Colchide. Prima di scendere a terra, Giasone chiam a raccolta i suoi e disse loro:
 Siamo giunti, o compagni, alle correnti del
 fiume Fasi, ed  giunto anche il momento che
 tra noi si mediti se saggiare Eete con i modi
 cortesi, o se costringerlo a cederci il tanto
 desiderato Vello con mezzi vieppi efficaci.
 (Apollonio Rodio, op. cit. II, 1277 sgg.)
Quindi,
 seguendo il consiglio di Argo, fece portare
 la nave in un'ombrosa palude. L gettarono
 le ancore e dormirono la notte. Non molto
 dopo l'aurora si lev sulle loro speranze.
 (Op. cit. II, 1281 sgg.)
IV

Il Vello d'oro
I Greci erano convinti che tutte le sere i raggi del sole si andassero a riposare nella reggia di Eete, per poi uscirne il mattino dopo pi lucenti che mai. Per loro, infatti, la Colchide rappresentava l'Oriente, ossia il luogo dal quale si vedeva sorgere l'alba. Lo stesso Eete veniva ritenuto un figlio di Elio, ovvero un parente stretto del sole.
Eete ci teneva moltissimo al suo Vello d'oro: guai a chi glielo toccava. Ecco come erano andate le cose: quando Frisso giunse in volo dalla Grecia, a cavallo dell'ariete d'oro, tanto per cominciare aveva sacrificato la povera bestia a Zeus, quindi, dopo averla scuoiata ben bene, secondo il rituale religioso, aveva regalato la preziosa pelliccia a Eete per convincerlo a dargli in cambio la mano di sua figlia Calciope.
Come convincerlo, ora, a mollare la sacra reliquia? Il feroce signore dei Colchi, tra l'altro, l'aveva inchiodata a una quercia, giusto al centro di un boschetto dedicato ad Ares, e per maggiore sicurezza ci aveva messo a guardia un drago gigantesco che non dormiva mai.
Quando gli Argonauti giunsero alla reggia di Eete, restarono senza fiato: mai avevano visto un palazzo cos bello!
 Si fermarono all'entrata, stupiti nel vedere
 l'ampio cortile, le vaste porte e le numerose
 colonne che cingevano da ogni lato le mura.
 Superarono cauti la soglia e scorsero alcune viti,
 incoronate di pampini, che fiorivano rigogliose.
 Sotto le viti scorrevano quattro fontane perenni,
 tutte fabbricate da Efesto: la prima versava
 latte, la seconda vino, la terza olio fragrante
 e l'ultima acqua calda al tramonto delle Pleiadi,
 e acqua gelida come il ghiaccio al loro sorgere.
 (Apollonio Rodio, op. cit. III, 215 sgg.)
Il primo approccio, per, con il re Eete fu pessimo: Giasone si era fatto presentare da Argo, nipote del re, e si era portato dietro Augia, che di Eete era fratellastro, nella speranza di facilitare in qualche modo la trattativa, ma non ci fu nulla da fare: Eete non volle sentir ragioni. Giasone, in verit, si era preparato un bel discorsetto: secondo lui il Vello d'oro spettava di diritto alla gente greca, essendo Frisso, per l'appunto, un cittadino della greca Iolco, ma Eete lo interruppe subito:
 Andatevene via lontano dai miei occhi, o canaglie!
 Fuori dalla mia terra, voi e i vostri inganni,
 prima che vi costi caro Frisso e il suo Vello!
 (Op. cit. III, 372 sgg.)
Subito dopo, per, ebbe un ripensamento: il moderatore Argo gli aveva spiegato che alla fin fine si trattava pur sempre di figli di Dei, che nessuno aveva intenzione di minacciare il suo regno, e che, anzi, gli avrebbero dato anche una mano, all'occorrenza, in qualche controversia con i vicini. Allora Eete rispose:
 Va bene, se davvero siete figli di Dei,
 io vi dar il Vello, ma voglio una prova:
 due miei tori hanno zoccoli di bronzo
 e dalla bocca spirano fuoco, io spesso
 li aggiogo e li conduco nel campo di Ares.
 Poi, dopo aver arato in lungo e in largo,
 getto nei solchi, non il seme del grano
 tanto caro a Demetra, ma i denti di un
 feroce serpente che, una volta a terra,
 prendono forma di uomini armati. E tutti
 li uccido con la mia lancia, allorquando
 mi vengono addosso. Se tu, ora, o Giasone,
 sei capace di fare altrettanto, subito
 puoi prenderti il Vello e tornare in patria.
 (Op. cit. III, 402 sgg.)
Sull'Olimpo, intanto, si era formata una strana alleanza tra Dee: Era, Atena e Afrodite, solitamente nemiche fra loro, stavolta erano tutte e tre intenzionate ad aiutare Giasone. In effetti, ognuna di loro aveva un'ottima ragione per farlo: Era per essere stata aiutata, a suo tempo, ad attraversare il fiume, Atena per aver costruito insieme ad Argo la nave che lo aveva portato fino alla Colchide, e Afrodite perch grazie al suo interessamento le donne di Lemno si erano riconciliate con l'amore. Le tre Dee, per, si resero subito conto che Giasone, da solo, non ce l'avrebbe mai fatta a superare la prova, e di conseguenza presero dei provvedimenti: si recarono da Eros, il divino fanciullo, e gli chiesero di colpire con una delle sue frecce fatali Medea, la figlia minore di Eete, affinch s'innamorasse perdutamente di Giasone. Eros in un primo momento non le volle nemmeno stare a sentire: stava giocando ai dadi con Ganimede (o per meglio dire lo stava imbrogliando) e non voleva essere distratto. Poi, per, sua madre Afrodite gli promise una palla d'oro che era stata molti anni prima il giocattolo preferito di Zeus.
 Se vuoi, gli disse te la descrivo:
 ha tanti cerchi dorati, e intorno a ogni
 cerchio, dall'una e dall'altra parte,
 girano altrettanti anelli di smalto azzurro.
 Se la lanci in aria, lascia una scia luminosa,
 al pari di una stella cometa. Io te la dono,
 ma tu mi dovrai colpire, senza indugio alcuno,
 con le tue frecce Medea, la figlia di Eete.
 (Op. cit. III, 136 sgg.)
Il dono era troppo bello per poterlo rifiutare. Eros si precipit nella reggia di Eete e scorse Medea che, insieme a sua sorella Calciope, si era nascosta dietro una tenda di fili d'argento per vedere, non vista, tutti gli eroi. Il fanciullo che non perdona prese dalla faretra una freccia galeotta e la scagli, dritta dritta, nel cuore della vergine.
 Nel suo animo, allora, si agitarono molti
 impulsi d'amore. Nei suoi occhi si fissarono
 le immagini che aveva appena visto: il viso
 di lui, l'abito che indossava, come parlava,
 come stava seduto e come si mosse per uscire.
 E anche dopo, nel pensarci, le sembr che
 simile a lui non ci fosse alcun altro uomo.
 Le tornarono alle orecchie la sua voce e le
 dolci parole. E tremava per lui, e aveva paura
 che lo uccidessero i tori o lo stesso Eete.
 E gi lo piangeva per morto, mentre dal viso
 le scendevano lacrime di tenero affanno.
 (Op. cit. III, 451 sgg.)
Come Clitennestra, Elena o Polissena, anche Medea  una donna dalla duplice personalit: nel leggere la sua drammatica storia ci si chiede sempre se  lei a muovere i fili o se  la Necessit che di volta in volta le impone il copione. Amore e odio si alternano nel suo animo, suscitando, a seconda dei casi, o piet o esecrazione. Non ci dimentichiamo, comunque, che abbiamo a che fare con una maga, nipote, a sua volta, della maga Circe, quella che in seguito muter in porci gli uomini di Ulisse.
La prova richiesta da Eete a Giasone era in pratica un invito al suicidio: i tori lanciafiamme lo avrebbero incenerito a dieci metri di distanza, prima ancora che lui avesse avuto modo di toccarli.
Medea, per, essendo maga, e nello stesso tempo innamorata, non poteva restare indifferente a questa morte annunciata. Che fece allora? Scelse uno dei tanti unguenti miracolosi avuti in eredit dalla madre Ecate (patrona di tutte le maghe) e dette un appuntamento a Giasone fuori dalla reggia. Sennonch, non appena lui le venne incontro, bello come non mai, con l'elmo luccicante e il mantello azzurro che gli scendeva gi dalle spalle,
 lo vide e fu perduta: arse di fuoco ignoto,
 come arde innanzi agli Dei una torcia secca.
 Giasone era bello e il Destino la trascinava:
 gli occhi di lui le avevano rapito lo sguardo.
 (Ovidio, Heroides XII, 33)
E non basta:
 Il cuore le balz nel petto, le si annebbiarono
 gli occhi, un caldo rossore le color le guance
 e non pot pi muovere le ginocchia, n in avanti
 n indietro: i piedi le si erano come inchiodati.
 (Apollonio Rodio, op. cit. III, 456 sgg.)
Insomma si sent malissimo: non ce la fece nemmeno a spiccicare una parola. Giasone, per, cap il suo stato d'animo e la esort a parlare.
 Perch tanto timore nei miei confronti,
 o fanciulla? Guardami bene: sono solo
 e non sono arrogante. Lascia, ors,
 l'eccessivo pudore e chiedimi pure
 tutto quello che ti piacerebbe avere.
 (Op. cit. III, 975 sgg.)
Medea allora si fece coraggio e gli consegn una strana pomata di colore rosso scuro: se lui se la fosse spalmata sul corpo, dalla testa ai piedi, nessun fuoco o corno d'animale l'avrebbe mai potuto ferire per l'intera durata di un giorno. Questo unguento, si dice, era stato ricavato dalla stessa Medea spremendo un fiore nato sul Caucaso dal sangue di Prometeo, il gigante condannato da Zeus a essere torturato notte e giorno da un'aquila. Ma non basta: con la voce rotta per l'emozione, Medea ebbe cura di dargli anche qualche utile suggerimento:
 Quando seminerai i denti funesti, strappati
 dalla bocca del serpente, molti guerrieri
 spunteranno dai solchi; tu allora getta
 una grossa pietra tra loro, e vedrai che
 essi, come cani voraci intorno a un osso,
 si uccideranno gli uni con gli altri.
 (Op. cit. III, 1054 sgg.)
Giasone si commosse per tanta generosit, e forse anche per la bellezza di Medea: baci le sue mani e le giur che se mai fosse riuscito ad arrivare sano e salvo in Grecia non l'avrebbe mai dimenticata. Poi, quasi alla fine del discorso, le fece una proposta:
 Se vuoi, mi potrai anche seguire, e allora
 ti accorgerai che in terra di Grecia riceverai
 onore e rispetto dagli uomini e dalle donne:
 giacch per opera tua faranno ritorno a casa
 i figli e i mariti. Dividerai con me il letto
 nuziale, quello legittimo, e niente mai ci potr
 separare, prima che ci avvolga la notte segnata.
 Cos disse e il cuore di lei si sciolse nel petto.
 (Op.cit. III, 1122 sgg.)
Quando Eete si accorse che Giasone aveva superato indenne la prova dei tori e che non era stato ucciso nemmeno dai guerrieri spuntati dal terreno, rest senza parole. Vuoi vedere, dovette pensare, che questo qui  davvero uno protetto dagli Dei? La partita, per, non era ancora chiusa definitivamente: il Vello restava pur sempre un trofeo difficile da conquistare. Un drago insonne, infatti, lo custodiva giorno e notte in un bosco sacro dedicato ad Ares, e come se non bastasse il mostro emanava un flusso letale che faceva secco chiunque gli si fosse avvicinato. Come suol dirsi, aveva l'alito pesante. A detta di Pindaro, poi, era di grandezza smisurata:
 Il Vello si trovava in una macchia,
 a breve distanza dalle mascelle di
 un drago che sia in lungo che in largo
 superava una nave con cinquanta remi
 (Pindaro, Pitica IV, 243)
Niente paura per: anche qui c'era Medea e il suo Pronto Soccorso. La maga dette a Giasone una specie di spray che, una volta spruzzato negli occhi del drago, lo avrebbe addormentato di colpo. Anche questo liquido aveva una sua storia: a regalarlo a Medea era stata sua madre Ecate, la silenziosa Signora della Notte.
Giasone, per raggiungere gli occhi del mostro, si serv di un lunghissimo ramo di ginepro, gi cosparso di liquido magico. L'eroe, non appena si accorse che il drago si era assopito, stacc dalla quercia il Vello d'oro e lo alz in alto per mostrarlo ai compagni che lo avevano seguito a debita distanza.
 Come una fanciulla che riceve sulla veste
 la luce della luna piena che splende sul tetto
 della sua stanza, e il suo cuore  lieto per
 l'incantevole lume, cos il figlio di Esone,
 alzando il Vello con le mani, godeva.
 E proprio in quel momento, sopra le bionde
 guance e sopra la sua fronte, dal balenio
 del Vello venne un rossore, come di fiamma.
 (Apollonio Rodio, op. cit. IV, 167 sgg.)
Eete, ovviamente, ci rimase malissimo: avrebbe voluto subito trucidare tutti gli Argonauti, ma ancora una volta pens di giocarli di astuzia. Li avrebbe invitati a un banchetto di addio, in modo da poter incendiare la nave Argo, mentre loro erano intenti a gozzovigliare. Afrodite, per, un attimo prima, fece venire a Eete una gran voglia di fare all'amore con la sua ultima moglie Eurilite, e questo dette modo agli Argonauti di raggiungere la spiaggia. Con loro fuggirono anche Medea e il di lei fratellino Absirto.

Il ritorno
Argo fuggiva rapida sul calmo Ponto Eusino, ma ancor pi veloce filava la nave di Eete, spinta da ottanta rematori colchi, scelti tra i pi robusti. Il re stesso, in piedi sulla prua, dava il ritmo di voga. Giasone si rese subito conto che non ce l'avrebbe fatta a porsi in salvo: la nave degli inseguitori era troppo veloce; magari un po' meno resistente della sua in una traversata, ma di sicuro pi agile sulla breve distanza. E qui non bastavano pi gli unguenti miracolosi: ci voleva qualcosa di molto pi tremendo ed efficace per fermare Eete. Allora, Giasone ebbe un'idea diabolica: Uccidiamo tuo fratello Absirto e gettiamolo a mare propose a Medea. Tuo padre, vedendo galleggiare il suo cadavere, non potr fare a meno di fermarsi.
Ebbene, cosa credete che abbia risposto Medea? S, amor mio, hai ragione: uccidiamolo! Per gettiamolo a mare un pezzetto alla volta, cos mio padre sar costretto a fermarsi pi spesso.
Che nessuno ci chieda, per favore, di commentare la risposta di Medea. Un commento, invece, non pot evitare di farlo un legno della nave Argo che, come abbiamo gi detto, era capace di parlare:
 Assassini che non siete altro, Zeus vi ha visto!
 Che siate entrambi maledetti! Sappiate che mai
 sfuggirete alle tempeste terribili, n ai venti
 ostili, n alle pene del mare infinito, se prima
 Circe non purificher i vostri corpi immondi
 della feroce uccisione del giovane Absirto.
 (Apollonio Rodio, op. cit. IV, 580 sgg.)
La maga Circe quella notte aveva fatto un bruttissimo sogno: aveva visto le pareti della sua stanza grondare sangue, motivo per cui, quando si vide innanzi gli Argonauti, sbarcati a Eea, cap subito che doveva trattarsi di gente che si era macchiata di orrendi delitti. E difatti Giasone e Medea si buttarono immediatamente ai suoi piedi, confessando i misfatti compiuti. Gi sappiamo che Circe era sorella di Eete, e zia di Medea e di Absirto; se fosse dipeso solo da lei, avrebbe punito gli assassini nel modo pi feroce possibile, ma, date le circostanze, si lasci indurre a concedere il perdono, non prima, per, di averli stramaledetti come meritavano. In particolare se la prese con Medea:
 O sciagurata, un viaggio funesto e vergognoso
  quello che hai intrapreso, e non credo che
 sfuggirai a lungo alla giusta punizione!
 Ma poich vieni da me, da supplice e da
 parente, non ti far alcun male. Vattene,
 per, da questa casa, tu e lo straniero che
 ti sei scelto contro la volont di tuo padre.
  inutile, ora, che continui ad abbracciarmi
 le ginocchia accanto al focolare, dal momento
 che, come ben sai, non posso approvare n le
 tue decisioni, n la tua disonorevole fuga.
 (Op. cit. IV, 739 sgg.)
Il ritorno a ogni modo si rivel non meno faticoso dell'andata; anche in questa fase, infatti, ci furono perdite umane e cataclismi pi o meno naturali. D'altra parte la bellezza di queste storie stava proprio nella loro lunghezza: con ogni probabilit fu l'impresa degli Argonauti, e non l'Odissea, il primo serial popolare della storia dell'umanit.  lo stesso Omero che ce ne d una conferma quando, parlando della nave Argo, usa l'espressione pasi-mlousa, conosciuta da tutti (Odissea XII, 70).
Dopo la visita a Circe gli Argonauti sbarcarono a Corcira, nel regno di Alcinoo. Qui Medea chiese protezione alla regina Areta, la moglie di Alcinoo, e fece benissimo, giacch nello stesso giorno, verso sera, giunse una nave di Eete che pretese l'estradizione immediata dei due amanti. Areta tenne sveglio per tutta la notte il marito, raccontandogli le varie malvagit commesse, nei secoli, dai padri a danno delle figlie:
 Verso le figlie i padri sono troppo severi,
 come lo fu Nitteo con la bella Antiope,
 o come Danae che per la ferocia del padre
 soffr tante pene sul mare, o come il superbo
 Echeto che piant chiodi di bronzo negli
 occhi della figlia e la costrinse in un
 carcere oscuro a macinare grani di ferro.
 (Apollonio Rodio, op. cit. IV, 1089 sgg.)
Dopo una notte passata in bianco ad ascoltare storie raccapriccianti, Alcinoo si guard bene dal restituire Medea a suo padre. Se la cav dicendo: Se  vergine che torni pure in patria, se non lo  che si costringa Giasone a sposarla subito!.
Areta avvis immediatamente Medea e, prima ancora che i ginecologi di Alcinoo potessero controllare, i due amanti avevano gi provveduto a perfezionare la loro unione, sia al tempio che a letto.
Gli Argonauti, una volta nell'Egeo, prima di poter rivedere le amate coste, furono sballottati in lungo e in largo per tutto il Mediterraneo. Una tempesta pi delle altre, per, li fece soffrire: pensate che ci fu un'onda cos alta, ma cos alta, che Argo fu sollevata di peso e deposta in pieno deserto libico. Gli eroi stavano quasi per morire di sete, quando Giasone li convinse a spingere la nave su dei rulli fino al mare. In questa avventura perse la vita l'indovino Mopso: fu morso da un serpente e mor nel giro di pochi secondi. Evidentemente Mopso era capace di prevedere tutto a eccezione del morso dei serpenti.
In questo gran girovagare finirono col passare anche accanto alla famigerata isola delle Sirene, cosa che un po' ci sorprende dal momento che abbiamo sempre immaginato Capri quale sede ufficiale delle Sirene. Il passaggio, comunque, non ebbe alcuna conseguenza negativa, anche perch
 Orfeo cant in opposto un suo meraviglioso canto e imped agli eroi di volgersi alle seduttrici.
 (Apollodoro, Biblioteca I, 9, 25)
C' chi dice che per la vergogna di essere state battute molte Sirene si suicidarono. Tale decisione potrebbe sembrare esagerata, ma, povere Sirene, bisogna pure capirle: gi avevano perso le ali per una precedente sconfitta con le Muse, se adesso anche un mortale si metteva a superarle, voleva dire che stavano proprio messe male! Per chi, invece, non sapesse nulla della loro pericolosit, ricordiamo i versi di Omero:
 Colui che ignaro si accosta e ascolta la voce
 delle Sirene, mai pi potr rallegrare la moglie
 e i figli con il suo ritorno a casa, giacch le
 Sirene, adagiate sul prato, lo avranno incantato
 con il limpido canto, mentre tutto intorno c'
 un mucchio di ossa di uomini putridi e stecchiti.
 (Odissea XII, 40)
L'unico degli Argonauti a cascarci fu Bute che, affascinato dai canti ammaliatori, si tuff a mare urlando come un ossesso. A salvarlo ci pens Afrodite che se lo port in cima a una montagna per poterci fare l'amore con comodo, senza essere vista dal marito.
Tra le tante altre avventure, va ricordata anche quella di Talo, il gigante di bronzo. Questa specie di robot dell'epoca micenea era stato costruito da Efesto con il preciso compito di difendere l'isola di Creta dalle incursioni dei ferocissimi pirati. Dotato di un'unica vena, dal collo fino al tallone, Talo era programmato per fare, ogni notte, tre volte il giro dell'isola, e lanciare macigni giganteschi su qualsiasi nave vedesse avvicinarsi alla costa.
Intimoriti da una presenza cos incombente, gli Argonauti stavano quasi per rinunciare allo sbarco, quando Medea disse loro:
 Datemi ascolto, o amici: io credo di poter da
 sola uccidere quel mostro, chiunque esso sia,
 anche se il suo corpo  di bronzo, purch non
 abbia una vita infinita. Voi fermatevi in modo
 che la nave resti fuori dal tiro delle pietre.
 (Apollonio Rodio, op. cit. IV, 1654 sgg.)
Poi, una volta a distanza di sicurezza, cominci a chiamare: Talooo... Talooo....
Il gigante smise di correre e si ferm sulla riva, perplesso, ma anche affascinato dalla dolcezza della voce.
Talooo... Talooo...
Al nuovo richiamo, l'uomo di bronzo cerc di penetrare il buio con lo sguardo: non vedeva assolutamente nulla, se non la vaga sagoma di una nave. Non sapendo che fare, si mise, allora, a urlare anche lui, con voce ovviamente molto pi metallica.
Chi sei?
Sono Medea, vorrei conoscerti.
Raggiungimi a nuoto le rispose Talo.
Una volta a terra, con la scusa di brindare alla nuova amicizia, Medea gli dette da bere un sonnifero. Quindi, non appena si accorse che aveva preso sonno, gli sfil il tappo dal tallone e lo fece morire dissanguato.
Questa, signori, era Medea!
V

La vendetta di Medea
Superata Creta, Giasone punt deciso verso nord e con l'aiuto degli Dei riusc finalmente a rivedere il suolo della patria. Qui, per, si trov subito di fronte a un problema non semplice: farsi restituire il regno da Pelia. Il giovane, a essere sinceri, non  che si facesse molte illusioni: Pelia non era il tipo da cedere il potere con le buone. Bisognava pertanto approfittare della presenza a Iolco dei cinquanta eroi per costringerlo a rispettare i patti. Ci detto, il figlio di Esone stava gi per avviarsi alla testa dei suoi Argonauti, quando Medea gli si par davanti: Fermati, o Giasone, e affida a me il compito di eliminare i tuoi nemici. Tu nel frattempo provvedi a nascondere la nave Argo tra gli ombrosi canneti, e non muoverti finch non vedrai una torcia brillare sul tetto della reggia!.
Ma che cosa, di preciso, aveva in mente Medea?  presto detto: avendo saputo che Pelia era solito lamentarsi della vecchiaia incombente, e che anche le figlie tremavano per la sua tarda et, pens bene di proporgli una bella cura di ringiovanimento.
 Medea allora si tinse i capelli e li fece diventare bianchi, quindi si copr il volto di rughe in modo da sembrare una vecchia decrepita, infine si present alla reggia portando con s una statua di Artemide. Una volta giunta innanzi ai reali disse di essere stata inviata dalla Dea per comunicare a Pelia che era stato scelto come il pi devoto fra i re della Grecia, e che, per ricompensarlo, Artemide aveva deciso di ridargli la giovinezza.
 (Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV, 31)
Ovviamente non fu creduta, n da Pelia, n dalle figlie, al che lei chiese una brocca d'acqua e uno stanzino dove potersi ritirare. Dopo essersi ben bene lavata e struccata, si ripresent nella sala del trono pi giovane e bella che mai. Pelia e le figlie, per, avevano ancora qualche dubbio; allora Medea si fece portare un grande calderone d'acqua bollente e vi gett dentro un caprone mezzo cieco e tutto spelacchiato, per poi tirarne fuori, un attimo dopo, un agnellino vispo e arzillo che si mise a correre per tutta la reggia. In pratica, aveva eseguito uno dei suoi soliti giochi di prestigio.
Avete visto?! disse la maga alle ragazze. Questa  l'acqua dell'eterna giovinezza: buttateci dentro vostro padre e lo riavrete pi giovane di quando aveva vent'anni!
A questo punto le fanciulle non ebbero pi esitazioni: presero il vecchio genitore e lo trascinarono di peso verso il calderone. Ovviamente Pelia fece di tutto per non farsi buttare in pentola: si aggrapp ai braccioli del trono, si mise a urlare come un indemoniato e a tirare calci, ma non ebbe scampo. Le figlie, sempre per il suo bene, lo gettarono di forza nell'acqua bollente. Quindi, dopo aver atteso invano che riemergesse, cominciarono a chiamarlo disperatamente.
Papaa, papaa!
Niente da fare: dal calderone non emerse nulla, se non un lugubre gorgoglio.
Medea, nel frattempo, approfittando del trambusto, era salita sul tetto per trasmettere il segnale a Giasone, e difatti di l a poco ecco apparire gli Argonauti.
Eliminato Pelia, sembrava che tutto fosse finito: Giasone e Medea si erano impadroniti di Iolco, erano diventati marito e moglie e avevano avuto anche due figli, se non tre, o addirittura quattordici come affermano alcuni. Si fosse trattato di una favola pi recente, avremmo potuto concluderla con la solita frase: E vissero a lungo felici e contenti, ma il lieto fine, si sa, non si addice alla tragedia greca (altrimenti che tragedia sarebbe?) e difatti, dopo qualche anno, la citt di Iolco cominci ad andare stretta a Giasone: il paese era piccolo e le risorse modeste, tanto valeva cederla ad Acasto, il figlio di Pelia, che oltretutto gli era stato anche vicino durante l'impresa del Vello d'oro. Molto meglio, invece, Corinto, la citt pi ricca di tutta la Grecia. Per conquistarla, sarebbe bastato ottenere da Creonte, il re della Corinzia, la mano di sua figlia Glauce. Ma come convincere Medea a farsi da parte? Ed  con questo interrogativo che ha inizio la famosa tragedia di Euripide.

La tragedia
Personaggi in ordine di apparizione: la Nutrice, Medea, i figli di Medea (almeno due), il coro delle donne, Creonte, Giasone e buon'ultima Glauce che non si vede mai, ma che  sempre presente, in tutti i dialoghi.
La prima a presentarsi sul proscenio  la Nutrice. La donna ha il compito d'informare gli spettatori su quanto  successo prima della tragedia:
 Oh, non avesse mai la nave varcato le Simplegadi
 azzurre e mai fosse giunta nella terra dei Colchi!
 Solo cos Medea, la mia Signora, non sarebbe stata
 colpita al cuore da Giasone, n avrebbe persuaso
 le figlie di Pelia a uccidere il proprio padre,
 n sarebbe venuta qui, a Corinto, con il marito
 e i figli. Eppure fece di tutto per vivere in
 concordia con Giasone, ma il malvagio la trad,
 cercando nozze con Glauce, la figlia di Creonte.
 E ora Medea, l'infelice e vilipesa Medea, a gran
 voce ricorda i giuramenti, invoca a testimoni
 gli Dei, per come  stata ripagata da Giasone,
 e da giorni non prende cibo e si strugge in pianto.
 (Euripide, Medea 1 sgg.)
Dopo il prologo, entrano in scena i figli e vengono subito traumatizzati da tutta una serie di maledizioni. Chi ha avuto la ventura (come chi scrive) di fare da piccolo la comparsa nella Medea pu capire. Tanto per dirne una, la Nutrice li accoglie con un bel:
 Vostro padre  un malvagio e se non gli auguro
 un'orrenda morte  solo perch  il mio padrone.
 (Op. cit. 84 sgg.)
E Medea rincara la dose dicendo:
 O figli maledetti di madre maledetta, che
 possiate perire insieme a vostro padre!
 (Op. cit. 113 sgg.)
Congedati i figli con un altro paio di frasi iettatorie, Medea parte con una delle prime tirate femministe della storia:
 Di quanti esseri al mondo hanno anima e mente,
 noi donne siamo di certo le creature pi infelici.
 Come prima cosa dobbiamo comprarci un marito,
 con grande spreco di denaro, in modo da dare
 un padrone a noi stesse. E questo, credetemi,
 dei due mali  il peggiore. Separarsi dal marito
 per la donna  scandaloso, non lo  invece per
 l'uomo. Quando lui si annoia di stare in casa
 va fuori e la noia gli passa. Quando capita a noi,
 invece, non ci fanno uscire perch dicono che
 dobbiamo badare ai figli. C' chi dice che le
 donne, restando in casa, vivono senza pericoli,
 mentre l'uomo, poverino, deve andare in guerra.
 Ebbene, io rispondo che preferirei combattere tre
 guerre, piuttosto che partorire una volta sola.
 (Op. cit. 232 sgg.)
Medea, per,  ancora pi sfortunata delle altre donne, che infatti, anche se tradite, possono comunque restare in casa ad aspettare il marito infedele; lei no, lei deve andare in esilio perch cos vuole Creonte, il nuovo suocero di Giasone. Ma lei non si d per vinta, affronta il vecchio re e gli chiede:
 Perch mi scacci, o Creonte?
E lui le risponde:
 Perch mi fai paura! Il tuo sguardo  truce
 e sei ancora infuriata contro il tuo antico
 sposo, e allora sai cosa ti dico? Vattene,
 tu e i figli tuoi, e senza indugio alcuno.
 Temo che tu possa fare del male a mia figlia,
 giacch d'ogni sorta di mali sei un'esperta.
 (Op. cit. 271 sgg.)
Anche qui, come sempre nelle tragedie greche, le scene vengono intervallate da momenti detti stasimi, nei quali un coro di donne vestite di bianco commenta l'accaduto con voce funerea:
 Ohi ohi ohi, ohi ohi ohi:
 in Grecia si  perso il pudore!
 Ohi ohi ohi, ohi ohi ohi:
 pi nessuno tiene fede ai giuramenti!
 (Op. cit. 440 sgg.)
Ed  a questo punto che fa il suo ingresso Giasone: il poverino (bisogna dargliene atto) fa di tutto per spiegare a Medea i motivi che lo hanno indotto a chiedere la mano di Glauce. Non si tratta di amore o di sesso, precisa, ma solo di manovre politiche ed economiche, tutte cose che le donne non possono capire. Malgrado il chiarimento, per, Medea continua a ingiuriarlo. Lui allora, sempre nella speranza di farla ragionare, le d qualche consiglio utile: Ascoltami, o Medea, se tu adesso te ne vai buona buona in esilio, senza fare storie, io qui mi sistemo. Poi, quando si saranno calmate le acque, ti giuro sugli Dei che proteggono il focolare che ti far ritornare, e allora, quel giorno, diventeremo tutti una sola e grande famiglia: tu, io, Glauce, i figli di Glauce e i figli tuoi!.
Ed ecco come reagisce Medea la ripudiata alla proposta del suo ex marito:
 E dove dovrei andare di grazia, o Giasone?
 Da mio padre che ho tradito per amor tuo?
 O dalle figlie di Pelia che ho indotto
 a uccidere il sangue del proprio sangue?
 (Op. cit. 502 sgg.)
Giasone tace, non sa cosa rispondere. Avrebbe voglia di dirle: Ma va' dove ti pare, purch non ti veda pi da queste parti!.
Non ne ha, per, il coraggio e Medea subito ne approfitta per rivolgersi agli Dei:
 O divino Zeus, perch donasti agli uomini
 un modo per saggiare l'oro, e assolutamente
 nulla per distinguere i malvagi dai buoni?
 (Op. cit. 516 sgg.)
Quindi ricomincia ad aggredire Giasone:
 O essere vile e scellerato, questo tuo venirmi
 innanzi non  coraggio,  solo impudenza!
 E dal momento che non trovo nel linguaggio
 una sola parola che ti possa definire, sappi,
 ingrato, che ti odio pi della morte stessa.
 (Op. cit. 465 sgg.)
A questo punto Giasone perde quel minimo di pazienza che ancora gli restava e la minaccia.
 Bada, o Medea, che questo tuo parlare stupido
 e vano non pu che recarti danno. Tu sai bene
 che, se ho chiesto la mano di Glauce, non  stato
 perch avevo in odio il tuo letto, ma perch
 potessimo avere tutti una vita pi agiata:
 io, te e i figli tuoi. Il guaio di voi donne
  che riuscite a capire solo una cosa: il letto.
 Se vi va bene il letto, allora tutto va bene.
 Se invece qualcuno tocca il vostro letto, anche le
 cose pi belle e vantaggiose vi appaiono avverse.
 Ah, quanto sarebbe stato meglio se gli Dei avessero
 inventato un diverso modo per generare i figli!
 Ah, se non fosse mai esistita la razza delle donne,
 quanti guai si sarebbero risparmiati gli uomini!
 (Op. cit. 560 sgg.)
Dopo questa tirata antifemminista, Medea si convince che parlare con Giasone  tempo sprecato, e cambia tattica: si finge rassegnata, se non addirittura pentita.
 O Giasone, ti prego, perdona le parole che ho
 detto dianzi. Ho a lungo pensato e mi sono
 rimproverata. O sciagurata, mi sono detta,
 perch tanto malanimo contro persone che cos
 bene hanno deliberato? Perch quest'ostilit
 verso il mio sposo che fa per me ci che pi
 mi giova, generando fratelli ai figli miei?
 Ma tu devi perdonarmi. D'altronde chi sono io?
 Sono una donna, e le donne, come tu stesso hai
 detto, son quelle che sono, per non dire peggio.
 E allora tu, o caro, non metterti al pari di
 una donna, e non opporre stoltezza a stoltezza!
 (Op. cit. 869 sgg.)
E per farsi perdonare dona a Glauce una bellissima tunica di seta e una corona d'oro. La tunica, soprattutto,  straordinaria: manda bagliori improvvisi come se fosse stata intessuta con filamenti d'oro. In merito, Medea informa Giasone che quella veste faceva parte del suo corredo, avendola avuta in dono dal padre di suo padre, ovvero dal Sole in persona.
La giovane sposa non resiste alla tentazione d'indossarla, ma non fa in tempo a guardarsi allo specchio che, all'improvviso, sia la tunica che la corona prendono fuoco. Medea, la maga, le aveva imbevute di un liquido infiammabile che nulla al mondo avrebbe potuto spegnere. L'incolpevole Glauce cerca invano di strapparsi di dosso la veste maledetta: ormai le si  attaccata alla pelle. Creonte, allora, cerca di aiutarla, ma non appena la sfiora viene avvolto anche lui dalle fiamme. Ben presto tutti i presenti nella sala del trono finiscono per fare la stessa fine, solo Giasone riesce a salvarsi buttandosi gi da una finestra. Impazzita dal dolore, Glauce esce di corsa dalla reggia e si getta nella prima fontana che trova, ma anche nell'acqua la tunica continua a bruciare. Nella sua Guida della Grecia, Pausania ci segnala questa fontana:
 Lungo la strada che dall'agor si dirige a Sicione si possono vedere, sulla destra, un tempio e una statua bronzea di Apollo, e sulla sinistra, un po' nascosta, la fontana detta di Glauce. In essa, com' noto, si gett per l'appunto la misera vergine, credendo in tal modo di porre rimedio ai veleni di Medea. Ancora pi avanti c' il sepolcro monumentale dei figli di Medea: Mermero e Ferete.
 (Pausania, Guida della Grecia II, 3, 6)
La tragedia per non  ancora finita: anche per Giasone deve esserci una punizione! Ebbene, Medea gliene riserva una che ci fa capire fino a quali estremi pu giungere chi  preda della passione: l'uccisione dei propri figli! La scena in cui lei deve tradurre in pratica quello che ha tramato per vendicarsi del suo uomo  tra le pi drammatiche della storia del teatro.
 Porgetemi, o figli, le vostre braccia,
 che io le possa stringere al seno: o dolce
 abbraccio, o morbidezza, o freschezza delle
 vostre gote, o profumo del vostro respiro,
 o care labbra, che voi possiate essere felici,
 ma non qui con il padre che tutto vi tolse.
 (Euripide, Medea 1071 sgg.)
Poi, quando giunge il momento supremo, si rivolge prima al cuore e poi alla mano, con messaggi contraddittori:
 Ahi, ahi, mio cuore, non fare questo:
 lasciali andare, risparmia i tuoi figli!
 E tu mano, non tremare, non essere vile:
 prendi la spada e compi il tuo dovere!
 (Op. cit. 1055 sgg.)
Al coro che la rimprovera per quello che ha in mente di fare, cos risponde:
 Piango e grido al pensiero di ci che sto
 per fare, ma l'idea che possa diventare
 un giorno oggetto di scherno per i miei
 nemici, questo no, non  sopportabile.
 (Op. cit 785 sgg.)
Quando, alla fine, Giasone viene a sapere che Medea, oltre ad aver causato la morte di Glauce, ha anche sgozzato i suoi figli, si fionda nella casa della scellerata con la spada in pugno.  fremente di rabbia:
 Sciogliete i serrami, o servi, e aprite le porte,
 che io veda la mia doppia sciagura: i figli morti
 e colei che con questa spada or ora voglio punire!
E subito dopo a Medea, non appena la vede:
 O abominevole donna, che di quante mai ce ne
 furono fosti di certo la pi esecrabile, tu che gli stessi
 tuoi figli hai osato massacrare, tu devi morire!
 Io condussi te, malanno funesto, da un paese
 barbaro e una casa barbara, qui da noi in Grecia,
 e quando ti conobbi non ti avevo ancora capito.
 Ebbene, mia sozza assassina, mia cagna schifosa,
 non c' Greca che avrebbe osato fare quello che hai
 fatto. Anche tu, per, ammettilo: soffri come sto
 soffrendo io?
Ma Medea non ha alcun problema ad ammetterlo:
 Certo che soffro, ma se tu non ridi mi sta bene!
 (Op.cit. 1314 sgg.)
Giasone, allora, alza la spada per trafiggere l'assassina una volta per sempre, ma un carro trainato da serpenti alati, inviatole da suo nonno, il Sole, la prende al volo e la fa sparire tra le nubi.
A sollevare Medea, quella volta a teatro, c'era una gru, e di tutta la tragedia, alla quale partecipai da ragazzino, come comparsa, fu questa la cosa che pi di tutte mi fece impressione.
...
.
...
FINE Parte 1.